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domenica 19 aprile 2009

APOCALYPTO (di Mel Gibson, 2006)

"LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA" - La storia in sé non ci è nuova:un popolo tranquillo (i Maya) un giorno viene invaso e decimato da un popolo nemico. I sopravvissuti alla lotta sono fatti prigionieri e portati,dopo un tragitto tortuoso ed umiliante,al cospetto del capo villaggio. Qui le donne sono vendute come schiave e agli uomini è mozzata la testa. La profezia annunciata da una bambina malata, incontrata lungo il viaggio, inizia però ad avverarsi. La prima manifestazione è data dall'eclissi di Luna che il sacerdote interpreta come un segno della sazietà di sangue del loro Dio. Così i rimanenti prigionieri hanno la possibilità di tornare liberi,sempre se riusciranno a fuggire nel campo di grano prima che lance,sassi e quant'altro è scagliato contro di loro li uccida. 
Il protagonista,Zampa di Giaguaro,riesce a salvarsi ma da questo momento ha inizio una caccia mozzafiato nella foresta. Egli si salverà grazie all'amore per la sua famiglia(la moglie incinta e il figlio che abilmente aveva nascosto durante l'assedio). Il finale,che vede l'arrivo degli “uomini civilizzati”,gli spagnoli,mette in dubbio ancora una volta il loro destino Come nei precedenti “Braveheart”e “La passione di Cristo”, Mel Gibson non lascia nulla al caso:paesaggi reali(girati in una foresta messicana),attori carismatici(indigeni e messicani senza esperienza cinematografica) e lingua dell'epoca(Yucateco). Personalmente amo la regia di Mel che ancora una volta è riuscito a far nascere in me la voglia di approfondire le mie conoscenze riguardo temi finora solo abbozzati sui libri di scuola. I film di questo straordinario regista rimarranno nella storia perché sono veri e proprio capolavori artistici,dove ciò che conta non sono le parole ma ciò che le immagini suscitano in chi le guarda.
Giudizio   (legenda).  
di Pamela Garbin, 6 gennaio 2007.

