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mercoledì 20 maggio 2009

FLAGS OF OUR FATHERS (di Clint Eastwood, 2006)

Tre nomi, tre garanzie di qualità. Su questo, pochi dubbi. Clint Eastwood ritorna alla regia dopo due capolavori come "Mystic River" e "Million Dollar Baby"; Paul Haggis torna alla sceneggiatura dopo aver diretto il bellissimo "Crash" e dopo aver sceneggiato alla grandissima Million Dollar Baby; Steven Spielberg produce ancora dopo aver diretto il bellissimo "Munich" . Cosa può uscirne fuori se non un grande film? Si tratta di "Flags of our Fathers", uno dei film più attesi della nuova stagione. Tratto dal romanzo Flags of Our Fathers: Heroes of Iwo Jima di James Bradley e Ron Powers, il film narra la storia dei sei soldati americani che sollevarono la bandiera americana a Iwo Jima, quando la Seconda Guerra Mondiale stava per concludersi, dal punto di vista di Bradley, il figlio di uno dei sei soldati. Nel cast tutti attori giovanissimi: Ryan Phillippe (attore in Crash di Haggis, tra l'altro), Jesse Bradford , Adam Beach, Paul Walker e Jamie Bell. Una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale ricordata dal mondo per quell'immagine che vede sei soldati issare un pennone con la bandiera a stelle e strisce. Era solo il quinto giorno di una battaglia che sarebbe durata più di un mese quando un gruppo di soldati venne incaricato di issare quella bandiera. 
Non un segno di vittoria, e nemmeno una foto originale, solo un piccolo passo verso la conquista dell'isola, ma che agli occhi di chi stava combattendo la guerra da casa propria, con l'arma della propaganda e del denaro, divenne un regalo della provvidenza. Non ha importanza, non l'ha avuta ai tempi, almeno, che l'immagine non fosse stata scattata a battaglia ormai vinta; che per evitare che la bandiera originale finisse nelle mani di un politico in visita sull'isola un comandante avesse deciso di fare sostituire il drappo originale, da alcuni soldati, poi ritratti nella foto e venduti al mondo come eroi. Nessuna importanza, per i burattinai, che i nomi dei soldati ritratti nella foto non fossero quelli esatti e che i tre sopravvissuti, interpretati da Ryan Philippe, Jesse Bradford e Adam Beach, avessero più che una remora nell'ingannare l'America e la memoria dei loro commilitoni. 'Flags of our Fathers' è tutto questo, raccontato con lo stile di Eastwood, e con un ricorso quasi maniacale al salto temporale, il passato, il presente e il futuro dei tre protagonisti si alterna sullo schermo e dà origine a un film che non lesina certo scene forti o di battaglia, ma che vive soprattutto raccontando le vite dei tre soldati, il percorso che li ha portati alla guerra e quello successivo al ritorno in patria. Che sia un altro Oscar per il coraggioso Clint Eastwood? Ce lo auguriamo a questo punto...
Giudizio   (legenda).  
Battista Passiatore, 30 novembre 2006.

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Dopo due anni dallo splendido “Million Dollar Baby”, Clint Eastwood torna alla regia di un film. La pellicola, ancora una volta sceneggiata da Paul Haggis, si basa sulla famosa foto scattata nel febbraio 1945 che ritraeva 6 soldati americani nell’atto di piantare la bandiera degli Stati Uniti d’America sulla cima del monte Suribachi, sfondo della sanguinosa battaglia di Iwo Jima durante la seconda guerra mondiale. Lo spunto del regista californiano è di sicuro molto interessante: così come allora anche oggi durante una guerra, il primo obiettivo delle due parti è non solo prevalere sull’avversario, ma anche semplicemente far crederlo di riuscirci. Quella foto infatti scattata solo nei primi giorni di quella che sarebbe stata una battaglia cruenta venne sfruttata dagli americani come base di una propaganda mirata a finanziare la campagna militare americana.
La storia di tre degli uomini che installarono la celebre bandiera (o presunti tali) costituisce il fulcro principale del film. Essi, loro malgrado, diventeranno eroi in patria, nonostante sappiano di aver combattuto semplicemente per la propria sopravvivenza. Ed è proprio la contraddizione che vivono i personaggi uno dei temi più interessanti sviluppati da Eastwood. I tre, infatti, non solo devono sopportare un profondo turbamento interiore sentendosi non all’altezza dell’importanza conferitagli, ma sono anche costretti a fare da manifesto alla campagna militare e ad effettuare veri e propri spettacoli celebrativi. Una nota particolare la merita la colonna sonora, questa infatti composta dallo stesso Eastwood (così come avveniva anche in “Million Dollar Baby”), riesce ad essere nella sua estrema semplicità, molto efficace nel suo intento di accompagnare le immagini senza sovrastarle, difetto riscontrabile in parecchi film. Piuttosto convincenti le recitazioni, seppur senza alcuno spicco; eccellente invece la regia anche se la prima parte, costituita dalla battaglia fra i soldati americani e quelli giapponesi sull’isola di Iwo Jima, non riesce ad essere emotivamente coinvolgente quanto ad esempio l’inizio di “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg (tra i produttori di “Flags of our fathers”) che ritraeva lo sbarco in Normandia con un realismo assolutamente inavvicinabile. “Flags of our fathers” è un film meritevole e degno di lode, nonostante ciò ci si poteva aspettare qualcosa in più dalla coppia Eastwood-Haggis (vincitori degli ultimi due premi Oscar per i propri film); infatti l’opera non riesce a raggiungere gli altissimi livelli di “Million Dollar Baby” e “Crash”.
Giudizio   (legenda).
Salvatore Scarpato, 13 gennaio 2007.

