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domenica 19 aprile 2009

ANGEL-A (di Luc Besson, 2005)

Un film in cui il dialogo è talmente grande nella sua semplicità che si potrebbe fare a meno di tutto il resto, ma Luc Besson ha messo in scena anche il resto : due soli attori che riempiono lo spazio ed il tempo ; Parigi, città elogiata e meravigliosa, immensa nella sua spazialità, potente nella sua forza, sembra quasi che anch'essa tenti di stabilire un dialogo, soprattuto con Andrè (protagonista maschile, che proprio da uno dei ponti di Parigi cerca di buttarsi) ; Il bianco e nero, ultimo protagonista della pellicola che la riveste di surreale (non si capise bene infatti se ciò che si verifica sia frutto della mente di Andrè o realmente stia accadendo : il bianco e nero fà di tutto un sogno..). 
AngelA è davvero un angelo ? Compare nella vita di Andrè quando tutto sembra essere perduto, al punto di volersi buttare giù da un ponte (comunque poco convinto, poichè egli non è mai convinto di nulla se non di ciò che gli dicno gli altri). 
AngelA è lì di fianco a lui, anche lei sul ponte...AngelA lo salva, parlandogli, solo rivelando ad Andrè il vero se stesso, diverso da quello che gli mostra al mondo, ricco invece di una forza interiore che però, in una intera vita, non è mai stato capace di esprimere e soprattutto pieno di un amore che non ha mai saputo esternare. 
AngelA gli fà capire tutto questo e anche Andrè, a suo modo, salverà lei.  Un film davvero di spessore pur nella sua semplicità, nelle sue frasi sentite e risentite, quelle frasi che vengono così spesso ripetute, nella pellicola come nella nostra vita, perchè pur essendo così facili ed intuitive, solo pochi riescono a metterle in pratica oltre al solo comprenderle e condividerle.
Giudizio  (legenda).  
di 
Claudia Costanza, 10 marzo 2007.

WALLACE & GROMIT E LA MALEDIZIONE DEL CONIGLIO MANNARO (di Steve Box e Nick Park, 2005)

"DOLCESPRESSIVO" - Chiunque sia stato in Gran Bretagna e abbia passato un po' di giorni in una famiglia inglese non può non aver visto almeno una volta i corti di "Wallace&Gromit", veri divi al di la della Manica. E dopo Stati Uniti, Australia ed Olanda arriva in Italia il primo lungometraggio dedicato alla coppia. Un vivace horror per vegetariani, in cui Wallace..l'umano goloso di formaggio..e Gromit... fido ed intelligente cagnolino(il vero genio di casa)sono alle prese con una miriade di teneri e buffi coniglietti talmente ingordi da mangiare tutti gli ortaggi presenti nel pittoresco paese di Tottington e compromettere cosi la fiera dell'ortaggio gigante (molto popolari in Gran Bretagna). Ecco allora entrare in azione la "S.W.A.T antipesto"squadra speciale,formata dai due grandi amici,per la difesa dei vegetali! Realizzato in animazione stop-motion, i pupazzi sembrano quasi reali grazie alla loro grande espressività (se si pensa che il personaggio di Gromit è muto). Un film divertente e simpatico in cui non si può non venir catturati dalla dolcezza e astuzia di Gromit disposto a tutto pur di aiutare il suo amato padrone.
Giudizio  (legenda).
di Federica Bongiovanni. 9 Marzo 2006.

ROMANZO CRIMINALE (di Michele Placido, 2005)

"QUASI-CAPOLAVORO" - Incalzante e febbrile. Torna finalmente il crime-movie anni '70, che fu il genere esportato oltreoceano che fece conoscere il nostro cinema al mondo. Il film di Placido è un ritorno al passato; prova lo è che la vicenda parte proprio ambientata in quegli anni '70 e in quelle strade umide e pericolose, rappresentando la nascita di una gang criminale dalle sue radici, partendo dall'infanzia.
La banda della Magliana, peraltro mai nominata esplicitamente nel film, nasce cresce e si estinguerà in venti anni, vivendo sullo sfondo di un periodo socio-politico oscuro, ben rappresentato e palpabile, in cui vengono a darci mano documenti e immagini di repertorio catalizzati dalla tv.
Tra tradimenti e complotti, sparatorie e vendette, intrighi politici e indagini poliziesche, e spaccati di vita privata dei protagonisti, il film è un martello che picchia forte il ferro sull'incudine e che lascia pochi attimi di respiro allo spettatore, trainato da una splendida colonna sonora e ben rappresentato da una fotografia livida e umidiccia, di grande caratura.
Placido, ispirato nell'impianto narrativo a "C'era una volta in America" di Leone, ha realizzato un film riuscito nell'intento del titolo che lo presenta, appunto "romanzo..." E si fa vedere senza avere la presunzione primaria di una collocazione storica precisa e puntuale, senza pretese politiche e sociali, ma che comunque mostra davvero la condizione dell'Italia.
Una storia "vera" mostrata come dagli occhi dei protagonisti, quel crescere insieme ai margini, che li rende uniti nell'inesorabile distruzione di sangue "fuori" e niente "dentro"; quasi un viaggio parallelo alla storia, che ti lascia l'amaro dentro per la loro fine e per l'Italia martorizzata di quegli anni.
Brillantemente trascinanti i tre (Favino, Rossi Stuart e Santamaria) che regalano ai personaggi una gamma di emozioni intense ed alternanti da lasciarti completamente conquistato...anche il ruolo minore affidato a Riccardo Scamarcio è assolutamente azzeccato e fortemente credibile.
Unica nota stonata, purtroppo contro tutte le aspettative, è la scarsa performance (rispetto alle sue potenzialità) di Stefano Accorsi e la sua relazione con Patrizia forse un po' forzata. Ma un piccolo dettaglio non poi così grave non si nota neanche in un "quasi capolavoro" come questo.
di Daria Piccioni, 26 ottobre 2005.