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Nella foresta messicana vivono le popolazioni Maya, alcune sono piccole comunità rurali, una di queste ha fondato una città e la sua popolazione è molto numerosa. La comunità civilizzata soffre di terribili carestie e malattie per cui decidono di fare sacrifici umani al loro Dio perchè li salvi da questi eventi funesti. gli uomini offerti in sacrificio sono appartenenti alle piccole comunità rurali tra cui anche quella in cui vive il protagonista, Zampa di Giaguaro, anch'egli fatto prigioniero. Il villaggio in cui egli vive viene dato alle fiamme, il padre viene ucciso, a stento riesce a nascondere la sua compagna col figlio in una grotta, promettendo loro che farà ritorno. Arrivato in città, sta per essere sacrificato al Dio ma, per una serie fortuita di coincidenze, furbizia e coraggio, riesce a scappare ma viene inseguito fino ai confini del suo villaggio, riesce ad annientare tutti gli inseguitori, salva la sua compagna e i due figli (nel frattempo ella ha partorito) e tutto sembra concludersi. Se non che, volgendo lo sguardo alla spiaggia, compaiono delle navi, quelle dei coloni, e Zampa di Giaguaro dice "Meglio andare nella foresta a cercare un nuovo inizio". 
Come TUTTI i film, non importa se Apocalypto sia storicamente attendibile e nemmeno se sia "la solita americanata", non importa se Gibson abbia creduto col cuore in quello che stava facendo o abbia solamente seguito la scia di "the passion". Importa invece se questo film sia passato solo dal cervello o anche dal cuore. Non è un film abbastanza bello da piacere a tutti ma non è certo un brutto film che la critica collettiva possa schiacciare. Prima di andare al cinema ho letto veramente di tutto sull'opera, sia da siti inglesi che italiani, sia da riviste come Ciak e sono giunta in sala cinematografica con addosso una curiosità mostruosa! 
Alla fine mi è piaciuto, e molto. Non lo considero un capolavoro ma le 2.05 ore mi sono passate davvero veloci, mi ha fatto letteralmente rimanere attaccata allo schermo! 
Mi è piaciuto ma ci ho trovato anche parecchia superficialità. E' vero che non conosco la vera storia dei maya, ma voglio augurarmi che non fossero davvero così come li descrive talvolta Gibson. Soprattutto i capi del popolo maya civilizzato vengono delineati dal regista come uomini terribilmente materiali, adorano il loro Dio in modo egoistico, rumoroso, quasi utilizzandolo per ingraziarsi i favori della folla sottostante che vuole unicamente la fine di carestie e malattie. Gibson li descrive anche ingiustificatamente crudeli. certo, io credo che le civiltà antiche abbiano conosciuto molta violenza, ma non penso affatto che ci fosse molto tempo per tutte le cattiverie gratuite e le vendette che appaiono nel film. A volte sembra quasi di scorgere una moderna civiltà travestita e truccata. 
Molto più veri e propriamente umani sono invece i componenti della popolazione di Zampa di Giaguaro, Persone semplici, la parola del cui Dio passa attraverso la bocca degli anziani che per farsi intendere raccontano storie in cui si pone in rilievo l'unione tra essere umano e natura, due entità inscindibili per un popolo che abita le foreste. Quando Zampa di Giaguaro fugge, egli stesso diventa un animale e come nel racconto del Saggio del villaggio, l'aquila gli presta i suoi occhi e altri animali altre doti per poter sopravvivere al feroce inseguimento. Lui ed il suo popolo la sera danzano intorno al fuoco, di giorno cacciano, qualcosa di più tangibile, più attinenete, secondo me, ad una civiltà esistita tanto tempo fa. 
Bellissima e azzeccata l'idea di utilizzare il linguaggio originale, come anche attori autoctoni, geniale perchè, per quanti effetti speciali ci siano, per quanto le musiche siano apocalittiche (non trovo termine migliore) e la regia decisamente moderna, con un pò di immaginazione ci si sente davvero trasportati in un altra epoca. Certo, un pò più di rusticità nei toni non avrebbe guastato di sicuro. 
Apprezzata tantissimo la recitazione, in particolar modo di Zampa di Giaguaro, un guerriero di pochissime parole ma i cui occhi esprimono esattamente quello che sente dentro il suo cuore, la rabbia, la tristezza, la forza interiore che non gli fà mai perdere la speranza, che lo fà sempre stare attento a quello che gli succede intorno, cercando una via per potersi liberare dall'orrore che gli è piombato addosso. Ed è questa ultima caratteristica, tramandatagli dal padre, questa lucidità nel percepire gli eventi anche nella situazione più spaventosa, alla fine, a salvarlo. E salvando se stesso riesce anche a salvare la sua donna ed i suoi due bambini, dopo avere annientato tutti gli inseguitori, meticolosamente, uno per uno. 
Cosa dire infine della scena che và a concludere il tutto? Sembra quasi che con la frase finale ("è meglio che andiamo nella foresta a cercare un nuovo inizio") Zampa di Giaguaro sappia benissimo cosa siano quegli oggetti che vengono dal mare, chi siano le persone che quegli oggetti trasportano e questo, naturalmente non è possibile. Forse il guerriero era stanco, forse la sua indole gli ha detto di fuggire da ciò che non conosceva? Il film forse avrebbe dovuto fermarsi con la riconciliazione e lasciare allo spettatore la vista delle navi dei coloni ed il pensiero di cosa ciò avrebbe portato nella vita di tutti i Maya, civilizzati o meno, che popolavano quelle terre. 
Giudizio  (legenda).  
di Claudia Costanza, 25 gennaio 2007.

