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mercoledì 28 gennaio 2009

INLAND EMPIRE. Un punto di non ritorno.

I film di David Lynch non vanno compresi, vanno vissuti. Ultimo sperimentatore del linguaggio cinematografico, Lynch firma con INLAND EMPIRE il suo film simbolo, egotico e narcisistico fino all’inverosimile, dove convivono il sublime e l’osceno, grandi soprassalti di regia alternati a lunghi momenti di noia, un infinito precipitare nel buco nero delle visioni e degli incubi del regista, un mare magnum di autocitazioni e collegamenti con la sua intera filmografia.
Con il suo meccanismo a scatole cinesi che non ha alcun appiglio logico e/o narrativo, Lynch realizza un vero film d’avanguardia, come se ne facevano agli albori del secolo scorso: sembra quasi di rivedere Entr’acte, il manifesto dadaista di René Clair e Francois Picabia. Come quello, INLAND EMPIRE appare così libero da perdersi nelle immagini, permettendo al regista di sperimentare sui colori, le forme, le inquadrature; grazie alla tecnica digitale Lynch reinventa spazio e tempo, privandoli di qualsiasi coordinata. 
Ma il vero “scandalo” di quest’opera è che in buona sostanza mette con le spalle al muro la critica, con i suoi criteri di giudizio codificati e stabiliti: l’esaltazione aprioristica dei fan come il rifiuto altrettanto pregiudizievole dei detrattori finisce con lo snaturare l’essenza vera del dibattito che ci dovrebbe essere intorno a questo film. La “crisi” del giudizio si trasforma difatti in impossibilità di giudizio: qualsiasi opinione può risultare tanto legittima quanto fuorviante, da qualunque angolazione lo si guardi, a questo film sfugge una visione d’insieme, usciti dalla sala qualcosa inevitabilmente non torna. 
Avanguardia si è detto: ma quei film duravano dai quindici ai cinquanta minuti scarsi, questo INLAND EMPIRE centottanta minuti centottanta: dire che si fatica arrivare alla fine è un eufemismo. Forse fra vent’anni ci apparirà irrimediabilmente datato (come sono datati tutti i film d’avanguardia del resto), ma allo stato delle cose, l’ultima pellicola di Lynch è un punto di non ritorno, per la carriera del regista e per il cinema in generale, un viaggio senza meta, un tuffo nell’oscurità più buia. Inclassificabile.
di Giulio Ragni, 23 febbraio 2007.

Aspettando INLAND EMPIRE

INLAND EMPIRE, David Lynch specifica che il titolo sia scritto tutto in maiuscolo,titolo che prende forma tra i ricordi d’infanzia di un quaderno finito dietro ad un armadio.
Laura Dern, Justin Theroux, Jeremy Irons e l’attore feticcio Harry Dean Stanton prendono parte al suo inconfondibile stile narrativo e visivo sviluppato tra personaggi e i loro doppi,realtà sogno set e semplici ossessioni quotidiane. Al limite della sperimentazione con un maniacale utilizzo di luci e dettagli, imbarazzi, deformità fisiche e psichiche i film di Lynch sono riconoscibili per la loro forte componente surrealista,immagini crude e strane accompagnate da un sonoro estremamente suggestivo e angosciante (firmato Angelo Badalamenti), sequenze oniriche perversioni sessuali e situazioni ripugnanti.
Presentato per la prima volta in anteprima mondiale al Festival Cinematografico di Venezia il 6 settembre 2006,nella sezione fuori concorso,la versione proiettata riporta una durata di due ore e quarantotto minuti. Primo film girato interamente in DV (digital video),Lynch ha dichiarato che continuerà a girare in digitale e non più su pellicola tradizionale, per deformare gli spazi, stare attaccato alla pelle e alle cose ma soprattutto per far entrare nelle immagini una quantità di realtà fino ad ora inedita.
Il titolo è tratto anche dal nome dell’omonima area metropolitana situata ad est di Los Angeles,dove appunto il film viene ambientato; girato in gran parte anche a Lodz in Polonia con attori locali. Il film non ha una vera e propria sceneggiatura ma è stato scritto giorno per giorno. Un attrice,un primo attore e un regista,una famiglia di conigli ed una sensazione di disagio; questi alcuni degli elementi che accompagneranno lo spettatore nel comprendere ad un diverso livello emozioni e stati d’animo difficilmente trasformabili in semplici parole. Un viaggio labirintico tra passato e futuro,dimensioni parallele, esseri umani con la testa di coniglio intrappolati nella ripetizione della stessa scena,deformazioni di alcuni personaggi che si presentano con la bocca più grande del normale,un puzzle con piani temporali e narrativi che s’alternano creando straniamento.
Un’attrice accetta di girare un film che sembra essere maledetto,legato a morti e sparizioni irrisolte,scene violente e complicazioni sentimentali, sangue e cacciaviti infilzati nella pancia ,s’intrecciano e trascinano lo spettatore in un viaggio allucinato nel paese di Alice e il bianconiglio.
Il tema portante del film è un’ossessione ricorrente del cinema Lynchiano: la dualità, le due facce di uno stesso mondo,il doppio ,le maschere delle persone. Un cubo di Rubik sempre ricombinabile sotto ogni punto di vista,un occhio che cambia interpretazione e ci inventa spettatori attivi,osserviamo,valutiamo cerchiamo di comprendere,ci sforziamo nel analizzare anche il piccolo dettaglio,elaboriamo l’immagine e il suo significato.
Sediamoci comodamente e allacciamoci le cinture, il viaggio ha inizio e alla guida c’è David Lynch (Leone d’Oro alla carriera 2006) lasciamoci trascinare senza opporre troppa resistenza alle immagini ,facciamo lavorare i fotorecettori e il nervo ottico sino alle aree corticali, qui abbandoniamoci per una migliore comprensione inconscia. 
INLAND EMPIRE è uno show,non è un “Circo”ma lo vorrebbe essere. Il film sarà distribuito in Italia ad opera della Bim.Uscita prevista: febbraio 2007.
di Alessio Novarelli, 1 dicembre 2006.