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mercoledì 11 febbraio 2009

Pellicola storica: Il mestiere delle armi

Il “mestiere delle armi” è per Ermanno Olmi il mestiere dei mercenari, feroci e indisciplinati soldati di guerra al soldo dei signori e dei comuni dell’Italia rinascimentale per pura convenienza personale. A loro si contrappone il valore della fierezza umana dimostrata in battaglia dai grandi condottieri. Partendo da questo presupposto, Olmi ne “Il mestiere delle armi – Li ultimi fatti d‘arme dello illustrissimo Signor Joanni de le Bande Nere”, considerato il capolavoro dell’anzianità artistica del grande maestro, delinea un sommesso ma compatto ritratto di Giovanni de Medici (detto delle Bande Nere per i colori delle sue insegne), ultimo grande capitano di ventura. Giovanni delle Bande Nere, grazie alla sua rapidità e al suo coraggio, ottenne, infatti, importanti vittorie comandando piccoli contingenti di cavalleria tanto è vero che i soldati tedeschi lo avevano soprannominato “il Gran Diavolo”. Purtroppo morì nel 1526 a soli 28 anni combattendo i lanzichenecchi per conto dei francesi e del papa Clemente VII a causa di una ferita alla gamba, provocata da un colpo di artiglieria, sparata a tradimento. Per raccontare la storia di Giovanni delle Bande Nere, Olmi, però, rifiuta sia qualsiasi effetto di spettacolarizzazione, sia le regole dominanti del kolossal avventuroso. Il regista, coerentemente al suo peculiare stile spoglio ed essenziale, preferisce concentrarsi sulla solitudine e i tormenti interiori del protagonista, ricorrendo insistentemente a primi piani del condottiero e a particolari e dettagli che tentano di svelare allo spettatore l’anima dell’eroe. La prima immagine del film è, proprio, quella del volto di Giovanni, nascosto dall’elmo della sua armatura da guerra. 
Dopo questo breve fotogramma introduttivo al film,  Olmi dà la parola a tutti i personaggi storici, -  l’Aretino, Federigo Gonzaga, duca di Mantova, Alfonso d’Este, duca di Ferrara, Il Generale della Rovere, duca di Urbino - che hanno conosciuto Giovanni, facendo esprimere il loro giudizio sull’operato umano del protagonista. Allacciandosi alla formula adottata in molti altri film (pensiamo, ad esempio, al Mediatore - Rod Steiger di “E venne un uomo” o al narratore incarnato dal vecchio capitano - Bud Spencer del più recente “Cantando dietro i paraventi”), Olmi ripercorre in un lungo flashback, conclusa la presentazione del personaggio principale, le vicende  che hanno portato alla morte del protagonista, già, comunque, esplicitata  nella precedente  sequenza del suo funerale. 
Nel compiere l’analisi della vita del valoroso condottiero Olmi va al di là della superficie delle cose per cogliere, invece, l’essenza dell’animo di Giovanni, attraverso semplici gesti o sguardi e lo spettatore è, di conseguenza, costretto a un ruolo vigile e attento, per non farsi sfuggire niente. Olmi mette in scena, dunque, emozioni profonde ma schive, che si esprimono solamente attraverso la pudica nudità dei sentimenti e dei fatti, come dimostrano il rarefatto scambio di sguardi fra Giovanni e il piccolo figlio Cosimo e la sfuggente carnalità tra il protagonista e la sua amante (Sandra Ceccarelli). 
La pellicola non è, in fondo, che il racconto di una solitudine, la disperata solitudine dell’uomo impotente e innocente di fonte alle macchinazioni della politica (è tradito sia dal Gonzaga che dal Duca d’Este) e soprattutto inerme al prevalere dell’industrializzazione “dell’arte della guerra” con la diffusione delle armi da fuoco al posto dei combattimenti cavallereschi. Lo stesso Giovanni è consapevole di questi cambiamenti e nella tenda del suo accampamento cita esplicitamente le parole di Niccolò Machiavelli secondo cui  “i denari sono il nervo della guerra ”. Inoltre, citando lo storico Tibullo anche la didascalia nell’incipit del film faceva, del resto, subito emergere l’ignominia degli strumenti da guerra: “Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel giorno furono stragi, guerre…Si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve”. Questa presa di Olmi nei confronti della guerra finisce d’altra parte per rispecchiare e portare avanti il suo discorso, presente fin dal suo primo film “Il tempo si è fermato”, sul dinamismo aggressivo ed egoista della modernità capace di rendere disumano il rapporto fra uomo e natura, facendo perdere il profondo respiro religioso che per il credente Olmi impregna ogni cosa della Terra. 
Oltre al ritratto di Giovanni dalle Bande Nere, ritroviamo, poi, come sempre nei film di Olmi (da “Il Posto” passando per “L’albero degli zoccoli” fino all’imminente“Cento Chiodi”), una partecipe esaltazione per il mondo degli umili e degli innocenti, eterni protagonisti di secondo piano della Grande Storia, confermando ancora una volta la componente morale della poetica olmiana. Emblematiche, in questo senso la sequenza in cui vediamo i soldati bestemmiatori che bruciano un crocifisso per sfuggire al freddo e quella in cui due bambini, figli di contadini, spiano da lontano la battaglia fra Giovanni delle Bande Nere e i lanzichenecchi di Carlo V. Prima di Olmi già il regista italiano Sergio Grieco ne “Giovanni delle Bande Nere”, pellicola storica del 1956 con Vittorio Gassman, aveva presentato il ritratto del capitano de Medici. Ma se paragoniamo queste due versioni della medesima storia, il torvo e tremulo melodramma di Grieco non può reggere il confronto con  il forte impatto etico dell’opera di Olmi. Soltanto spiriti inaciditi e settari possono, dunque, negare a molte immagini de “Il mestiere delle armi” un’ intima carica di attonita purezza originaria, forse perduta per sempre.
Giudizio:   (legenda).
di Maria Grazia Rossi, Aprile 2007.