THE NEW WORLD (di Terrence Malick, 2006)

"NON RIUSCITO" - Misterioso e imperscrutabile, elusivo e solitario, Terrence Malick, con una manciata di film in trent’anni, è diventato un regista dal culto assolutamente meritato, così lontano dalle mode di Hol-lywood come dagli stereotipi dell’autore all’europea. Dispiace perciò ancora di più constatare che The New world è un film sostanzialmente non riuscito, perché se è vero che l’arte e la filosofia, attraverso la sensibilità e il raziocinio, illuminano la vita di noi comuni mortali grazie alla loro capacità di vedere la realtà profonda delle cose, per Malick, che è artista e filosofo insieme, la banalità del “messaggio” del film è una colpa grave.
Tecnicamente monumentale, lentissimo ed estenuante, The New World mette in scena l’eterno scontro tra natura e cultura, tra l’ordine primigenio dell’esistenza e la civiltà che annichilisce ogni cosa, riprendendo la leggenda di Pocahontas, che già aveva ispirato la Disney, al fine di sviscerare le contraddizioni che hanno portato alla scoperta di un Eden vagheggiato e irrimediabilmente perduto. La prima mezz’ora è straordinaria, con l’arrivo degli inglesi, la bellezza arcana delle immagini, tra fiumi maestosi e suggestivi tramonti, e l’incontro fra le opposte culture, raccontato con minuzia da antropologo. Poi qualcosa non torna, il substrato metaforico si fa forzatamente didascalico, e an-che stilisticamente non tutto funziona. Se la scelta di narrare la storia d’amore tra Pocahontas e il capitano John Smith con sguardi pudici e carezze innocenti è felice, così come anche le (rare) scene di battaglia anacronisticamente prive di dettagli sanguinolenti, le voci off dei protagonisti, in una sorta di sinfonia interiore, che tanto bene avevano reso ne La sottile linea rossa, alla lunga stufano, e cadono talora nel ridicolo, e lo stile sin troppo estetizzante rischia di trasformare le belle immagini in uno spot del National Geographic. 
di Giulio Ragni, 18 gennaio 2006.

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Replica a "non riuscito" - La caratteristica di Malick regista è forse quella di dare ai suoi personaggi una visione introspettiva per poi esternare i loro sentimenti ed emozioni, paure e angosce, per meglio coinvolgere lo spettatore e farlo sentire parte della situazione. Ce ne ha dato una buona prova con "La sottile linea rossa" che con questo nuovo film ha in comune la lunga durata e le scene di forte emotività. Avendo visto il trailer ci si aspettava forse un capolavoro fatto di grandi scene d'azione e dal forte pathos con momenti toccanti e dolci tra i protagonisti. Bisognerebbe forse vederlo 2 volte per comprenderne il pieno significato e le varie sfumature che esso assume. L'inizio è alquanto coinvolgente infatti e fa sperare in un ottimo prodotto destinato a diventare un colossal ma a lungo procedere si avverte una sgradevole sensazione di suspance in attesa del momento di una svolta caratteriale che il film non prende mai. La trama si fa più complicata e rimanda a situazioni difficili per i personaggi che non aiutano parlando il meno possibile e lasciando gran parte alla comprensione soggettiva dello spettatore. Permangono invece le immagini con sfondo la natura incontaminata degne di un documentario che a lungo andare portano alla noia di stare seduti e fanno cadere gli occhi prima incollati allo schermo. La lunga durata certo non aiuta per il godimento e l'approvazione della pellicola da parte del pubblico.   

di Boris Fietta, 10 febbraio 2006.

sabato 18 aprile 2009

LEMONY SNICKET (di Brad Silberling, 2004)