QUANDO SEI NATO NON PUOI PIU' NASCONDERTI (di Marco Tullio Giordana, 2005)

"IRRISOLTO" - L'ultimo film di Giordana ha alcune sequenze molto belle, come l'annegamento del bambino e il suo ripescaggio da parte dei clandestini: una letterale rinascita che giustifica il bel titolo poetico del film. E in generale ho trovato azzeccato il ritratto della famiglia borghese del Nord Italia, con un Alessio Boni, attore che non ho mai amato particolarmente, molto credibile. Ma il film sconta alcune debolezze tipiche del cinema italiano odierno: una certa fragilità narrativa (nonostante la premiata ditta Rulli-Petraglia), l'incapacità di tratteggiare personaggi archetipici che trascinino lo spettatore nel racconto, e soprattutto una correttezza politica di fondo che inficia uno sguardo realmente autentico su un tema, come quello dell'immigrazione, in cui è facile cadere nelle trappole dell'ideologia, da un lato come dall'altro. Anche il finale, più che aperto, mi sembra irrisolto, in un film complessivamente sopravvalutato dalla critica dopo i bei "I Cento Passi" e "La Meglio Gioventù". Nella media del cinema italiano, e la media, si sa, non è un granché.   
di Giulio Ragni, 24 novembre 2005.

PRIME (di Ben Younger, 2005)

"DOPPIA-PERSONALITA' " - Qualche gag divertente, una commedia piuttosto azzeccata, né banale né volgare, che comunque non può prescindere dalla forza delle due attrici protagoniste che ne formano la vera essenza. Senza Uma Thurman e Meryl Streep questo Prime non avrebbe la stessa personalità. Giocato molto sugli equivoci e i doppi sensi riesce a non diventare troppo prevedibile. Meryl Streep, ma non è una novità, è una perfetta psicologa accomodante che si trasforma pian piano in suocera scomoda e dominata da tic e fobie. Non c'è il lieto fine e forse e meglio così, la chiusura adatta alla linea del film.   
di Matteo Bursi, 21 febbraio 2006.

ONE MAN BAND (di Mark Andrews e Anthony Jimenez, 2005)

"MERAVIGLIOSO" - Una piazza deserta di un paesino (europeo) con una fontana al centro. Una monetina in mano ad una bambina. Due mirabolanti suonatori, due one man band che richiamano lo scalcinato e irresistibile Bert (interpretato dallo straordinario Dick van Dyke) del disneyano Mary Poppins.
Per quella unica povera monetina di mancia i due suonatori dai mille strumenti iniziano una, sempre più estrema, sfida all'ultimo prodigio musicale. La sfida però va oltre i limiti e, nel trambusto provocato dai due squattrinati musicisti, la monetina cade dalla mano della dolce bimba e, maligna, cade irrimediabilmente nel tombino. Le parti si invertono. La bambina ora chiede la mancia ai due bohémiene. E nell'incredulità dei due, la piccola si farà ammirare in una sontuosa esibizione. Un passante non inquadrato sgancia un sacco pieno di monete d'oro sulla ciotola della bimba che, non sazia, nel finale si prende gioco dei due one man band.
Una delle opere più belle della preziosa collezione della Pixar. Nominato agli Oscar 2006 come miglior corto animato. E' un cortometraggio dolce, il paese che circonda la disputa è un capolavoro. Il suonatore col cappello a punta emana una personalità fortissima. Assolutamente da vedere!
Giudizio  (legenda).
di Matteo Bursi.  3 Ottobre 2007.

OLIVER TWIST (di Roman Polanski, 2005)

