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mercoledì 11 marzo 2009

GIU' LA TESTA (di Sergio Leone, 1971)

Siamo nel periodo della rivoluzione messicana, il peone Jaun Miranda (Rod Steiger) incontra, per puro caso, il rivoluzionario irlandese John (Sean) Mallory (James Coburn), esperto in esplosioni. Quando comprende che con Mallory potrebbe finalmente svaligiare una delle banche da lui più agognate, quella di Mesa Verde, gli chiederà di diventare suo socio. Si ritroveranno comunque in mezzo alla rivoluzione con due motivazioni completamente opposte: Juan Miranda per una questione di soldi, ma  diventerà involontariamente un eroe della rivoluzione, invece John  Mallory è fermamente convinto a sposare la causa.
Il film è stato girato da Sergio Leone nel 1971, interessante la visione del regista che ci porta a vedere la rivoluzione attraverso la soggettiva dei vari personaggi, senza privilegiare nessuno di questi. Mi è piaciuta la frase introduttiva di Mao sulla rivoluzione che si discosta dalla scena iniziale, dove troviamo il peone Miranda maltrattato, classificato come una “bestia” da ricchi  viaggiatori su una diligenza, lo zoom sulle bocche di questi mentre mangiano  e lo insultano l’ho trovato efficace. Altre 3 scene mi hanno colpito particolarmente: la prima è quella del ponte, quando il duo Miranda-Mallory aspettano che i tedeschi passino, per l’appunto, sul ponte per ucciderli. La seconda scena in cui Miranda spiega a Mallory perché non crede alla rivoluzione  e perché inizia “ quelli che sanno leggere i libri e che vanno da quelli che non sanno leggere e gli dicono cosa fare” e la scena finale quando Mallory, ormai ferito gravemente, si fa esplodere insieme ai tedeschi. Ho trovato interessante la figura del dottor Villega che prima tradisce la causa facendo la spia per i tedeschi e poi si sacrifica per redimersi. Anche se abbastanza lenti ho apprezzato i flashback chiarificatori sul passato di Mallory in Irlanda, soprattutto l’ultimo dove vediamo lui che a malincuore spara all’amico che ha fatto la spia. 
Il tutto accompagnato da una stupenda colonna sonora diretta dal maestro Ennio Morricone con il brano indimenticabile “Sean Sean” che fa da tema al film.
Giudizio: ½ (legenda). 
di 
Tatiana Coquio. 26 marzo 2008.

lunedì 2 marzo 2009

MATALO! (di Cesare Canevari, 1970)

Matalo! è uno degli spaghetti western più folli e deliranti che siano mai stati girati, diretti da un regista, Cesare Canevari, dotato di quell’estro ai limiti della totale incoscienza che caratterizzava molti registi dell’epoca. Autore di alcuni titoli shock del cinema estremo italiano come L’ultima orgia del Terzo reich, Canevari firma con questo western una delle sue opere migliori, sperimentale e psichedelico tanto nella costruzione delle immagini e nell’uso insolito degli spazi, quanto nelle musiche elettroniche alla Kraftwerk (ma siamo nel 1970!) di Mario Migliardi.
In compenso la sceneggiatura è mediocre, con dialoghi a volte imbarazzanti, e Canevari deve fare di necessità virtù girando un poema visivo-sonoro quasi muto, e grazie alla scelta di un tono fumettistico, consente a noi spettatori di perdonare certi errori ed ingenuità, tra un Corrado Pani che non brilla certo in espressività ed un inedito Lou Castel, attore solitamente impegnato, nel ruolo del vendicatore solitario, armato di boomerang (!). Impensabile oggi, per chiunque.
Giudizio:  (legenda).
di Giulio Ragni.  16 dicembre 2007.

IL GRANDE SILENZIO (di Sergio Corbucci, 1967)

Nella retrospettiva dedicata agli spaghetti western, nell’ambito della “Storia segreta del cinema italiano” che anche quest’anno occupa un posto di rilievo nella Mostra del Cinema di Venezia, manca curiosamente un titolo come Il grande silenzio, forse il miglior western italiano dopo i film di Sergio Leone, e senz’altro una delle prove più convincenti di quell’abile artigiano che fu Sergio Corbucci.
La trama ricalca quelle di molti film del genere, con sadici cacciatori di taglie, killer muti, e rese dei conti finali: ma a colpire è l’originalità della messa in scena, con un’insolita ambientazione invernale, un protagonista inedito per il western come Jean-Louis Trintignant (si, proprio quello del Sorpasso e di tanti film della Nouvelle Vague)  che si contrappone ad un’icona dalla maschera truce come l’infernale Klaus Kinski, ed un’ideologia di fondo progressista meglio dosata che in altre pellicole dell’epoca, in questo superiore forse anche a Giù la testa o Quien Sabe?, troppo espliciti nella loro politicizzazione, e dunque irrimediabilmente datati.
Ancora oggi Il grande silenzio appare una grande lezione di cinema, difficilmente reperibile in DVD (pare ci sia un’ottima versione tedesca) e quasi invisibile in televisione; ma se vi dovesse capitare tra le mani, non perdete l’occasione di vedere un’opera modernissima nella sua mescolanza di grottesca crudeltà e freddezza, con un pessimismo di fondo che sembra anticipare molto cinema successivo, specie americano, un percorso purtroppo abbandonato dal nostro cinema da troppo tempo.
Giudizio: ½ (legenda).
di Giulio Ragni.  22 agosto 2007.