Una favola incentrata sulle sventurate vicissitudini che colpiscono i tre fratelli Baudelaire, subito dopo la morte dei genitori, a causa di un misterioso incendio. I ragazzi vengono affidati nelle mani del loro Zio Olaf, il quale però più che ad accudirli con amore, tenta in tutti i modi di ucciderli per poter ereditare il patrimonio lasciato loro. 
I ragazzi, ognuno dotato di un talento diverso (Violet, la più grande, è un portento nelle invenzioni, Klaus riesce a ricordarsi tutto ciò che legge e Sunny, la più piccola, morde tutto quello che le capita sotto i denti), criescono a salvarsi da ogni trappola tesa loro dal feroce Zio. 
Nel complesso il film è mediocre, la storia poco emozionante, il tutto a fronte però di una meravigliosa fotografia ed una stupenda ambientazione. In un mondo simil gotico in cui i colori sono scuri e metallici, anche i colori chiari sono abbinati ad eventi o ambientazioni negative : ad esempio la casa di perversione teatrale dello Zio olaf, la malvagia luce accecante del fuoco che creerà tutti gli incendi, la luce della barca nella scena in cui i ragazzi vengono aggrediti dalle sanguisughe, luce che appare salvifica, ma che in realtà li porterà solo ad ulteriori guai. 
Oltre che dei colori, il regista ha tenuto bassi tutti i toni del film, gli effetti speciali non sono usati in modo estremo ad esempio, ma molti film sono proprio tenuti in piedi a questi e, nel caso di questa pellicola, il vuoto di fondo forse sarebbe stato almeno parzialmente colmato con qualche colpo di scena in più. 
Il dialogo non è molto curato, le battute sono abbastanza banali eccetto i voli pindarici letterali dello Zio, personaggio molto ben riuscito nel suo insieme, macchiato solamente dal fatto di essere troppo ripetitivo e quindi, col finire del film, abbastanza noioso. 
Il film, nonostante tenti in tutti i modi di dissuadere chi lo vede dal proseguire nella sua visione (l'autore spesso, come terza voce, ammonisce l'ascoltatore a non proseguire oltre, poichè accadranno cose terribili), riesce ad essere positivo, educativo e divertente agli occhi di un bambino poichè il tema principale sembra essere il potere immenso che i fratelli, solo restando uniti, riescono a manifestare : non importa dove la sorte li porterà dopo la scomparsa dei loro genitori, ma che per tutta la vita saranno sempre uniti e che questa è la fortuna più grande che possa loro capitare. 
Giudizio½  (legenda).  
di Claudia Costanza, 12 febbraio 2007.    

giovedì 16 aprile 2009

UNA STORIA VERA (di David Lynch, 1999)

A Straight Story ... ovvero la storia di Straight, oppure una storia semplice. Il titolo americano lascia libera interpretazione, mentre in italiano è stato semplicemente tradotto "una storia vera". 
Alvin è un uomo di 73 anni che decide di andare a trovare il fratello, reduce da infarto, a Mount Zion, Wisconsin, a 500Km da casa sua. Se ne va improvvisamente, a fine Agosto, lasciando la figlia Rose (Sissy Spaceh) a casa, preoccupata ma consapevole del sentimento del padre.
Lo spettatore si stranisce quando vede che il mezzo utilizzato dal protagonista per compiere l'impresa è un vecchio tosaerba: Alvin infatti non ha più la patente a causa dei problemi di vista e alle anche ma la testardaggine supera la pigrizia, fa nascere la costanza, spezza la paura e lascia il posto all'obiettivo finale. 
Il viaggio di Alvin sarà costellato di silenzi, di strade che sembrano non avere una fine, circondate da campi di grano, in quell' inizio autunno, in cui i contadini stanno ultimando i raccolti. Molti sguardi infine incontreranno quello di Alvin e sovente, senza rendersene conto, con poche parole legge nel cuore di quelle persone e gli lascia dei moniti, dei messaggi, sulla vita, sull'amore, senza mai soffermarsi troppo in loro compagnia, poiché la meta è lontana e lui è stanco, inoltre teme di non trovare più il fratello in buona salute, forse addirittura teme di non trovarlo affatto. A 73 anni ha potuto vivere molto e meditare molto su ciò che ha vissuto. A 73 anni troppe cose appaiono chiare troppo tardi. Alvin capisce quanto la rabbia e la vanità umana distruggano rapporti d'amicizia, di fratellanza, di amore e le sue tragiche esperienze al tempo della seconda guerra mondiale rinforzano ancora di più in lui tale comprensione.
Parlando dei suoi figli a una ragazza Alvin dice : -Avevo quattro figli e con loro facevo un gioco : davo ad ognuno un bastoncino e poi gli chiedevo di romperlo. Il compito era semplice. Poi proseguivo dicendo loro di prendere tanti bastoncini insieme, legarli e spezzarli. Ovviamente questo non riuscivano a farlo. Alla fine concludevo affermando “Questa è la famiglia”-.
Per Richard Fansworth questo è stato l'ultimo film, ho trovato la sua interpretazione molto toccante e “sincera” se di un attore si può dire. Il suo viaggio per raggiungere il fratello è il viaggio di una vita intera: Alvin vuole riprendere se stesso da un altro punto di vista e non potrebbe mai farlo senza avere riabbracciato, dopo 10 anni, l'amato fratello Lyle (Harry Dean Stanton).
Giudizio (legenda).
di 
Claudia Costanza. 23 dicembre 2007.