"LONDINESE" - Arriva sul grande schermo una nuova trasposizione del classico dickensiano "Oliver Twist", questa volta diretta da un maestro del cinema come Roman Polanski. La storia, più o meno già nota, tratta di un ragazzino di 10 anni, orfano di entrambi i genitori: Oliver Twist. Dopo una permanenza in orfanotrofio, Oliver viene adottato, ma la sua permanenza con la famiglia non è certo delle più felici, a causa dell'egoismo della matrigna e dell'insensibiltà del fratellastro. Fuggito, il ragazzo giunge a Londra dove conosce un gruppetto di coetanei, grazie ai quali e soprattutto grazie all'aiuto del "capo" della banda, l'anziano Fagin, riesce ad avere di che nutrirsi e ad imparare l'"arte" del furto. Proprio durante una marachella dei suoi amici, viene ingiustamente arrestato, ma per una volta la fortuna è dalla sua parte e Oliver viene preso in cura da una ricca e raffinata famiglia locale. Ancora una volta Polanski riesce a realizzare un film coinvolgente ed emozionante, che prende lo spettatore e lo porta dritto nella Londra ottocentesca e nelle sue caratteristiche ambientazioni senza mai essere buonista o retorico. I personaggi, costruiti in maniera ineccepibile, nascondono infinite sfaccettature, su tutti spicca la splendida figura di Fagin, un anziano dall'aspetto repellente, che suscita emozioni contrastanti nello spettatore; il suo personaggio è tra l'altro interpretato da un eccezionale Ben Kingsley che offre una prova splendida. Uno dei punti forti della pellicola è l'ambiguità delle emozioni che suscita, per cui si è portati a provare sentimenti differenti per uno stesso personaggio in situazioni diverse; tutto ciò è garantito proprio dalla tridimensionalità dei personaggi. Ottimo il cast (su cui spicca come già scritto Kingsley) così come le scenografie londinesi e la eccellente fotografia. Da lodare il compositore Portman che è riuscito a creare una colonna sonora perfetta e particolarmente coinvolgente. In definitiva il film di Polanski mostra una bellezza classica e rigorosa ma forse poco contemporanea, il che ne diminuisce la potenza espressiva. La storia è affascinante ma purtroppo non offre niente di particolarmente innovativo alla cinematografia. Insomma un film bellissimo che però non può essere equiparato ai capolavori del regista polacco come "Il pianista" o "Chinatown".   
di Salvatore Scarpato, 22 ottobre 2005.

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Replica a "londinese" - Sono d'accordo con te quando dici che il regista ci ha dato un ottimo affresco dell'Inghilterra dell'800 ma credo anche che abbia tralasciato di accentuare certi particolari sul modo di vivere degli inglesi che rendono il film mancante di una certa coerenza col libro e abbia dato poco spazio a certe scene soffocando così l'emotività e la passione che irrompono dalle pagine di Dickens. Penso anche che la bellezza del film non sia poco contemporanea poiché film tratti da libri sul mondo inglese ottocentesco ne sono stati girati molti (Wilde) e questo forse ne rispecchia il lato con più contraddizioni e ipocrisia della società inglese del tempo che tocca anche il mondo infantile (un esempio è la scena in cui i gendarmi posano delicatamente a terra il piccolo Oliver svenuto fuori del tribunale lasciandolo così, fortunatamente soccorso dal suo benefattore).
di Boris Fietta, 30 ottobre 2005.

NON BUSSARE ALLA MIA PORTA (di Wim Wenders, 2005)

"(IN/S)CONTRO GENERAZIONALE" - A vent’anni da Paris, Texas, Wim Wenders ritrova Sam Shephard, per raccontare la storia di un attore sul viale del tramonto che improvvisamente si scopre padre e parte alla ricerca del figlio mai conosciuto. Il regista si affida alla forma narrativa da lui privilegiata,ovvero il road-movie, ma lo stile ora è dimesso e malinconico, come il protagonista, giunto a compiere un bilancio sulla propria vita. La riflessione, come sempre in Wenders, da particolare si fa universale, e la città di Butte, dove chiunque vi arriva è solo di passaggio, diventa allegoria della vita stessa, e ci ricorda che tutti siamo di passaggio in questo mondo, e i figli sono traccia e testimonianza della nostra esistenza. La storia procede con ritmi lenti e situazioni ai limiti del paradosso, la colonna sonora – come sempre curatissima – è più vicina al country e al blues che non al rock: Wenders nel suo (per ora) ultimo film americano esorcizza la propria personale visione della vecchiaia e della morte, e mette in scena l’incontro/scontro generazionale; così il viaggio finale chiude il film in segno inverso e opposto rispetto alle premesse, con i figli che vanno alla ricerca del padre e, per estensione, delle proprie radici. 
di Giulio Ragni, 22 ottobre 2005.

NIENTE DA NASCONDERE (di Michael Haneke, 2005)