DOPO IL MATRIMONIO (di Susanne Bier, 2006)

INTIMO - Niente a che fare con vecchi stereotipi nordici. Questo film, della eccellente regista danese Susanne Bier, ha ben poco di freddo e si caratterizza per una buona dose di tensione presente nei rapporti tra i protagonisti. Dopo il matrimonio si apre e si chiude in India, là dove un uomo danese si è rifugiato dall'odiato ricco mondo per scegliere di aiutare con tutto sé stesso i poverissimi bambini di Bombay. Ma Jacob dovrà tornare a Copenaghen allettato da una ricca offerta di beneficenza fatta da un miliardario danese (Jørgen).
Dietro a questa strabiliante offerta di beneficenza verso i bambini indiani, si nascondono in realtà segreti inconfessati, una figlia che non conosce il proprio padre, un uomo che non vuol far sapere della sua malattia e una donna che a sua insaputa si troverà in mezzo ai due uomini che ha amato: suo marito e il padre di sua figlia. 
Susanne Bier punta molto sui dettagli; gli occhi si ritrovano lungo tutte le due ore di pellicola. Occhi di uomini, occhi di donne e persino occhi di cervi imbalsamati. Un’ossessione che scorre via leggera, non risulta affatto ridondante ed è ottimamente inserita nell’evolversi dell’intreccio. 
Non mancano neppure colpi di scena in questo film, del quale non si possono non apprezzare i colori (sia in India che in Danimarca, negli esterni come negli interni) e gli interpreti, soprattutto i due veri protagonisti della pellicola di Susanne Bier: Mads Mikkelsen (il tormentato e diviso Jacob) e Rolf Lassgård (il ricco, quasi alcolizzato, ma…in fondo generoso Jørgen). L’inizio è lieve e appassionato, proseguendo si fa più complesso, difficoltoso e intimo. 
Tutto nasce dopo il matrimonio…
Giudizio   (legenda).  
di Matteo Bursi, 16 gennaio 2007.

DIARIO DI UNO SCANDALO (di Richard Eyre, 2006)

Diciamolo subito: Diario di uno scandalo poteva essere uno dei migliori film di questa stagione cinematografica, che pure vanta notevoli titoli. Aveva tutti i numeri giusti: due attrici straordinarie, una storia coinvolgente e originale, personaggi torbidi e ben tratteggiati, un regista che aveva già dimostrato la sua bravura in film come Stage beauty. 
Non è stato un fallimento completo, anzi. Ma di certo Diario di uno scandalo avrebbe potuto essere un capolavoro, e il signor Eyre si è giocato questa possibilità: assoldando un compositore come Philip Glass (Identità violate) che non ha saputo fare il suo lavoro, prima di tutto, e che ci ha ricordato come una colonna sonora sia fondamentale per un film. Alzi la mano chi, guardando Diario di uno scandalo, non ha pensato neanche una volta che per musicare quelle sottili atmosfere emotive non ci voleva un genio come Howard Shore.
E bisogna dire che nemmeno la regia è stata all’altezza. Incapace di seguire bene le interpretazioni, quelle davvero straordinarie, di Dench e Blanchett, Eyre non raggiunge i vertici di bravura di Stage beauty, e il perché è un mistero. Forse la storia non gli piaceva, non gli calzava bene. Ma è strano, visto che, dati i precedenti, sembra proprio adatta a lui. Un’anziana professoressa che sviluppa un attaccamento ossessivo nei confronti della collega più giovane, e spaventata dalla solitudine al punto da ricattare la donna per ottenere da lei attenzione. Non mancava niente, nemmeno la pedofilia. Eppure una regia che avrebbe potuto essere migliore e una sceneggiatura non mediocre, ma pur sempre abbastanza banale, rendono Diario di uno scandalo una prestazione inferiore a quello che avrebbe potuto essere. 
Tuttavia, come ho già detto, non è stato un fallimento totale. Perché i personaggi e i temi trattati erano troppo belli, troppo interessanti per rendere brutto il film. La professoressa Barbara (Dench, da brivido) incarna alla perfezione la solitudine del nostro tempo e il pericolo (reale) della pazzia a cui essa può costringere ciascuno di noi. E il personaggio straordinario di Sheba (Blanchett, perfetta nel ruolo) pone al centro della nostra riflessione temi bollenti come il decadimento della famiglia e la depressione, nonché la fragilità dell’individuo, che davvero conduce ad azioni impensabili. Meritatamente candidate entrambe le attrici per gli oscar 2007, buone le prestazioni degli altri attori (Bill Nighy in testa) e ottimo il finale che riscatta quasi in pieno i limiti della regia e della colonna sonora, e rende comunque Diario di uno scandalo un film da vedere.
Giudizio (legenda).  
di Chiara Palladino, 13 marzo 2007.

CUORI (di Alain Resnais, 2006).

"LA NEVE CADE TENUE SUI CUORI" - La neve accompagna lo spettatore lungo tutto il nuovo film di Alain Resnais. Sei persone si vengono a trovare sole. L'occhio indiscreto dell'autore diHiroshima mon amour viaggia all'interno dei cuori e delle situazioni di questi sei personaggi protagonisti. Tutto il film è come un prolungato zoom all'interno dei sentimenti di quei tre uomini e di quelle tre donne. Non c'è una grossa evoluzione dall'inizio del lungometraggio al termine, è uno spaccato delle sei esistenze all'interno di una Parigi perennemente baciata dalla neve.
Ogni cambio di situazione è sottolineata da dissolvenze segnate dalla neve che cade tenue sopra i personaggi. I loro cuori, veri protagonisti di quest'opera francese, non sono freddi ma la solitudine dei sei si manifesta nell'incapacità di proporsi al meglio, causa fraintendimenti, incomprensioni, difficoltà, al mondo esterno. Su tutte spicca l'incompleta essenza di Gaelle, giovane ragazza parigina che colleziona sfortunati appuntamenti al buio, sui quali puntava molto per raggiungere una felicità compromessa. Il rifugio domestico di Gaelle e del fratello Thierry risulta il vero centro di questa incompleta felicità dei sei cuori francesi raccontati da Resnais. La fotografia ottimamente eseguita sottolinea le grosse performance degli attori (Arditi, Dussolier e Azèma su tutti) tra le quali convince anche l'intensa interpretazione oltralpe di Laura Morante. La neve cade tenue ed incessante sui cuori della Parigi contemporanea.
Giudizio½   (legenda).  
di Matteo Bursi, 3 gennaio 2007.