domenica 1 marzo 2009

PER QUALCHE DOLLARO IN PIU' (di Sergio Leone, 1965)

Sergio Leone oggi è giustamente considerato come uno dei più grandi registi che il cinema italiano abbia mai partorito, ma prima di arrivare alla consacrazione post mortem fu spernacchiato dalla critica militante per la sua adesione a modelli di cinema “di genere” in contrasto col cinema “d’autore”, secondo una desueta definizione critica. Per qualche dollaro in più, secondo di una trilogia picaresca sul West, è una sorta di variazione sul tema del predecessore, il kurosawiano Per un pugno di dollari. Lo scenario è quello di un anonimo villaggio messicano, dove il periodo storico di riferimento è solo una cornice per una spettacolare messa in scena, che sarebbe poi divenuta un modello per tutto il cinema futuro, influenzando intere generazioni di cineasti. Un montaggio rapido fatto di campi lunghi alternati a dettagli e primissimi piani che sconvolsero le regole formali del genere, e le indimenticabili musiche di Morricone come passaporto per entrare definitivamente nell’immaginario collettivo.
Se Eastwood diventava una maschera leggendaria, con poncho e sigaro d’ordinanza, e Volonté e Kinski giganteggiarono in ruoli da villain, quello di Lee Van Cleef è uno dei più belli e complessi personaggi leoniani, non soltanto figura bidimensionale per uno spettacolare balletto di morti e sparatorie, ma un cavaliere della valle solitaria disilluso e amareggiato, un eroe sul viale del tramonto in cui la dimensione della vendetta assume accenti da tragedia greca.
Giudizio:  (legenda).
di Giulio Ragni.  7 dicembre 2005.

Secondo western di Sergio Leone, a un solo anno di distanza da Per un pugno di dollari. Squadra confermata, Ennio Morricone alle musiche, Gian Maria Volonté e Clint Eastwood protagonisti, ai quali si affianca Lee Van Cleef. La vicenda sta nella ricerca di un fuorilegge (l'Indio, Volonté) da parte di due bounty-killer (Eastwood "il monco" o anche "il ragazzo", e Van Cleef, alias il colonnello Douglas Mortimer, "il vecchio"). I due cacciatori di taglie si alleano per dare la caccia alla banda dell'Indio. Tutti i fuorilegge alla fine saranno uccisi, ma non senza difficoltà. 
Secondo capitolo di quella che poi diventerà la fortunatissima Trilogia del dollaro, Per qualche dollaro in più è di una spanna superiore rispetto all'esordio western del regista romano. Il triangolo creato dai grandissimi interpreti, calati in personaggi solidi e leggendari, permette a Leone di indugiare a lungo sui volti dei tre protagonisti, sorretto dalle indimenticabili note di Morricone, raggiungendo una altissima tensione cinematografica. Il montaggio è serrato e sembra il prolungamento della magnifica colonna sonora.
Culmine della grandezza di montaggio e tensione risulta la scena del duello finale (preludio del triello del Buono, brutto e cattivo?), con Eastwood-il Monco ancora una volta spettatore interessato di una lotta tra fazioni (era già accaduto in Per un pugno di dollari, dal balcone della locanda), di nuovo ad essere compagno dello spettatore, e qui c'è tutto il tocco di Leone, nell'assistere alla Scena.
Il colonnello Mortimer, infallibile anche nel duello finale, avrà la sua vendetta sull'Indio e il Monco si godrà tutti i dollari delle taglie della banda dell'Indio. Rispetto al primo western di Leone, questo è più maturo, anche un po' più serio, se così si può dire. In più c'è certamente Lee Van Cleef, vera scommessa e riscoperta di Sergio Leone. Un attore in rovina, preda dell'alcool, rilanciato alla grande da Leone, senza il quale questo film non avrebbe raggiunto un successo simile.
Giudizio:  (legenda).
di Matteo Bursi.  23 novembre 2007.