mercoledì 11 febbraio 2009

Volti di Cinema: Cate Blanchett

La carriera cinematografica di Cate Blanchett,classe ’69 e di origini metà australiane e metà texane,inizia quasi per caso. Trovatasi con il visto scaduto in Inghilterra è costretta ad andarsene e le circostanze la fanno arrivare proprio in Egitto dove prende parte alle riprese di un film arabo sul pugilato facendo un piccolo cameo, ma quel tanto basta per farla appassionare al mestiere di attrice. Decide di iscriversi al National Institute of Dramatic Art, intraprendendo inoltre gli studi di belle arti e di economia.
Dopo molta gavetta a teatro e sul piccolo schermo finalmente nel 1997 ottiene un ruolo nel drammatico Paradise Road di Bruce Beresford e,nello stesso anno,inOscar e Lucinda. Ma sarà il ruolo da protagonista in Elizabeth del regista indiano Shekar Kapur a farla conoscere realmente al pubblico grazie ad un’interpretazione che le aggiudica un Golden Globe e una nomination agli Academy Awards. Il film però è ben presto dimenticato a causa dell’andamento noioso e prolisso della pellicola.
Dopo altre presenze,più o meno significative,in film come Un marito ideale,Il talento di Mr.Ripley , The man who cried  e The gift  , finalmente può sfoggiare tutta la sua grazia ed eleganza,nonché la sua abilità di attrice capace di trasmettere il carattere di un personaggio anche senza molti dialoghi,interpretando l’eterea dama degli elfi Galadriel nella famosa trilogia de Il Signore degli anelli  di Peter Jackson. Cate ottiene giudizi positivi anche per i ruoli in Charlotte e Heaven e riceve una nomination al Golden Globe per la sua interpretazione nel film drammatico The Missing di Ron Howard. Nel 2004 Martin Scorsese la chiama ad interpretare la scomparsa Katharine Hepburn in The Aviator grazie al quale finalmente ottiene l’Oscar come migliore attrice non protagonista e lo IOMA (Italian Ondine Movie Awards) per la stessa categoria.
Nel 2006  recita con Brad Pitt nel quasi dimenticato Babel e nel più fortunatoDiario di uno scandalo, nel quale incarna un’insegnante che nasconde una relazione con uno dei suoi studenti(e venendo candidata all’Oscar assieme alla collega Judi Dench). Nel 2007 il thriller Intrigo a Berlino la vede a fianco di star del calibro di George Clooney e Tobey "Spiderman" Maguire in un noir ricco di complotti, spie e amori. E’ inoltre l’unica donna ad interpretare Bob Dylan in Io non sono qui tra altri sei attori che ripercorrono aspetti diversi della vita e della musica della celebre star, ottenendo la Coppa Volpi alla 64° Mostra del cinema di Venezia.
Tra pochissimo la rivedremo nelle sale di nuovo nei panni della Regina Vergine inElizabeth:the Golden Age dove recita accanto a Clive Owen e Geoffrey Rush. La pellicola già si preannuncia come uno dei possibili successi della stagione cinematografica appena iniziata e riparte da dove era terminato il precedente film.
di Pamela Garbin, Ottobre 2007.

