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sabato 18 aprile 2009

A HISTORY OF VIOLENCE (di David Cronenberg, 2005)

"PERTURBANTE" - Tom (Viggo Mortensen), un uomo mite con moglie e figli, diventa improvvisamente un eroe per i media dopo aver sventato una rapina nel suo locale. Ma non tutto è come sembra... Della trama è meglio non raccontare altro, perché con un regista come Cronenberg le soluzioni più scontate sono sempre evitate; così, quello che superficialmente sembra l’ennesimo thriller hollywoodiano, in realtà è un film sottile come il filo di un rasoio, scolpito con uno stile vibrante e feroce.
Sin dal piano-sequenza iniziale, il regista canadese carica il film di un’atmosfera perturbante, che rivela tutto l’orrore che si cela dietro un’apparente, banale normalità. Al centro del film c’è l’ossessivo tema cronenberghiano dell’identità con le sue trasformazioni; ma se in passato tali meccanismi venivano esteriorizzati attraverso le mutazioni del corpo, ora tutto è introflesso nel protagonista e nei suoi comportamenti. Molte sono le sequenze da antologia: quelle di violenza, secche e brutali, che non risparmiano alcuni dettagli pulp; le due scene erotiche, dove il sesso diventa strumento privilegiato per raccontare i rapporti di coppia tra Tom e la moglie, passando da un’intima complicità a una rabbiosa, istintiva sopraffazione; e un finale ricco di tensioni, tutto giocato sugli sguardi, i gesti e la musica di Howard Shore perfettamente intonata.
Le recitazioni sono tutte azzeccate, sia Viggo Mortensen e Maria Bello per la sobria intensità, sia Ed Harris e William Hurt per le grandiose caratterizzazioni dei killer. Cronenberg da par suo orchestra il tutto sapientemente, riuscendo addirittura in un paio di sequenze a mostrare un umorismo sardonico che smorza la tensione quasi insopportabile della pellicola. Dunque un film che è insieme odissea di un cambiamento interiore e parabola sull’orrore del quotidiano, ma anche metafora di un paese la cui paura nasce da un peccato originale di violenza e dolore: un’opera complessa e stratificata che è consigliabile come antidoto alla visione degli stucchevoli pamphlet a senso unico di un Von Trier qualsiasi. E l’immagine di Mortensen, sporco del sangue dei suoi nemici, con un ghigno dalla piega crudele stampata sul volto, è una di quelle che fanno grande e necessario il cinema.
Giudizio:  (legenda).
di 
Giulio Ragni.  27 dicembre 2005.

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Un film misterioso, insondabile e inquietante. Brevissimo (un'ora e mezza), gelido, lucido.
Una storia semplice raccontata con occhio indifferente; ciò che davvero spaventa e sconvolge non è così la vicenda ma l'anima del protagonista. Tom Stall attraversa la sua storia con un'insensibilità disumanizzata, non ha reazioni emotive, né sensi di colpa; non prova apparentemente paura o rimorso. Nessuna emozione viene mostrata, né dall'interpretazione imperturbabile di Viggo Mortensen né dallo sguardo freddo, quasi assente, di Cronenberg. Tom Stall resta un mistero, tanto più inquietante perchè non sviscerato, non sviluppato, semplicemente contemplato a distanza.
Le persone che circondano Tom cercano cercano di ricondurre la sua identità all'interno di parametri comprensibili (la moglie e il figlio si arrabbiano, piangono...), lui è fuori da tutto questo.
Ha cambiato nome e vita ma ciò non ha prodotto in lui alcuna ferita. Ora si chiama Stall semplicemente perchè quel nome "era disponibile" ma il tornare alla luce della sua vecchia identità violenta non produce in lui alcuna crisi o senso di colpa.
In 
A History of Violence non c'è polemica sociale e non c'è il racconto del percorso di un uomo, in positivo o in negativo. C'è l'identità di un essere umano (forse non si può nemmeno parlare di "anima") che non risponde ad alcuna sollecitazione morale, emotiva, affettiva. Tra il Tom che consola la figlia dalla paura del buio e il Tom che uccide non c'è differenza. Il cuore spaventoso del film sta nel non esprimere alcun giudizio sul suo protagonista: è la psiche di un uomo malato che è stata messa in scena o semplicemente la psiche di un uomo? Quella totale indifferenza nei confronti della vita e del mondo può prodursi in chiunque? La violenza vissuta come fatto naturale, poco importante, può essere prerogativa di ogni uomo e di ogni donna?
Giudizio:  (legenda).
di 
Valentina Alfonsi.  26 settembre 2007.

giovedì 5 febbraio 2009

Scrivere d'autore: David Cronenberg

Un cinema carnale, perturbante e inquieto quello di David Cronenberg, regista, sceneggiatore e attore nato in Canada nel 1943; un cinema tanto cerebrale e concettualmente denso quanto calato nelle viscere dell’uomo, volto ad esplorare i labirintici rapporti che legano corpo e mente.Si avverte nei film di Cronenberg un’attenzione particolare per l’aspetto figurativo ma anche per quello specificamente letterario: non a caso il giovane David, dopo una laurea in Lettere conseguita all’Università di
Toronto, ha esordito come scrittore di racconti di fantascienza e diverse sue opere, come Il Pasto Nudo (1991) o l’ipnotico, labirintico Spider (2002) sono tratti da romanzi.Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 dirige diversi corti e lavora per la televisione; i suoi primi lungometraggi sono Il demone sotto la pelle (1975) e Rabid (1977) che mettono in luce il suo interesse per le mutazioni corporee e le derive psicologiche; ciò che potrebbe apparire come pazzia o devianza in Cronenberg è però sempre rappresentato come qualcosa di profondamente umano, concreto e proprio per questo maggiormente spaventoso e disturbante.Il regista affronta nei suoi film la complessità estrema e pericolosa degli esseri umani, muovendosi lungo il confine che separa la normalità e ciò che è moralmente accettabile da ciò che è istinto, pulsione soffocata; non c’è bene e non c’è male nelle opere di Cronenberg, solo uno sguardo preciso, crudele e sincero sulla natura umana. Non è facile collocare i film di Croneberg all’interno di generi chiusi: a volte definite horror o fantascienza, le sue opere sono soprattutto crudi viaggi senza ritorno all’interno di uomini e donne.Le contaminazione tra biologico ed artificiale (Rabid, Il demone sotto la pelle, La mosca, Crash, eXistenZ), la perdita psichica ed emotiva di se stessi (M. Butterfly, Spider), lo sfaldarsi della morale interiore (A History of Violence), la percezione inquietante e distruttiva del corpo (Inseparabili) sono solo alcuni dei temi su cui la complessa filmografia di Croneberg si è soffermata.Merita di essere ricordata anche la sua lunga collaborazione con il compositore Howard Shore, la cui musica raffinata, spesso trattenuta ma anche passionale ha saputo accompagnare con eleganza le immagini aggrovigliate e tormentate dell’autore canadese. Tra i numerosi premi collezionati nel corso della sua ormai trentennale carriera vanno ricordati il Leone d’Argento conquistato da eXistenZ al Festival di Berlino nel 1999 e il Premio Speciale della Giuria per Crash nel 1996 al Festival di Cannes.Sta per uscire nelle sale italiane la sua ultima opera, Eastern Promises che, dopo A History of Violence, vede nuovamente protagonista Viggo Mortensen insieme a Naomi Watts e Vincent Cassel; il film, una storia di malavita russa ambientata a Londra, è stato presentato pochi mesi fa al Toronto Film Festival dove ha vinto il People Choice Award.
di Valentina Alfonsi, Dicembre 2007.