giovedì 5 febbraio 2009

Scrivere d'autore: Ermanno Olmi

Ermanno Olmi nasce a Treviglio il 31 luglio 1931. Arriva ben presto a Milano, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica. Si cimenta con l’arte cinematografica realizzando, giovanissimo, alcuni documentari e nel 1958 realizza Il tempo si è fermato, il suo primo lungometraggio. Nel ’61 realizza Il posto, con il quale si mette in luce nel panorama internazionale, vincendo tra l’altro il premio della critica al Festival di Venezia. Con Il posto, Olmi realizza un realistico e riuscitissimo ritratto di quel periodo di migrazioni
interne alla ricerca del benessere e di un posto fisso nella Milano del boom. Nel 1965 il regista rende omaggio a un illustre conterraneo, papa Giovanni XXIII, con la pellicola E venne un uomo. La definitiva affermazione di Ermanno Olmi deve attendere altri tredici anni, arriva il 1978 e con la Rai di Paolo Grassi a produrre viene realizzato L’albero degli zoccoli. Palma d’oro a Cannes ’78. Olmi condensa in quest’opera tutto sé stesso: la natura, la campagna e la fatica della gente comune, quella rimasta ai lati del progresso industriale italiano. Girato interamente nella campagna bergamasca e recitato in dialetto locale dalle genti del posto, si configura come un affresco lirico della vita rurale in un tempo a noi non poi così lontano. Nel 1982 fonda a Bassano del Grappa (Vi) una scuola di cinema. Sei anni più tardi realizza La leggenda del santo bevitore, è la prima volta che il regista bergamasco si cimenta su un soggetto preesistente (è tratto dal romanzo di Joseph Roth), con il quale si aggiudica il Leone d’Oro a Venezia. Dieci anni dopo Cannes, Olmi entra nel ristrettissimo club di autori premiati sia in laguna che sulla croisette. Trascorrono diversi anni e ritroviamo nel nuovo millennio un nuovo capolavoro di Ermanno Olmi: si tratta de Il mestiere delle armi, una eccellente ricostruzione della vita di Giovanni dalle Bande Nere. La cinepresa non ha paura di affrontare le nebbie e i bui degli interni, i dettagli sono ancora una volta curati nei minimi particolari. Dopo Milano e Bergamo, Olmi prosegue il suo omaggio alla natia regione e va a girare a Mantova, sempre nelle campagne, dove tornerà qualche anno più tardi per girare anche Centochiodi. Quello che colpisce nel cinema di Ermanno Olmi è il suo irrefrenabile desiderio di andare dove solitamente il cinema italiano non va: nelle campagne, tra le nebbie, nei campi, nella ruralità che non è ancora scomparsa. Una parte del nostro Paese solitamente lontana dal grande schermo, e Olmi la rappresenta, la esalta, con poesia e passione. Non ha mai amato affidarsi a volti noti del cinema nazionale, salvo qualche caso eccezionale, preferendo mettere attori non professionisti al centro delle sue storie e ha fatto anche da operatore in quasi tutti i suoi film. E’ nato da una famiglia contadina e il suo cinema è un immenso, smisurato, poetico, omaggio alle proprie origini.
di Matteo Bursi, Aprile 2007.