giovedì 9 aprile 2009

RITORNO AL FUTURO (di Robert Zemeckis, 1985)

Una DeLorean schizza a 88 miglia orarie (140 km/h) e all’improvviso sparisce. Poi, una famiglia di contadini viene svegliata da un rumore assordante e trova un ragazzo con una tuta antiradiazioni, scambiandolo per un alieno precipitato sulla Terra. Abbiamo appena descritto una sequenze – clou del primo episodio de Ritorno al futuro, la trilogia diretta da Robert Zemeckis e prodotta dal maestro della fantasia Steven Spielberg; una serie cinematografica che da più di venti anni ha incantato gli spettatori di tutto il mondo. L’affascinante assunto su cui Zemeckis, insieme allo sceneggiatore Bob Gale, ha basato i tre film è quello delle leggi del viaggio nel tempo, modellate dal romanzo di fantascienza La macchina del tempo di H. G. Wells. Ne Ritorno al futuro Zemeckis affronta uno dei rompicapi più improbabili che l’immaginazione dell’uomo è riuscita a creare: il problema del paradosso temporale. In pratica: si può modificare il passato grazie ai viaggi nel tempo, ma nel momento in cui il passato è stato cambiato le conseguenze che si hanno si ripercuotono in tutto il tessuto temporale, rendendo diverse le condizioni da cui il viaggio è partito. Nel primo episodio de Ritorno al futuro l’incontro di Marty (Michael J. Fox) nel 1955 con i suoi genitori da adolescenti, George e Lorraine (Crispin Glover e Lea Thompson), fa prendere coscienza con ottimismo allo spettatore delle varie possibilità che la vita può offrire. Nel secondo, ambientato in un improbabile e divertente 2015, molto diverso da quello oscuro paventato ne Blade Runner di Ridley Scott, con il semplice acquisto da parte di Marty di un almanacco sportivo si imbocca, invece, una svolta decisamente negativa che porta alla creazione di un presente alternativo e peggiore, dove a Hill Valley, la città californiana cornice dei tre film, spadroneggia Biff Tannen (Thomas F. Wilson), l’eterno antagonista della famiglia di Marty. Per ripristinare il giusto corso degli eventi, Marty, insieme allo scienziato Doc (Christopher Lloyd), deve ogni volta correre avanti e indietro nel tempo, verificando con mano l’entità degli errori che ha commesso. In questo senso, il percorso umano di Marty si avvicina a quello dell’astronoma Ellie (Jodie Foster), protagonista del film di Zemeckis Contact, e il viaggio nel tempo si traduce in un viaggio iniziatico di maturazione in cui si deve lottare contro se stessi per assicurarsi a pieno merito un futuro migliore. Saremmo, dunque, indotti a ritenere che la trilogia de Ritorno a futuro si avvicini alla fantascienza filosofica di Stanley Kubrick. Eppure, se osserviamo con attenzione, non tarderemo a scoprire che il vero cuore pulsante de Ritorno al futuro è quello della commedia con un pizzico d’avventura: quasi un connubio, come ha dichiarato Zemeckis, dei film di Frank Capra, Billy Wilder e John Ford. Ritorno al futuro, del resto, è un omaggio, nostalgico e divertente al tempo stesso, del cinema hollywoodiano classico. E’soprattutto ne Ritorno al futuro III, attraverso il viaggio nel tempo di Marty e Doc nel vecchio West del 1885, che Zemeckis eleva un inno celebrativo alla magia del cinema. “Una cosa che i film fanno meglio di qualsiasi altro mezzo”- afferma Zemeckis “è proprio quello di trasportare lo spettatore in periodi storici lontani”. Forse non tutti saranno d’accordo con le idee di Zemeckis, però, il suo cinema, da Ritorno al futuro a Forrest Gump e Cast Away, rimane uno dei migliori esempi delle dinamiche del tempo al servizio dell’immaginario cinematografico.
di Maria Grazia Rossi, 6 dicembre 2006.