domenica 19 aprile 2009

BOBBY (di Emilio Estevez, 2006)

"DOLCE RICOSTRUZIONE DEL SOGNO SPEZZATO" - E’ una delle pagine nere della storia d’America. Gli Stati Uniti avevano già perso JFK e Martin Luther King. Il sogno si spezzò quando Robert F.Kennedy venne ucciso il 6 giugno 1968 all’hotel Ambassador di Los Angeles. Emilio Estevez, alla sua prima grande regia (è anche attore nel film), affronta con coraggio l’assassinio del senatore in cui gli States riponevano le proprie speranze per un futuro migliore. Per il regista newyorchese, figlio di Martin Sheen (che recita nel film), si trattava di un’impresa dura. L’ha affrontata con coraggio e la sua carrellata di ventidue vite da immortalare all’hotel della tragedia si può considerare riuscita in pieno. Non è una biografia, è uno spaccato delle ultime ore della vita di Robert Kennedy (ma per tutto il film sarà per tutti Bobby) visto attraverso gli uomini, le donne, gli eventi, le speranze e le problematiche dell’Ambassador. L’intreccio delle ventidue storie è complesso, Estevez ha però dalla sua un cast all-star che non si vedeva da un pezzo, e che aiuta lo spettatore identificando volti noti e stranoti nei molti personaggi del film. Così ci troviamo di fronte a un Anthony Hopkins portiere in pensione che non riesce a lasciare il suo posto all’hotel. Sarà proprio lui a ricevere il senatore all’Ambassador. Per non parlare di Sharon Stone in versione parrucchiera tenace-moglie tradita, una dimostrazione di forza che mancava da un po’... Demi Moore cantante in crisi di alcool, Helen Hunt aristocratica più attenta alle scarpe che al marito, Laurence Fishburne cuoco saggio alle prese con una multietnica cucina (spicca tra gli altri Freddy Rodriguez), William Macy direttore dell’albergo con una relazione extraconiugale e ancora Cristian Slater al suo ennesimo ruolo da cattivo, ma sotto sotto non lo è totalmente, Joshua Jackson maturato e perfetto politico, Elijah Wood post-Frodo che sposa una discreta Lindsay Lohan per non andare in Vietnam, Heather Graham centralinista amante del capo e come detto la famiglia Estevez: Emilio è il marito frustrato della Moore e Martin Sheen è sposato con la sofisticata Hunt.
Un puzzle difficile che riesce a risultare semplice e avvincente. Ci accompagna per tutto il film la (grande) figura di Robert Kennedy, le sue parole, i suoi discorsi, il suo volto. Non è una biografia, è un omaggio. Un omaggio multirazziale ad un sogno americano spezzato. Difficile dividere il fascino documentaristico-storico di Kennedy dall’opera di Estevez, il regista ci ha lavorato per anni e quello che ci lascia è un’opera eccellente.
Quello che Bobby rappresentava per tutti coloro che credevano in lui, rimane nel sorriso del giovane Dwayne, futuro segretario dei trasporti, all’uscita del suo primo incontro con il senatore Kennedy. Splendida la sequenza con in sottofondo Sound of Silence di Simon & Garfunkel. Emozionante!
Giudizio (legenda).  
di Matteo Bursi, 26 gennaio 2007.

BLOOD DIAMOND (di Edward Zwick, 2006)

Africa. Un villaggio di povera gente, capanne di paglia, terreno sabbioso, uomini con vecchi vestiti e sandali. S., padre di famiglia, suo figlio D., che ogni mattina percorre 2 chilometri e mezzo per recarsi a scuola, sua moglie e altre due figlie più piccole. Una vita povera, poco serena a causa della costante minaccia della guerriglie, ma piena, basata sulla reciproca fiducia. 
Africa. Il RUF, un gruppo che lotta contro il governo per il potere : rapisce, indottrina, arma e droga bambini anche molto piccoli per aumentare la propria forza armata. Si fa credere ai piccoli che loro facciano parte di qualcosa di importante,di giusto, di sicuro per il loro futuro e quello dell'intera nazione. Si fa credere loro che basti imbracciare un' arma per ottenere ciò che
desiderano. 
Africa. H., un uomo bianco di 31 anni nato in Sud Africa e sempre vissuto in Africa, contrabbanda diamanti e armi, freddo, opportunista, conosce tutti i trucchi del mestiere e si destreggia bene in qualunque situazione precaria perchè lui conosce quel popolo, conosce quelle strade. Paesaggi bellissimi, incontaminati, verdi e rigogliosi, totalmente discordanti dai luoghi dove vive l'uomo, dai centri urbanizzati, dunque, e dai campi profughi, sterminate distese di baracche. In questi luoghi la vita umana non vale più nulla, c'è sporco, puzza di cadaveri, macerie, per gli scontri armati che sono appena finiti ma che probabilmente si ripresenteranno il giorno dopo. Tutti vogliono i diamanti, il governo, il RUF, H., tutti vogliono spremere la terra rossa africana. In mezzo al pandemonio la gente comunque vive, comunque spera, nonostante quella costante presenza di morte e paura che avvolge, in modo intermittente, le vite di tutti.
Le vite di H. e S. ad un certo punto si incontrano, a causa di un grosso diamante da 10 carati che può realizzare i loro più grandi desideri : per Hitch quello di lasciare per sempre l' Africa, per S. quello di rivedere finalmente la sua famiglia, dalla quale ha dovuto separarsi : infatti durante una improvvisa retata del RUF al villaggio egli viene portato via e costretto a lavorare nelle miniere di diamanti. Per realizzare i loro desideri dovranno lavorare insieme, Solemon sa dove ha nascosto quel diamante trovato per caso durante il suo breve periodo di schiavitù, H. è il solo che può permettergli di raggiungere vivo la miniera. 
Un film avvincente, con ampio uso dell'azione, ma troppo americano, urla le cose quando potrebbero anche solo essere sussurrate, la sofferenza viene mostrata in modo talmente enfatizzato quasi come a offenderla, essa è e deve rimanere un sentimento interiore, soggettivo, dipingerla a quel modo, renderla uguale per tutti, la svilisce infinitamente.
Il regista inoltre utilizza dei cliché tipici del film americano, i quali portano la pellicola a dei crolli
intermittenti di stile : S., uomo semplice, a volte quasi stupido, ma buono, puro, totalmente estraneo a qualsiasi forma di malvagità o azione per proprio tornaconto; la presenza femminile che redime H., che gli fa ricordare di avere un cuore. Lo stesso ruolo, ma interpretato da un uomo, avrebbe alleggerito il film dei soliti passaggi melensi e commoventi.
Credo infine che non dovrebbe essere un film a dover sensibilizzare la gente, ma al contrario, dovremmo essere noi a voler conoscere quello che ci sta intorno. Ma al giorno d'oggi non è così, molte persone non si informano, molte persone devono essere stupite per interessarsi a qualcosa lontano dal loro piccolo nucleo esistenziale. Questo film avrà sicuramente portato molti alla riflessione : ciò che si vive e ciò che si ha è prezioso, tremendamente prezioso e noi troppo spesso diamo per scontato di poterci svegliare vivi ogni giorno.
Giudizio  (legenda).  
di Claudia Costanza, 1 febbraio 2007.