"SPIAZZANTE" - All’ultimo festival di Cannes ha vinto il premio per la miglior regia, anche se molti fra gli addetti ai lavori avrebbero preferito che ottenesse il massimo riconoscimento: eppure Niente da nascondere (Caché) di Michael Haneke – che peraltro si pone ai vertici della filmografia del regista austriaco – ci sembra appartenere ancora una volta a quel filone di opere dove a dominare è la provocazione fine a sé stessa.
La storia è presto nota: un critico letterario riceve alcune inquietanti videocassette, accompagnate da strani disegni, che incrinano a poco a poco la tranquillità della sua famiglia. L’abilità di Haneke è quella di disintegrare le certezze dello spettatore sin dall’inizio, confondendo l’immagine cinematografica con quella televisiva registrata, e costruendo attorno a questa trovata stilistica un tipico meccanismo da film giallo; tuttavia il cortocircuito emotivo tra il passato individuale del protagonista e quello collettivo di un’intera nazione che si macchiò di gravi colpe nei confronti della popolazione algerina, appare alquanto sterile e inerte, mentre il film è assai più efficace quando descrive la dissoluzione della famiglia alto-borghese, grazie soprattutto alla superba prova degli attori, Daniel Auteil e Juliette Binoche. Una menzione particolare va fatta anche alla scenografia e alla fotografia, che comunicano esattamente quel sentimento di estraneità che progressivamente si instaura tra i personaggi: sia la casa che lo studio televisivo sono arredate con scaffali di libri dappertutto, e immerse in una luce bianchissima, raggelante, per sottolineare la vacuità e la superficialità dei rituali borghesi, come le cene fra amici o le discussioni intellettualistiche; una puntuale messa in scena di quella patina di conformismo che nasconde (da cui il titolo originale) i segreti di un passato rimosso e taciuto, e che non va rivelato nemmeno alle persone più vicine. A spezzare lo stile algido e limpido del film intervengono un paio di sequenze cruente, che come spesso accade nelle opere di Haneke, sono di una gratuità così evidente che si ha il sospetto che il regista le abbia messe appositamente per scioccare e basta, così come l’enigmatico finale, in cui molti critici vi hanno letto ambizioni metafisiche, sembra più voler spiazzare ancora una volta lo spettatore, che una reale esigenza espressiva e narrativa.  
½
di Giulio Ragni, 3 novembre 2005.

MUNICH (di Steven Spielberg, 2005)

“E’ troppo fazioso”, “No, è politicamente corretto”, “E’ solo un thriller, non analizza in maniera approfondita la questione israelo-palestinese”… I commenti a uscita sala sull’ultimo film di Spielberg si sprecano, segno che l’opera è risultata davvero controversa, scontentando conservatori e progressisti, filo-israeliani come i simpatizzanti della causa palestinese.
Munich parte dall’attentato delle Olimpiadi di Monaco del 1972 compiuto dal commando “Settembre Nero”, che causò la morte di undici atleti israeliani, per raccontare la vendetta di Israele, soffermandosi sui dubbi, le esitazioni, di un manipolo di uomini costretti ad obbedire alla ragion di stato, in una missione che rimetterà in discussione le convinzioni, i rapporti umani, le loro stesse vite. Aldilà delle convinzioni politiche personali, il risultato finale è un film superbo, espressione del miglior cinema popolare americano, capace di stimolare la riflessione nello spettatore attraverso le emozioni che lo investono, grazie al contributo di un ottimo cast di non star, fluidi movimenti di macchina, grande senso drammaturgico e asciuttezza narrativa. L’adesione ad un modello di genere dona all’opera una connotazione universale, liberandola dall’opprimente tema: più che una critica contro Israele (che pure c’è), Spielberg ha realizzato un atto di denuncia contro l’apologia della violenza, contro la vendetta di stato (un velato riferimento a Bush e la guerra in Iraq?), intravedendo solo nella famiglia – onnipresente topos spielberghiano – il luogo dove rifugiarsi e sfuggire all’insensatezza di un odio che ha radici profonde. Un film di pace, in poche parole. In una sequenza il protagonista e un terrorista palestinese si parlano, ignorando l’uno l’identità dell’altro, rivendicando le ragioni della propria lotta, del diritto ad esistere; la sequenza, che sembra smentire quella della radio immediatamente precedente, è di lucido pessimismo (o realismo se preferite), perché ognuno è trincerato dietro le proprie idee, senza possibilità di un compromesso. E’ dunque vero che Spielberg non da soluzioni, ma se in tanti decenni non ci sono riusciti statisti, professionisti della politica o intellettuali, è arduo lasciare questo compito al cinema.
Nell’ultima parte del film il protagonista è vittima della propria paranoia: in una sequenza che cita La Conversazione di Coppola, distrugge la propria abitazione, preda dei propri fantasmi; il limite che separa vittime e carnefici, tra Monaco e la ritorsione successiva, si è assottigliato fino a diventare indistinguibile. E così anche il rifiuto di spezzare il pane nell’ultima scena sottolinea il dissidio tra un popolo funestato da infinite tragedie, e le responsabilità di un governo le cui scelte non sono sempre necessariamente condivisibili.  
di Giulio Ragni, 19 febbraio 2006.

ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW (di Miranda July, 2005)

"SOVRACCARICO" - Miranda July è una nota artista d’avanguardia della scena newyorkese, e Me and you… rappresenta il suo esordio nel lungometraggio, che ha ottenuto buon successo e numerosi premi nei circuiti festivalieri internazionali. E il motivo è facilmente intuibile, perché il film racconta una storia vecchia come il mondo – la ricerca dell’amore e della felicità – con uno stile originale, che mescola umorismo bizzarro, tenerezze e poesia. Tuttavia, la storia d’amore tra la timida artista e il commesso fresco di separazione con due figli a carico, si sviluppa in maniera piuttosto faticosa, poiché il film si perde nel raccontare troppo i personaggi secondari, e lo stile surreale certo non facilita l’identificazione con i personaggi. Inoltre, benché la neoregista mostri un innegabile talento visivo, si ha la sensazione di assistere ad un sovraccarico di simboli non sempre necessari, solo per tendere al poetico e al meraviglioso (l’uccellino, il pesciolino rosso, il disegno al computer, e si potrebbe continuare): le singole scene sono come dei quadri che prendono vita sullo schermo, ma è un po’ come avere delle perle senza il filo per farne la collana.
Trattandosi di un’opera prima non potrà che migliorare, ma la July deve ancora comprendere la differenza tra cinema e videoarte, se vuole aspirare ad entrare in quel posto al sole che è il giovane cinema indipendente americano.  
di Giulio Ragni, 27 dicembre 2005.