mercoledì 1 aprile 2009

MONTY PYTHON (di Terry Gilliam e Terry Jones, 1975)

E’un film cult del cinema satirico britannico,scritto dal celebre sestetto formato da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam,Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin per la regia del terzo sopra citato. Dissacratorio e irriverente,il film del 1979 è una scanzonata parodia sulla scia degli ultimi giorni di vita di Cristo composta da una serie di scene surreali collegate dalla figura di Brian,uno sfortunato alter ego di Gesù Cristo. Siamo a Nazareth nell’anno 0. I 3 Magi sbagliano stalla e portano i doni a una strana donna (Terry Jones) madre di un neonato partorito accanto alla stalla della natività divina,ma,capito l’errore,si riprendono oro,incenso e mirra e si dirigono verso la giusta meta. Anno 33.Brian (Graham Chapman) e la madre assistono tra la folla alle parole di Gesù,ma sono in fondo e le frasi sono confuse e alterate. 
Decidono di andare a vedere una lapidazione dove una massa di donne scatenate,mascherate con barba finta dato che solo gli uomini potevano parteciparvi,tenta di lanciare pietre appuntite contro il condannato di turno colpendo invece il giudice,reo anche lui di avere nominato invano il nome di Geova. La strana avventura di Brian inizia quando la madre gli confessa che suo padre è un soldato romano,cosa inaccettabile per lui,che decide di arruolarsi in un gruppo di dissidenti,”Il fronte di liberazione della Giudea”. I membri del gruppo decidono di sottoporlo a una prova di coraggio:scrivere sulle mura della città:”Andate a casa,romani!” in latino. Un centurione lo coglie in flagranza di reato,ma invece di arrestarlo lo costringe a riscrivere la frase 100 volte. Al mattino le mura sono imbrattate  e un manipolo di centurioni infuriati tenta di catturarlo. Brian scappa tra i banchi del mercato e per confondersi nella folla si trova su uno scanno a predicare. Dice frasi senza senso ma poco alla volta la gente sembra interessarsi alle sue parole e comincia a inseguirlo,a volere sentire i suoi pensieri,a tributargli miracoli. 
Brian riesce a salvarsi grazie alla sua amica Judith,appartenente al fronte,ma il mattino dopo una moltitudine di persone si è assiepata di fronte alla sua casa in attesa di un discorso. Intanto i membri del fronte organizzano un’azione di rappresaglia contro i romani ma le cose si mettono male e Brian viene arrestato e condannato alla crocifissione. Pilato,con il suo grottesco modo di parlare,nel proclamare le condanne alla croce suscita l’ilarità degli astanti,ma salva in extremis Brian. Quando i condannati sono in croce il soldato romano annuncia la liberazione di Brian,ma per un errore viene scagionato l’uomo sbagliato. Lo sfortunato spera in Judith,ma la donna arriva e se ne va ringraziandolo per il sacrificio che sta facendo in nome di un ideale. Si presenta anche la madre che l’insulta per la sua irriconoscenza abbandonandolo al suo destino… Nel ruolo del signor Papadopuolis c’è George Harrison,che produsse il lavoro cinematografico e musicale dei Monty Python “The Lumberjack song”.
Giudizio (legenda).
di Sara Memmi.  27 novembre 2007.