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Edward Zwick, un misconosciuto cineasta che dopo il buon successo de "L'ultimo Samurai" con Tom Cruise, ci aveva abituati ai tipici blockbuster hollywoodiani che fanno manbassa al box-office. Tra lo stupore generale invece, il regista (e anche produttore) Zwick torna sugli schermi con "Blood Diamond", un blockbuster questo sì , capace però di unire lo spettacolo-entertainment con un bell'esempio di cinema di denuncia, impegnato socialmente-politicamente e se vogliamo eticamente, senza strafare con le intenzioni, anzi riuscendo a mantenere un certo raffinato equilibrio tra i due elementi (e non è una cosa banale e scontata; uno degli ultimi film di questa sostanza è stato il futurista "I figli degli uomini" di Alfonso Cuàron). I rischi sono sempre quelli di banalizzare e volgarizzare le tematiche da una parte e di incespicare in lunghi e noiosi "fuori onda" fatti di “nomi” e “fatti”, che rischiano di mandare a monte l'intento principale del film e cioè gli incassi al bottheghino. Blood Diamon da questo punto di vista riesce laddove un film ricco di presupposti come "Syriana" aveva fallito: abbassa, stempera con il dramma la sua potenziale carica di denuncia per incontrare una fetta di pubblico più ampia. Il film riesce a reggere gli oltre 140 minuti su cui è spalmata, non concedendo nulla o quasi al contrappunto sentimentale della vicenda (i due belli non si baciano nemmeno), e concentrandosi quasi totalmente sull'azione, sui combattimenti. Ne escono così due ore di battaglie, rappresentate al limite del realismo soft che le major consentono, e che pongono con discreta forza anzitutto il tema delle numerose guerre civili che dilaniano il continente africano, e in secondo luogo l'incresciosa situazione dell'importazione illegale di diamanti in Europa, il cui flusso di denaro va ad alimentare violenze e (come da titolo) sangue. Un'altra nota positiva infine, riguarda l'ottima forma dell'intero cast; a partire dal sempre più bravo Leonardo Di Caprio che dimostra la sua piena maturità artistica (come d'altronde aveva già fatto in parte in "The Departed"), a Djimon Hounsou ottimo comprimario (già spalla di Russel Crowe ne "Il gladiatore") per finire con una concreta e ritrovata Jennifer Connelly. Un lodevole film di ricerca e di denuncia, al quale il protagonista Di Caprio ha partecipato attivamente anche sul fronte politico-sociale.
Giudizio ½  (legenda).  
di Battista Passiatore, 4 febbraio 2007.

BLACK DHALIA (di Brian De Palma, 2006)

"IL RITORNO A META' DI DE PALMA" - Il 2006 è stato l’ anno che ha segnato il ritorno di Woody Allen (Match Point) e di Pedro Almodovar (Volver): pensavo fosse anche quello di De Palma. Infatti “The black dahlia”, tratto dall’ omonimo romanzo di James Ellroy, non convince e non riesce mai a decollare del tutto. La storia, vera, descritta come l‘evento più scottante dopo la bomba atomica, si basa sul ritrovamento del corpo mutilato e tagliato perfettamente a metà di Elizabeth Short, un‘aspirante attrice, nella Hollywood anni ’40, ricostruita dallo scenografo premio oscar Dante Ferretti. L’ indagine viene affidata a due poliziotti con un passato da pugili, mr.Ice Bucky (Josh Hartnett) e mr.Fire Lee (Aaron Eckhart), che verranno pian paino risucchiati in un turbine di violenza, nuovi delitti e scomode verità. E mentre Lee, ossessionato sempre più dall’ indagine che non sembra avere vie d’ uscita, mette in pericolo la sua relazione con Kay (una Scarlett Johansson un po’ in ombra), Bucky cade nella morsa della ricca e controversa Madeleine (Hilary Swank), che sembra misteriosamente implicata nell’ omicidio.
De palma manipola con maestria sogni, paure e ossessioni dell‘antica Hollywood, ma la sua non è una regia sempre lineare. Infatti dirige con mano sicura le sequenze secondarie del film, come gli splendidi filmati in bianco e nero di un’eccezionale Black Dahlia, impersonata dalla sorpresa Mia Kirshner, mentre l‘intreccio della storia spesso si sviluppa in modo poco chiaro e comprensibile. Per quanto riguarda le interpretazioni, quelle femminili battono di gran lunga quelle maschili. Una su tutte, come già detto, spicca quella di Mia Kirshner, la vera protagonista, perfetta con quegli occhioni languidi nei panni di una insoddisfatta e malinconica Dahlia Nera.