MARY (di Abel Ferrara, 2005)

"BUIO MA NON TROPPO" - Quanto può essere forte il bisogno di fede di un individuo? Parte da questa premessa l’ultimo film di Abel Ferrara, gran premio della giuria alla 62esima Mostra di Venezia. Le storie di un regista che gira un film scandalo sulla vita di Gesù, dell’attrice che impersona Maria Maddalena, e di un famoso anchorman televisivo, sono il pretesto per un saggio-inchiesta sui molteplici modi di rapportarsi a Dio e alla religione, dove però le emozioni contano molto più dei concetti e delle teorie. Il cinismo del regista, l’indifferenza del giornalista, il turbamento emotivo dell’attrice sono solo l’abbrivio per un cammino verso la fede non privo di ostacoli, dove ognuno dei protagonisti attraverserà un personale percorso di dolore per approdare ad una faticosa salvezza. Spezzoni del film nel film alternati ad interventi di autentici esperti di questioni religiose, ardite libertà di montaggio, carrellate fulminee, ossessivi inserti sonori che squarciano il silenzio: l’anarchia formale riflette perfettamente il caos e la confusione dei tempi moderni, uno stile convulso e ipnotico che procede per accumulo di idee e immagini, affrancandosi da qualsiasi rigida struttura narrativa. Il nuovo Ferrara è passato per film assai discutibili (Blackout), o completamente fallimentari (New Rose Hotel), prima di ottenere il risultato che si era prefissato, e sequenze come quelle degli attacchi dei fondamentalisti, o quella in cui Forest Whitaker, analogamente all’Harvey Keitel del Cattivo Tenente, rivela tutta la propria umana fragilità in chiesa al cospetto di Dio, non si dimenticano facilmente.
Il buio, da sempre uno dei connotati stilistici preferiti dal regista, invade lo schermo sin dai titoli di testa, ma rispetto al passato c’è una maggiore serenità, l’attesa di una luce che illumini i percorsi esistenziali e dia un senso alle angosce dei personaggi. L’uomo che più di chiunque altro è andato a fondo nel descrivere l’abiezione umana, e nell’esplorazione del Male che ne governa le azioni, ci regala una possibilità di redenzione in un’opera complessa, inquieta, e imbevuta di autentica passione e commozione.  
(½)
di Giulio Ragni, 21 novembre 2005.

MANDERLAY (di Lars von Trier, 2005)

"vonTrier IMPRESSIONA ANCORA" - Secondo capitolo della trilogia sull'America, "Manderlay" segna il ritorno di Lars von Trier e di Grace, la protagonista di "Dogville" con la differenza che ad interpretarla ora è Bryce Dallas Howard (che abbiamo conosciuto con lo splendido "The Village" di M. Night Shyamalan) che sostituisce Nicole Kidman. Dopo l'abbandono shock di Dogville, il clan di Grace e Grace stessa si mettono in viaggio per l'America. Giungono a Manderlay, un piccolo paese dell'Alabama. Qui è ancora in vigore la schiavitù ma la donna ha tutte le intenzioni di cambiare le cose; riuscirci risulterà però molto complicato… Se la mancanza delle scenografia, già vista in "Dogville" non colpisce lo spettatore; il film colpisce eccome! Ancora una volta infatti von Trier conferma la sua genialità e sin dall'inizio si rimane impressionati dalla sua intelligenza e acutezza nell'analisi della società. I dialoghi sono davvero magnifici ma soprattutto fanno pensare. La narrazione del regista olandese è spietata ed estremamente malinconica della realtà umana, ma altrettanto realistica. Grace è mossa da ideali positivi e sinceramente genuini, però forse è impossibile cambiare le cancrene della società; anche quando le sembra di fare passi avanti nei suoi scopi, si ritrova con nuovi problemi ancora più difficili da sormontare. Manderlay è una città che rappresenta benissimo l'America profonda, in cui molti pregiudizi sono ancora da estirpare; le fondamenta di questa città si basano su una suddivisione psicologica, tanto triste quanto inquietante. E' possibile rompere le catene del potere? E' possibile uscire dagli schemi mentali che l'uomo stesso si è imposto? Queste sono solo due delle infinite domande che Lars von Trier presenta agli spettatori, mettendone in discussione ideologie e pregiudizi.
Come "Dogville", anche "Manderlay" è un film da metabolizzare e che di certo non lascia indifferenti. Da vedere e da pensare.   
()
di Salvatore Scarpato, 8 dicembre 2005.