lunedì 2 marzo 2009

2001 ODISSEA NELLO SPAZIO (di Stanley Kubrick, 1968)

Quest’opera di Kubrick è stata riconosciuta da molti critici come il più grande capolavoro fantascientifico degli anni 60’ e 70’. 
Sono passati 37 anni dall’uscita di questo film, a parte il piacere del suo valore estetico che non teme il tempo viene da chiedersi quanto delle problematiche che la pellicola poneva alla sua uscita hanno relazioni etiche e scientifiche con il mondo di oggi. 
L’arco di tempo che va dal 1968 al 2004 è’ stato indubbiamente un trascorso di anni ricco di evoluzioni scientifiche e tecnologiche straordinarie in particolare nel campo dell’informatica e della robotica. Basti pensare che non siamo molto distanti dalla realizzazione del robot con fibre composte da neuroni  informatizzati. Queste nuove possibilità di assemblaggi potrebbero dare alle macchine emozioni e perché no una primitiva coscienza, se non altro come effetti di errori umani nella programmazione degli automi. Il calcolatore Hal 9000 uno dei protagonisti del film non si comportava come se avesse delle emozioni, cioè non aveva un’attività emozionale programmata, bensì esprimeva tracce di un sentire  umano vero. Il risentimento incontrollato che Hal prova all’esclusione delle sue funzioni decisa dai due astronauti dopo il suo grave errore, è tipicamente umano. Umane sono anche le reazioni pratiche che ne conseguono che portano ad aggravare la sua situazione. Infatti dopo l’esclusione il comportamento di Hal non è più logico e coerente con le finalità della missione. L’elaboratore cercando in seguito di uccidere gli astronauti antepone un proprio sentimento di odio agli interessi del viaggio. Fino ad arrivare ad una vera passione omicida.
Perché Hal si emoziona? Perché è divenuto simile agli uomini, ha interiorizzato nelle sue fibre nervose, frutto di una probabile clonazione, aspetti del comportamento relazionale degli esseri umani fino al punto di provare piaceri trasgressivi, variante quest’ultima non prevista da chi lo ha realizzato o ha investito nella sua realizzazione.
Hal rappresenta il tonfo filosofico di una scienza, quella occidentale troppo legata a concezioni scientiste dell’universo. La missione su Giove fallisce ma l’astronauta Bowman raggiungerà il monolito in un appartamento stile rococò, in un’altra dimensione spaziale e temporale,  non prevista da chi ha investito nella missione. Altra dimensione perché frutto dell’es. Una temporalità edipica in cui soggiacere piacevolmente e con stupore al mito di un’intelligenza superiore. Bowman morendo nel letto stile rococò e rinascendo vicino al pianeta terra diviene metafora dell’essenza dell’itinerario umano dell’esistenza. Itinerario che appare sempre più legato alla tragicità dell’edipo. L’assenza quasi totale della donna nel film conferma le infinite varianti che la triangolazione edipica può assumere nel suo gioco con il rimosso. Tragica gerarchia edipica quella del film. Hal figlio trasgressivo di Bowman, Bowman figliol prodigo dell’ignoto intelligente e soprannaturale espresso dal monolito, gerarchia che dà senso ai paradossi dell’evoluzione umana e lega l’edipo alla tradizione maschilista.
Evoluzione umana a volte priva della madre. Madre sottratta al rapporto più vero e appagante con il figlio, per questo fonte di inquietudine e mobilità pulsionale che il film utilizza per la sua macchina narrativa. Il parricidio di Hal è simbolico, interiorizzato dalla conoscenza degli umani con cui ha a che fare. Lo sguardo di donna è già soppresso o rimosso, non può esistere nel film, questa è la condizione per avvertire la musica del silenzio che Kubrick avvalora esteticamente con gli insoliti rumori prodotti dall’uomo nello spazio. In un contesto di figure multimediali liberate su  uno sfondo nero che evoca la castrazione come metafora della scomparsa della donna. 
Rivedendo questo film si rimane sorpresi dalla sua attualità e modernità estetica. L’architettura stessa delle macchine spaziali e delle loro sale operative protagoniste delle scene sembra resistere al tempo, solo la forma delle tute e dei caschi mostra le crepe del tempo. Il saggio indugiare della macchina da presa in innumerevoli inquadrature ricche di geometrie convergenti dà tempo all’occhio di apprezzare i particolari.
Oggi alle soglie di grandi e importanti applicazioni dell’intelligenza artificiale abbinata ai prodotti della clonazione  vien da chiedersi se l’“Odissea” umana può trovare nello spazio interplanetario un motivo di creatività che dia alle passioni edipiche un campo di articolazione. Forse il sapere racchiuso nello spazio interplanetario è più enigmatico e misterioso di quanto la scienza possa immaginare. Ecco allora saltare regolarmente qualcosa dell’impianto scientista. Filosofia ideologica quest’ultima che è costretta a fare i conti con uno stato naturalmente artistico della coscienza umana.
Giudizio  (legenda).
di 
Biagio Giordano.  11 Novembre 2007.