Federica Serfilippi, 25 ottobre 2006.     

BLACK BOOK (di Paul Verhoeven, 2006)

Al nome di Paul Verhoeven, la prima parola che viene in mente è provocazione. Sin dai suoi primi film olandesi infatti, così come per le pellicole filmate ad Hollywood, questo regista si è caratterizzato per la sua ambiguità e il suo anticonformismo, risultando spesso, agli occhi di una certa critica vecchio stampo, irritante, volgare, erotomane, sadico, nazista.
Con Black Book Verhoeven torna in Olanda per firmare un episodio poco noto della Resistenza, durante la Seconda Guerra Mondiale: lo scandalo del film sta nel mostrare nazisti non soltanto come cattivi da fumetto, ma anche capaci di amare ed essere generosi con i propri nemici; in una parola, “buoni”. E se a questo aggiungiamo che la Resistenza si macchia di crimini analoghi ai feroci tedeschi, et voila, ecco a voi le immancabili discussioni. Ma al di là delle polemiche fini a se stesse, allo spettatore Verhoeven consegna un thriller spionistico di buona fattura, dal solido impianto narrativo e con una protagonista eccellente, Carice Van Houten, una scoperta per il pubblico internazionale, nella parte della spia infiltrata tra i tedeschi. Dall’apprendistato hollywoodiano il regista acquisisce la capacità di tenere inchiodata l’attenzione del pubblico, principalmente attraverso un montaggio mozzafiato: qua e là si intravedono cedimenti spettacolari che inevitabilmente fanno pendere il film sul versante della superficialità, a scapito della compattezza e dell’analisi storica. Ma è altresì vero che il cinema di Verhoeven sa guardare (letteralmente) più in basso degli altri, affrancando il film dalla sensazione di deja vu: quanti avrebbero osato girare una scena come quella della decolorazione dei peli pubici? Verhoeven si sporca le mani con materiali bassi per puntare in alto, e a confermarlo potremmo citare certi picchi splatter del finale, o la controversa – e a tratti insostenibile – sequenza delle umiliazioni che la protagonista deve subire dai suoi compagni a guerra finita, credendola una doppiogiochista. Un pugno allo stomaco che non lascia indifferenti, che è poi la vera mission del cinema verhoeviano, essere memorabile, esistere, nella sua incombente e viscerale drammatizzazione.
Giudizio½  (legenda).  
di Giulio Ragni, 9 marzo 2007.

BABEL (di Alejandro Gonzàles Iñàrritu, 2006)

Un dramma dopo l’altro, questo è “Babel” l’ultimo lavoro del regista messicano di “Amores perros” e “21 grammi - il peso dell’anima”: Alejandro Gonzàles Iñàrritu. Il titolo riprende la leggenda della torre di Babele, la torre di cui si narra nella Bibbia. Secondo questa leggenda, gli uomini, un tempo, comunicavano per mezzo di una sola lingua, e di comune accordo cominciarono a costruire una torre per raggiungere il cielo. Dio però infuriatosi per l’oltraggio recato dagli umani, decise, per punizione, di creare confusione fra le genti facendo sì che parlassero lingue diverse. In tal modo impedì che la costruzione della torre fosse portata a termine. Il titolo è dovuto all’intenzione del regista di raccontare la difficoltà che hanno gli uomini nel comunicare fra loro. La trama è divisa in tre vicende, collocate in 3 continenti diversi ma legate fra loro. Una parte è ambientata in Marocco dove due coniugi: Richard e Susan (B. Pitt e C. Blanchett) sono andati in vacanza per fuggire dalla quotidianità. 
Ben presto la loro permanenza in Africa diventerà tragedia a causa di un’ incidente che coinvolgerà proprio Susan. Un’ altra parte è ambientata in America, dove una governante messicana si occupa di due bambini americani, ignorati dai genitori; infine la terza parte ha come set il Giappone dove protagonista è una adolescente sordo-muta e disturbata dopo la morte della madre. “Babel” è un film che non lascia speranza, è un film che racconta un mondo tragico all’inverosimile ed è un film estremamente ricattatorio nei confronti dello spettatore. Uno dei difetti più marcati della pellicola sono i personaggi (elemento fondamentale in un film corale come questo). Essi infatti risultano finti e soprattutto senza anima, così come senza anima è l’intera opera.  Troppo comodo è trattare argomenti tragici come suicidio, incidenti, morti premature, nel tentativo di regalare facili emozioni. Anzi, il film a causa della sua superficialità è arido e freddo per quasi tutti i 135’ di pellicola. 
Mal riuscito è anche il tentativo di creare una storia ad incastri, in quanto i legami fra le varie vicende sono abbastanza irrilevanti nell’analisi complessiva del film. Non eccezionali, anzi al limite della mediocrità le interpretazioni; alquanto ridondante la regia, seppur ben curata e visivamente affascinante. E’ probabilmente arrivato per Iñàrritu il momento di dare una svolta al proprio cinema, un cinema troppo gratuitamente tragico, tanto che a lungo andare è diventato fasullo e difficilmente sostenibile.

Salvatore Scarpato, 30 ottobre 2006.     