MADAGASCAR (di Eric Darnell e Tom McGrath, 2005)

"PIACEVOLE" - Da tempo Dreamworks e Pixar si sfidano a colpi di cartoon sempre più sofisticati tecnicamente, e che tendono a rivolgersi più agli adulti che non ai bambini. L’ultimo nato della factory di Spielberg è Madagascar, storia di quattro animali in fuga dallo zoo di New York, che si ritrovano nella sopracitata isola africana pronti a riscoprire l’istinto selvaggio sopito da troppi agi e comodità. Il film è divertente e ben ritmato, specialmente nella prima parte, e se i protagonisti principali sono il leone e la zebra, spettano alla giraffa Melman le battute più riuscite; ci sono un’overdose di citazioni (da New York New York a Cast Away) e alcuni personaggi di contorno sono azzeccati, come i pinguini cattivissimi. Peccato che nella seconda parte il film ceda a qualche melensaggine tipicamente disneyana che affievolisce la sana, ironica cattiveria della pellicola: in definitiva un cartoon piacevole e rilassante, tale da far dimenticare anche l’ambigua morale di fondo, secondo cui gli animali sarebbero più felici serviti e riveriti allo zoo, che non liberi nel loro habitat naturale.  
()
di Giulio Ragni, 26 ottobre 2005

LA TIGRE E LA NEVE (di Roberto Benigni, 2005)

"PIATTO" - Dopo il successo de "La vita è bella" e il flop di "Pinocchio", Roberto Benigni prova con "La tigre e la neve" a ritrovare gli equilibri del film che gli valse tre Oscar, questa volta ambientando le vicende nella recente guerra in Iraq. Il protagonista della storia è un poeta, Attilio (Benigni), padre di due figlie. Il suo amore profondo verso Vittoria (Braschi), lo porta in Iraq in piena guerra dove la donna si trova in stato di coma a causa di un incidente bellicoso. Qui trova un collega, Fuad (Reno); i due nonostante l' amicizia che li lega, hanno opinioni contrastanti se non opposte sull'esistenza umana. Da questo momento Attilio si impegnerà nel salvare la vita della donna amata. "La tigre e la neve" è un film non riuscito in cui Benigni, nonostante il tentativo, non riesce a ripetere gli schemi de "La vita è bella" e realizza una pellicola superficiale e incongruente. Il tentativo di realizzare un film sulla poesia, di per se interessante, sfocia in realtà in citazioni fini a se stesse e del tutto prive di profondità o di interesse letterario e cinematografico. Il film non è e non crea poesia, semplicemente la cita. Le vicende narrate da Benigni, inoltre, sono del tutto prive di congruenza e di sensibilità nel loro svilupparsi. La mancanza di sensibilità, ancor più accentuata dall'atteggiamento egocentrico se non egoista del regista/protagonista, sta nel rappresentare una guerra moderna e piena di contraddizioni, senza porre alcuna attenzione su coloro che questa guerra l'hanno vissuta in maniera drammatica. Se l'espediente del gioco ne "La vita è bella", poteva in parte giustificare alcuni atteggiamenti semplicistici, qui l'artifizio del "poeta disattento" non funziona ed anzi alla lunga diventa inaccettabile. In generale, inoltre, la storia non coinvolge e gli spunti comici piazzati qua e là non solo sanno di già visto ma soprattutto non divertono. I due protagonisti, piuttosto piatti nelle loro psicologie, sono poco interessanti e difficilmente si prova empatia per loro. Anche la figura di Fuad, che a priori poteva essere molto interessante nella sua visione pessimistica della vita, è in realtà una delle meno riuscite a causa del profondo strato di superficialità che circonda tutto il film. Anche le recitazioni, se si esclude lo stesso Benigni (che del resto interpreta "se stesso"), non sono convincenti e Jean Reno sembra essere, in più di una circostanza, fuori ruolo. Deludente anche la colonna sonora di Nicola Piovani, che così come il regista, ha cercato di avvicinarsi il più possibile allo score con il quale vinse l'Oscar, ma anche in questo caso ne esce fuori qualcosa di già sentito. "La tigre è la neve" è dunque un film che non convince in nessun aspetto, forse sarebbe preferibile che un personaggio dall'inequivocabile carisma come Benigni, uscisse da quell'alone dorato di grandezza che lo circonda, per ritrovare uno spunto, magari anche meno impegnativo, che potrebbe rilanciarlo.   
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di Salvatore Scarpato, 23 ottobre 2005.

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"DICHIARAZIONE d'AMORE" - Un lungo viaggio da Roma a una Baghdad in guerra nella viva speranza di poter aiutare a guarire la moglie morente. E' un amore straripante, devastante, vincente quello che Benigni - uomo, attore e personaggio - canta in questo suo nuovo film. E' amore, è continua fiducia e speranza in quell'amore, è fiducia che quell'amore possa vincere tutto, ogni cosa, anche la più brutta. Che sia un conflitto, una malattia o uno sterminio, affrontandola col sorriso, con la gioia, l'entusiasmo, l'allegria e anche un po' di ingenuità, la serenità è più vicina. Una favola, d'accordo, ma allo stesso tempo una reale e benefica rivalutazione di quella magnifica cosa che è il Sorriso. Citazioni di Hikmet, brani di musiche diverse, poeti e animali in sogno: tutto per rendere più grande questa lunga, nuova, dichiarazione d'Amore alla Vita di Roberto Benigni. Si sorride, si ride, ci si commuove, si riflette. Straordinaria immagine è la testa di Attilio (Benigni), recluso in un campo di prigionia americano in Iraq, che scivola e s'accomoda sulla testa di un uomo arabo dai pochi denti e la barba di qualche giorno. Siamo tutti uguali. Ricchi e poveri, neri e bianchi, giovani e meno giovani. Non dovrebbe essere solo la guerra, il pericolo della morte, a ricordarlo. Benigni ci riesce regalando questo indimenticabile momento. 
(½)
di Matteo Bursi, 3 novembre 2005.