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"INCOMPIUTO" - La tragicità efficace dell'ultimo 21grammi non è ripresa in questo Babel. Riprendo un vecchio adagio calcistico per riassumere in poche parole il nuovo film di Alejandro Gonzales Iñàrritu. "Buona l'idea, non altrettanto la conclusione." Sia ben chiaro che adattando il motto sportivo al lungometraggio in questione non si tratta di conclusione ma bensì di realizzazione nel suo insieme. Tre storie a tre capi diversi del pianeta concatenate tra loro: premessa interessante ma le attese non vengono rispettate e per qualcosa come sessanta minuti (dei 135 totali) il film non si fa guardare. La violenza sembra esibita all'interno di una tragedia un po' troppo gratuita. La psicologia dei personaggi è inesorabilmente debole, soprattutto per i quattro protagonisti di spicco delle vicende (Pitt, Blanchett, Bernal e Kikuchi). Sembrano ad un primo distratto sguardo tutti caratteri forti e curati ma lasciano pian piano trasparire una, fastidiosissima, aura di superficialità. La non riuscita del film si completa con i futili e trascurabili legami che le vicende presentano tra loro. Se la paradossalità della concatenazione di tre vicende disperse nel globo si risolve con la parabola del fucile fatale alla turista americana regalato da un ricco giapponese (con qualche scheletro nell'armadio e una sessualmente squilibrata figlia sordomuta) ad un povero marocchino che poi lo rivenderà sulle sue montagne per qualche spicciolo e una capra, il film, inevitabilmente, crolla su se stesso.

Matteo Bursi, 14 dicembre 2006.     

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I film a tesi hanno sempre dei grossi limiti di partenza, insiti nella loro stessa natura dimostrativa: nel caso di un regista come Alejandro Iñarritu, questi limiti possono trasformarsi in un vero e proprio handicap, che ne inficia qualsivoglia giudizio critico. Per i suoi detrattori, queste storie incrociate sul filo di tesi piuttosto ardite, che siano il peso dell’anima di 21 Grammi o l’eventualità che una tragedia che accada in una parte del mondo possa avere ripercussioni verso luoghi e persone lontanissime come in questo Babel, risultano alquanto indigeste. Ma se andiamo oltre la superficie programmatica delle sceneggiature di Arriaga – che è la vera testa pensante di queste storie – riscontriamo più di un punto a favore del regista messicano: innanzitutto la direzione degli attori, davvero ottima, che siano non professionisti o star come Gael Garcia Bernal (scoperto proprio da Iñarritu in Amores Perros) e Brad Pitt; circa poi i temi di fondo del film, essi valgono molto di più di ciò che emerge dalla superficie. Ciò che resta di Babel, più della tesi di base, è la profonda incomunicabilità e la solitudine che ca-ratterizza i personaggi, data non tanto dal parlare lingue diverse, ma linguaggi diversi. La coppia in crisi, il rapporto padre-figlia, lo scontro con l’autorità (sia al confine messicano che nel deserto marocchino) sono tutti esempi di codici linguistici in contrasto fra loro: parlano la stessa lingua, ma non sanno comunicare. I personaggi sono mossi da motivazioni più profonde rispetto a quanto potrebbe sembrare ad un primo sguardo, e l’accusa di aridità emotiva è francamente discutibile, poiché il regista evita il patetismo, ma non l’emozione, che traspare nonostante il compiacimento stilistico, disinnescando qualsiasi forma di ricatto nei confronti dello spettatore, a costo di eccedere nella sottrazione e nella rinuncia a climax melodrammatici. 
Come padronanza di racconto Iñarritu migliora ad ogni film, il suo stile fatto di salti temporali in Babel è molto più controllato e al servizio della storia rispetto alle pellicole precedenti, e certi pezzi di bravura sono da antologia (il lavoro sul sonoro nell’episodio giapponese –il migliore – per rac-contare il disagio della protagonista, il vagheggiare nel deserto della tata messicana, la telefonata tra Brad Pitt e i figli). E i più scettici si riguardino la scena della ritrovata intimità della coppia Pitt/Blanchett, con lui che aiuta la moglie ferita a fare pipì: in mano ad un altro la sequenza sarebbe potuta entrare negli annali del trash e del ridicolo involontario.
Anche se le tesi di partenza sono irritanti, pretestuose e a volte insostenibili, teniamocelo stretto Iñarritu, perché i talenti vanno sempre incoraggiati, e chissà che al prossimo film (magari senza Arriaga) questo regista non metta tutti d’accordo.

Giulio Ragni, 15 dicembre 2006. 

ROMANZO CRIMINALE (di Michele Placido, 2005)

"QUASI-CAPOLAVORO" - Incalzante e febbrile. Torna finalmente il crime-movie anni '70, che fu il genere esportato oltreoceano che fece conoscere il nostro cinema al mondo. Il film di Placido è un ritorno al passato; prova lo è che la vicenda parte proprio ambientata in quegli anni '70 e in quelle strade umide e pericolose, rappresentando la nascita di una gang criminale dalle sue radici, partendo dall'infanzia.
La banda della Magliana, peraltro mai nominata esplicitamente nel film, nasce cresce e si estinguerà in venti anni, vivendo sullo sfondo di un periodo socio-politico oscuro, ben rappresentato e palpabile, in cui vengono a darci mano documenti e immagini di repertorio catalizzati dalla tv.
Tra tradimenti e complotti, sparatorie e vendette, intrighi politici e indagini poliziesche, e spaccati di vita privata dei protagonisti, il film è un martello che picchia forte il ferro sull'incudine e che lascia pochi attimi di respiro allo spettatore, trainato da una splendida colonna sonora e ben rappresentato da una fotografia livida e umidiccia, di grande caratura.
Placido, ispirato nell'impianto narrativo a "C'era una volta in America" di Leone, ha realizzato un film riuscito nell'intento del titolo che lo presenta, appunto "romanzo..." E si fa vedere senza avere la presunzione primaria di una collocazione storica precisa e puntuale, senza pretese politiche e sociali, ma che comunque mostra davvero la condizione dell'Italia.
Una storia "vera" mostrata come dagli occhi dei protagonisti, quel crescere insieme ai margini, che li rende uniti nell'inesorabile distruzione di sangue "fuori" e niente "dentro"; quasi un viaggio parallelo alla storia, che ti lascia l'amaro dentro per la loro fine e per l'Italia martorizzata di quegli anni.
Brillantemente trascinanti i tre (Favino, Rossi Stuart e Santamaria) che regalano ai personaggi una gamma di emozioni intense ed alternanti da lasciarti completamente conquistato...anche il ruolo minore affidato a Riccardo Scamarcio è assolutamente azzeccato e fortemente credibile.
Unica nota stonata, purtroppo contro tutte le aspettative, è la scarsa performance (rispetto alle sue potenzialità) di Stefano Accorsi e la sua relazione con Patrizia forse un po' forzata. Ma un piccolo dettaglio non poi così grave non si nota neanche in un "quasi capolavoro" come questo.
di Daria Piccioni, 26 ottobre 2005.

QUANDO SEI NATO NON PUOI PIU' NASCONDERTI (di Marco Tullio Giordana, 2005)

"IRRISOLTO" - L'ultimo film di Giordana ha alcune sequenze molto belle, come l'annegamento del bambino e il suo ripescaggio da parte dei clandestini: una letterale rinascita che giustifica il bel titolo poetico del film. E in generale ho trovato azzeccato il ritratto della famiglia borghese del Nord Italia, con un Alessio Boni, attore che non ho mai amato particolarmente, molto credibile. Ma il film sconta alcune debolezze tipiche del cinema italiano odierno: una certa fragilità narrativa (nonostante la premiata ditta Rulli-Petraglia), l'incapacità di tratteggiare personaggi archetipici che trascinino lo spettatore nel racconto, e soprattutto una correttezza politica di fondo che inficia uno sguardo realmente autentico su un tema, come quello dell'immigrazione, in cui è facile cadere nelle trappole dell'ideologia, da un lato come dall'altro. Anche il finale, più che aperto, mi sembra irrisolto, in un film complessivamente sopravvalutato dalla critica dopo i bei "I Cento Passi" e "La Meglio Gioventù". Nella media del cinema italiano, e la media, si sa, non è un granché.   
di Giulio Ragni, 24 novembre 2005.

OLIVER TWIST (di Roman Polanski, 2005)

"LONDINESE" - Arriva sul grande schermo una nuova trasposizione del classico dickensiano "Oliver Twist", questa volta diretta da un maestro del cinema come Roman Polanski. La storia, più o meno già nota, tratta di un ragazzino di 10 anni, orfano di entrambi i genitori: Oliver Twist. Dopo una permanenza in orfanotrofio, Oliver viene adottato, ma la sua permanenza con la famiglia non è certo delle più felici, a causa dell'egoismo della matrigna e dell'insensibiltà del fratellastro. Fuggito, il ragazzo giunge a Londra dove conosce un gruppetto di coetanei, grazie ai quali e soprattutto grazie all'aiuto del "capo" della banda, l'anziano Fagin, riesce ad avere di che nutrirsi e ad imparare l'"arte" del furto. Proprio durante una marachella dei suoi amici, viene ingiustamente arrestato, ma per una volta la fortuna è dalla sua parte e Oliver viene preso in cura da una ricca e raffinata famiglia locale. Ancora una volta Polanski riesce a realizzare un film coinvolgente ed emozionante, che prende lo spettatore e lo porta dritto nella Londra ottocentesca e nelle sue caratteristiche ambientazioni senza mai essere buonista o retorico. I personaggi, costruiti in maniera ineccepibile, nascondono infinite sfaccettature, su tutti spicca la splendida figura di Fagin, un anziano dall'aspetto repellente, che suscita emozioni contrastanti nello spettatore; il suo personaggio è tra l'altro interpretato da un eccezionale Ben Kingsley che offre una prova splendida. Uno dei punti forti della pellicola è l'ambiguità delle emozioni che suscita, per cui si è portati a provare sentimenti differenti per uno stesso personaggio in situazioni diverse; tutto ciò è garantito proprio dalla tridimensionalità dei personaggi. Ottimo il cast (su cui spicca come già scritto Kingsley) così come le scenografie londinesi e la eccellente fotografia. Da lodare il compositore Portman che è riuscito a creare una colonna sonora perfetta e particolarmente coinvolgente. In definitiva il film di Polanski mostra una bellezza classica e rigorosa ma forse poco contemporanea, il che ne diminuisce la potenza espressiva. La storia è affascinante ma purtroppo non offre niente di particolarmente innovativo alla cinematografia. Insomma un film bellissimo che però non può essere equiparato ai capolavori del regista polacco come "Il pianista" o "Chinatown".   
di Salvatore Scarpato, 22 ottobre 2005.

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Replica a "londinese" - Sono d'accordo con te quando dici che il regista ci ha dato un ottimo affresco dell'Inghilterra dell'800 ma credo anche che abbia tralasciato di accentuare certi particolari sul modo di vivere degli inglesi che rendono il film mancante di una certa coerenza col libro e abbia dato poco spazio a certe scene soffocando così l'emotività e la passione che irrompono dalle pagine di Dickens. Penso anche che la bellezza del film non sia poco contemporanea poiché film tratti da libri sul mondo inglese ottocentesco ne sono stati girati molti (Wilde) e questo forse ne rispecchia il lato con più contraddizioni e ipocrisia della società inglese del tempo che tocca anche il mondo infantile (un esempio è la scena in cui i gendarmi posano delicatamente a terra il piccolo Oliver svenuto fuori del tribunale lasciandolo così, fortunatamente soccorso dal suo benefattore).
di Boris Fietta, 30 ottobre 2005.

NON BUSSARE ALLA MIA PORTA (di Wim Wenders, 2005)

"(IN/S)CONTRO GENERAZIONALE" - A vent’anni da Paris, Texas, Wim Wenders ritrova Sam Shephard, per raccontare la storia di un attore sul viale del tramonto che improvvisamente si scopre padre e parte alla ricerca del figlio mai conosciuto. Il regista si affida alla forma narrativa da lui privilegiata,ovvero il road-movie, ma lo stile ora è dimesso e malinconico, come il protagonista, giunto a compiere un bilancio sulla propria vita. La riflessione, come sempre in Wenders, da particolare si fa universale, e la città di Butte, dove chiunque vi arriva è solo di passaggio, diventa allegoria della vita stessa, e ci ricorda che tutti siamo di passaggio in questo mondo, e i figli sono traccia e testimonianza della nostra esistenza. La storia procede con ritmi lenti e situazioni ai limiti del paradosso, la colonna sonora – come sempre curatissima – è più vicina al country e al blues che non al rock: Wenders nel suo (per ora) ultimo film americano esorcizza la propria personale visione della vecchiaia e della morte, e mette in scena l’incontro/scontro generazionale; così il viaggio finale chiude il film in segno inverso e opposto rispetto alle premesse, con i figli che vanno alla ricerca del padre e, per estensione, delle proprie radici. 
di Giulio Ragni, 22 ottobre 2005.