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"FEL(L)IN(IAN)O" - Con altre leggi, senza ironia la sua firma è Benigni e questa volta lo segna con zampa fel(l)in(ian)a. Non si cerca di capire il perchè degli avvenimenti, rischiando di cadere in quell'abisso ipocrita ed ipocondriaco del giudizio ma lo si racconta, lo si narra come una preghiera, perchè non lo si desidera o perchè lo si fa sognando? 
La tigre e la neve rivela e fa riemergere solo alla fine quel già di aspettato a metà della narrazione, con la stessa finta ingenuità fanciullesca.
E la poesia non c'entra? I film di Benigni non sono più poetici, di poesia ci si contorna solo la pellicola e quel nastro argenteo che colora di nominations, di poesia ci si tuffa solo descrivendo il protagonista Attilio con i suoi sogni d'amore, d'unione, di reciproco desiderio che richiama quel gusto da satyricon, nobile di interrompere il flusso di finta e (a volte si vorrebbe che fosse così), teatrale compassione nei confronti di un conflitto. 
La poesia entra in ballo, ballando col suo stesso firmatario, non solo dentro il film ma anche nel suo farsi, nel suo fuori. 
Come Attilio spiega ai suoi studenti il come (fare poesia, essere poeti o solamente-ed è poco?- essere ed esserlo-Poesia-), La tigre e la neve sono debitrici e profane di spiegarne,svelarne,sbiancarne il perchè, anche se questo era, in un primo tempo sentimento ed insieme significato appeso ad una corda, come un amico sentito e richiamato improvvisamente dall'istinto di repressione (anche artistica se la si comprende), ed insegu(ì)to e portato, come dallo stesso vento d'inquadrature, rinchiuso in una gabbia o nuvola di ... che solo Vittoria alla fine poteva incontrare.
Un film-continuazione che aspetta anche la nuova stagione e Storia cinematografica piena di ironia, "buon"senso e gusto cinico ma "benignano".
di Denise Spinelli, 5 dicembre 2005.

sabato 18 aprile 2009

LA SPOSA CADAVERE (di Tim Burton, 2005)

"DELIZIA INCOMPLETA" - L'estro creativo di Tim Burton, già quest'anno autore di uno dei film più belli della stagione: "La fabbrica di cioccolato", delizia ancora gli spettatori con "La sposa cadavere", utilizzando la tecnica dello stop motion, già impiegata dal regista californiano in "Nightmare before Christmas". Victor e Vittoria (voci originali: J. Depp e E. Watson), due giovani provenienti da famiglie di ceto opposto, sono costretti dai genitori, ad unirsi in un matrimonio vantaggioso per le rispettive famiglie. Tra i due si accende subito la scintilla dell'amore, ma le difficoltà di Victor nel memorizzare la formula nuziale, ritardano la cerimonia. Sarà proprio durante una prova che il giovane poggerà la fede nuziale sulla radice di un albero, ma in realtà si tratta del braccio della Sposa Cadavere (voce originale: H.Bonham-Carter), con la quale si ritrova legato in matrimonio. Esteticamente "La sposa cadavere" lascia stupefatto anche il regista più smaliziato. In effetti con questo film, Burton dimostra di aver migliorato la tecnica dello stop motion e di averla portata a livelli sopraffini. L'effetto straordinario delle luci sugli oggetti, le movenze e soprattutto la gestualità dei piccoli pupazzi protagonisti, raggiungono un livello prossimo alla perfezione. Straordinaria ed intelligente è l'idea alla base del film: il mondo dei vivi rappresentato in antitesi con quello dei morti. Ma al contrario dell'immaginario comune, è proprio il mondo sotterraneo dei defunti ad essere colorato, emozionante e "pieno di vita"; sulla terra, invece, i viventi trascorrono le loro grigie giornate nella più assoluta noia e monotonia. Tratto da una fiaba popolare russa, il racconto di per se affascinante, manca in qualcosa, ed è forse l'eccessiva brevità della pellicola che in se mette parecchia carne al fuoco, a non consentire ai registi (T. Burton e M.Johnson) di "completare" quello che è un film delizioso ma appunto incompleto. Manca infatti quel livello di definizione dei personaggi e soprattutto dei rapporti fra essi, che invece era meglio sviluppato ne "La fabbrica di cioccolato". In effetti è in generale che quest'opera può considerarsi inferiore rispetto a "Charlie and the chocolate factory" in cui l'ironia, la profondità dei temi e l'emotività portavano a parlare quasi di capolavoro.   
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di Salvatore Scarpato, 31 ottobre 2005.