NIENTE DA NASCONDERE (di Michael Haneke, 2005)

"SPIAZZANTE" - All’ultimo festival di Cannes ha vinto il premio per la miglior regia, anche se molti fra gli addetti ai lavori avrebbero preferito che ottenesse il massimo riconoscimento: eppure Niente da nascondere (Caché) di Michael Haneke – che peraltro si pone ai vertici della filmografia del regista austriaco – ci sembra appartenere ancora una volta a quel filone di opere dove a dominare è la provocazione fine a sé stessa.
La storia è presto nota: un critico letterario riceve alcune inquietanti videocassette, accompagnate da strani disegni, che incrinano a poco a poco la tranquillità della sua famiglia. L’abilità di Haneke è quella di disintegrare le certezze dello spettatore sin dall’inizio, confondendo l’immagine cinematografica con quella televisiva registrata, e costruendo attorno a questa trovata stilistica un tipico meccanismo da film giallo; tuttavia il cortocircuito emotivo tra il passato individuale del protagonista e quello collettivo di un’intera nazione che si macchiò di gravi colpe nei confronti della popolazione algerina, appare alquanto sterile e inerte, mentre il film è assai più efficace quando descrive la dissoluzione della famiglia alto-borghese, grazie soprattutto alla superba prova degli attori, Daniel Auteil e Juliette Binoche. Una menzione particolare va fatta anche alla scenografia e alla fotografia, che comunicano esattamente quel sentimento di estraneità che progressivamente si instaura tra i personaggi: sia la casa che lo studio televisivo sono arredate con scaffali di libri dappertutto, e immerse in una luce bianchissima, raggelante, per sottolineare la vacuità e la superficialità dei rituali borghesi, come le cene fra amici o le discussioni intellettualistiche; una puntuale messa in scena di quella patina di conformismo che nasconde (da cui il titolo originale) i segreti di un passato rimosso e taciuto, e che non va rivelato nemmeno alle persone più vicine. A spezzare lo stile algido e limpido del film intervengono un paio di sequenze cruente, che come spesso accade nelle opere di Haneke, sono di una gratuità così evidente che si ha il sospetto che il regista le abbia messe appositamente per scioccare e basta, così come l’enigmatico finale, in cui molti critici vi hanno letto ambizioni metafisiche, sembra più voler spiazzare ancora una volta lo spettatore, che una reale esigenza espressiva e narrativa.  
½
di Giulio Ragni, 3 novembre 2005.

MUNICH (di Steven Spielberg, 2005)

“E’ troppo fazioso”, “No, è politicamente corretto”, “E’ solo un thriller, non analizza in maniera approfondita la questione israelo-palestinese”… I commenti a uscita sala sull’ultimo film di Spielberg si sprecano, segno che l’opera è risultata davvero controversa, scontentando conservatori e progressisti, filo-israeliani come i simpatizzanti della causa palestinese.
Munich parte dall’attentato delle Olimpiadi di Monaco del 1972 compiuto dal commando “Settembre Nero”, che causò la morte di undici atleti israeliani, per raccontare la vendetta di Israele, soffermandosi sui dubbi, le esitazioni, di un manipolo di uomini costretti ad obbedire alla ragion di stato, in una missione che rimetterà in discussione le convinzioni, i rapporti umani, le loro stesse vite. Aldilà delle convinzioni politiche personali, il risultato finale è un film superbo, espressione del miglior cinema popolare americano, capace di stimolare la riflessione nello spettatore attraverso le emozioni che lo investono, grazie al contributo di un ottimo cast di non star, fluidi movimenti di macchina, grande senso drammaturgico e asciuttezza narrativa. L’adesione ad un modello di genere dona all’opera una connotazione universale, liberandola dall’opprimente tema: più che una critica contro Israele (che pure c’è), Spielberg ha realizzato un atto di denuncia contro l’apologia della violenza, contro la vendetta di stato (un velato riferimento a Bush e la guerra in Iraq?), intravedendo solo nella famiglia – onnipresente topos spielberghiano – il luogo dove rifugiarsi e sfuggire all’insensatezza di un odio che ha radici profonde. Un film di pace, in poche parole. In una sequenza il protagonista e un terrorista palestinese si parlano, ignorando l’uno l’identità dell’altro, rivendicando le ragioni della propria lotta, del diritto ad esistere; la sequenza, che sembra smentire quella della radio immediatamente precedente, è di lucido pessimismo (o realismo se preferite), perché ognuno è trincerato dietro le proprie idee, senza possibilità di un compromesso. E’ dunque vero che Spielberg non da soluzioni, ma se in tanti decenni non ci sono riusciti statisti, professionisti della politica o intellettuali, è arduo lasciare questo compito al cinema.
Nell’ultima parte del film il protagonista è vittima della propria paranoia: in una sequenza che cita La Conversazione di Coppola, distrugge la propria abitazione, preda dei propri fantasmi; il limite che separa vittime e carnefici, tra Monaco e la ritorsione successiva, si è assottigliato fino a diventare indistinguibile. E così anche il rifiuto di spezzare il pane nell’ultima scena sottolinea il dissidio tra un popolo funestato da infinite tragedie, e le responsabilità di un governo le cui scelte non sono sempre necessariamente condivisibili.  
di Giulio Ragni, 19 febbraio 2006.