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"COLORE VIVO" - Il mondo dei vivi è spento, il mondo dei morti è acceso. Il mondo dei morti è talmente vivo da travolgere di vita il mondo dei vivi. Questo è il significato dell'ultima, meravigliosa, opera di Tim Burton. Un film d'animazione frutto di anni e anni di duro lavoro al perfezionamento della stop motion, tecnica affascinante e molto cara al visionario e sognante regista di Burbank. La Sposa Cadavere man mano che la pellicola avanza è sempre più bella. (Personaggio e film). Nel sotterraneo e allegro mondo dei morti si torna a cantare quasi come in un vecchio cartoon disneyano. E' la vita, la passione, l'allegria che Burton infonde nella popolazione del mondo sotterraneo la vera anima del film che lo riempie di un incantevole colore vivo.   
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di Matteo Bursi, 30 novembre 2005.

L'ARCO (di Kim Ki-Duk, 2005)

"POESIA FOLGORANTE" - Un bellissimo film, intenso, sincero e soprattutto poetico. Ancora una volta il grande regista coreano kim-ki-duk, già autore dei bellissimi "ferro 3" e "la samaritana", ci colpisce al cuore, ma non con le parole dei protagonisti, bensì attraverso delle bellissime immagini. Il film, presentato all' ultimo festival di cannes nella sezione un certain regard, racconta l' amore di un vecchio pescatore per una giovane donna, reclusa fin da bambina nel suo barcone. Ed è proprio grazie allo strumento emblematico del film, l' arco, che scaglia frecce d' amore e di morte allo stesso tempo, che il vecchio esprime tutto il suo amore per la ragazza; a volte lo usa come uno strumento musicale da cui escono dolci note, a volte lo trasforma in un'arma micidiale, pronta a scacciare le insidie degli uomini che provano a mettere le mani sulla ragazza. Il sogno del pescatore di sposare la ragazza si infrange quando il vecchio non può e non riesce a scacciare l 'ultima vera insidia: quella del primo amore. Lo ripeto, kim-ki-duk è un autore straordinario e riesce ad esprimere con le immagini quelle emozioni inesprimibili a parole. I due protagonisti, il pescatore interpretato da jeong jeons-hwang e la ragazza dalla giovane han yeo-reum, danno il meglio di sè e le loro espressioni sono folgoranti come sono folgoranti le frecce scagliate dal vecchio pescatore innamorato.
di Federica Serfilippi, 23 novembre 2005.

LA MARCIA DEI PINGUINI (di Luc Jacquet, 2005)

"ON THE ROCKS" - Meritato Jacquet. Documentario "on the rocks" sul ciclo vita del magnifico pinguino imperatore nel deserto antartico. La marcia dei pinguini raccoglie un meritato e sicuro successo,per un prodotto che resta in sospeso tra documentario e film,con la voce trasformista fuori campo di un caparbio Fiorello che tenta di alleviare i toni di un impresa drammatica e romantica che si compie al terzo giorno di ogni anno. Poesia e tenerezza s'alternano nel tentativo di relazione e trasmissione di se stessi nell'apocalittico scenario,noi stiamo a guardare idealizzando.
di Alessio Novarelli, 24 novembre 2005.

LA FABBRICA DI CIOCCOLATO (di Tim Burton, 2005)

"GIOIELLO & OSCURO" - Esistono pochi registi in grado di proiettare lo spettatore in un universo magico e fiabesco, ed uno di questi è senz’altro Tim Burton. Anche quando, come in questo caso, la materia da cui il regista attinge non è un parto esclusivo della sua fantasia, Burton riesce a trasformarlo in qualcosa di assolutamente personale: così se l’originale era una zuccherosa favola per bambini, ora diventa un’esplorazione del lato oscuro dell’ennesimo freak nato da un’artista mai conciliato nel mondo in cui vive. Dopo un inizio narrativamente un po’ farraginoso, con alcune lungaggini di troppo – come il racconto delle gesta del giovane Willy Wonka – la storia prende letteralmente il volo con l’entrata in scena di Wonka/Johnny Depp: pelle bianchissima, vestito in maniera assurda con grossi occhiali e cappello, l’anfitrione della magica fabbrica elimina uno dopo l’altro tutti i bambini e i loro insopportabili genitori, con l’aiuto degli spassosi Oompa Loompa, a cui spettano gli esilaranti numeri musicali di accompagnamento.
Come il mostruoso pinguino di Batman il ritorno, come il detective da incubo di Sleepy Hollow, i comportamenti del protagonista hanno origine da un trauma infantile, costretto ad indossare un terrificante apparecchio per i denti dal padre dentista; fa dunque capolino l’eterna storia di emarginazione e solitudine del diverso, che rappresenta il vero cuore poetico di tutti i film del regista, che non rinuncia anche ad altri leitmotiv (come la neve) assolutamente caratteristici della sua filmografia. Il film si chiude con un happy end come nell’originale, ma l’abbraccio tra padre e figlio, con annesso rumore dello strofinarsi dei guanti e dei vestiti di latex, è un gioiello insieme di humour nero e romanticismo struggente. 
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di Giulio Ragni, 26 ottobre 2005.