Volti di Cinema: Johnny Depp

Definito come il nuovo James Dean, (quasi) mai un flop, un volto maledetto con il quale da subito ha acquisito la fama di ribelle, per la vita passata tra gli eccessi, e di sex symbol, per la sua indiscussa bellezza; mimica facciale, espressività, emozione, insomma, in due semplici parole: Johnny Depp, nato il 9 giugno del 1963 a Owensboro, una cittadina del Kentucky, che grazie ad una musa tutta sua, è diventato uno degli attori più eclettici e poliedrici del cinema internazionale, imponendosi con ruoli esagerati e fuori dal comune.
Consigliatogli l’imprevedibile ma avventurosa strada hollywoodiana da Nicolas Cage, debutta al cinema nel 1984 con il film Nightmare: dal profondo della notte diretto da Wes Craven e, dopo aver partecipato a Platoon, la vera grande chance gliela offre nel ‘90 Tim Burton con il quale nascerà un lungo sodalizio artistico ma anche una grande amicizia. Il regista lo fa il protagonista della favola gotica Edward mani di forbice, dove interpreta un ruolo decisamente singolare, per cui si ispirò al mitico Charlot di Chaplin, riuscendo ad ottenere una candidatura ai Golden Globe e  fama internazionale. Nel ‘93 gira Buon comleanno mr. Grape e riceve la seconda nomination ai Golden Globe per la sua interpretazione di uno strambo mimo in Benny & Joon. Nel ‘94 arriva la sua seconda collaborazione con Tim Burton e la sua terza candidatura ai Golden Globe per il film Ed Wood. Nel ‘95, nasce l’ amicizia con Marlon Brando sul set del film Don Juan de Marco e, nonostante il successo, continuano i problemi con alcol e droghe, anche dopo la morte di un suo caro amico, River Phonix, dedito anche lui a eccessi e sregolatezze. Nel ’97 interpreta il film Donnie Brasco e debutta alla regia con Il coraggioso, di cui è il protagonista insieme a Marlon Brando. Nel ’98 gira Paura e delirio a Las Vegas e nel ’99 il thriller-gotico La nona porta; intanto, raggiunge una situazione sentimentale stabile: si fidanza con l’attrice e cantante francese Vanessa Paradis, dalla quale avrà due figli che gli cambieranno totalmente la vita e gli faranno mettere la testa apposto: Lily Rose Melody e Jack. Nel 2000 lavora ancora con Burton ne Il mistero di Sleepy Holow e nel 2001 è protagonista di La vera storia di Jack lo squartatore. È  nel 2004 che finalmente riceve una strameritata nomination all’oscar per l’interpretazione del papà di Peter Pan in Neverland; nel 2005 per l’amico Burton si sdoppia: dà vita a Victor, protagonista del film d’ animazione girato in stop motion, La sposa cadavere e a Willy Wonka, nel remake de La fabbrica di cioccolato. Dal 2003 al 2007 è stato impegnato nella trilogia del pluripremiato I Pirati dei Caraibi, nel ruolo di Jack Sparrow, che gli è valsa un’altra nomination all’oscar.
di Federica Serfilippi, Maggio 2007.

Volti di Cinema: Giovanna Mezzogiorno

Sono passati dieci anni da Il viaggio della sposa di Sergio Rubini, esordio sul grande schermo di Giovanna Mezzogiorno; da allora la carriera della giovane attrice si è contraddistinta per le scelte mai banali che le hanno consentito, tra cinema, televisione e teatro, di prendere parte a progetti molto diversi tra loro, più o meno riusciti, ma comunque interessanti e degni di nota.
Dal 23 marzo è nelle sale con Lezioni di volo di Francesca Archibugi, storia del viaggio di due ragazzi dall’Italia all’India in cui l’attrice interpreta una giovane dottoressa; nata a Roma il 9 novembre 1974, figlia degli attori Vittorio Mezzogiorno e Cecilia Sacchi, Giovanna partecipa giovanissima al workshop parigino di Peter Brook, debuttando sul palcoscenico teatrale come Ofelia in Qui est là, ruolo per il quale riceve il Premio Coppola-Prati 1996. Al già citato Il Viaggio della Sposa (grazie al quale vince la Targa d'Argento "Nuovi Talenti del Cinema Italiano" alle Grolle d'Oro, il Globo d'Oro della Stampa Estera e il Premio Flaiano come migliore interprete femminile), seguono Più leggero non basta, film per la tv di Elisabetta Lodoli,  Del perduto amore (1998) di Michele Placido (film sobrio, drammatico e intenso per il quale Giovanna si aggiudica il Nastro d'Argento, il  Ciak d'Oro e il Premio Pasinetti come migliore attrice protagonista grazie a quella che resta una delle sue migliori interpretazioni) e, in ruoli minori, Asini(1999) di Antonello Grimaldi (film poco noto ma grazioso e non privo di originalità) e Un Uomo Perbene (1999) di Maurizio Zaccaro.
Il successo di L’ultimo Bacio di Gabriele Muccino (2000), efficace ma superficiale racconto corale tra dramma e commedia, porta all’attrice ulteriore popolarità e nuovi premi (ancora Premio Flaiano e Ciak d’Oro); la carriera di Giovanna prosegue tra piccolo schermo (Les Miserable di Josée Dayan, Il segreto di Thomas di Giacomo Battiato, Virginia la Monaca di Monza di Alberto Sironi) e grande schermo: dopo Nobel di Fabio Carpi (2001), Malefemmene di Fabio Conversi (2001) e Tutta la conoscenza del mondo (2001) di Eros Puglielli, nel 2003 Giovanna gira Ilaria Alpi: Il più crudele dei giorni di Ferdinando Vicentini Orgnani (discreto film inchiesta sul misterioso omicidio della giornalista italiana) e l’emozionante La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek (David di Donatello come miglior attrice, Nastro d’Argento, Globo d’Oro e Premio Karlovy Vary). 
Nel 2004 Giovanna porta a teatro il complesso 4:48 psychosis di Sarah Kane con la regia di Piero Maccarinelli; dopo Il club delle promesse di Marie-Anne Chazel (2004) e lo sfortunato Stai con me di Livia Giampalmo, l’attrice gira L’amore ritorna (2004), nuovamente diretta da Sergio Rubini, e La bestia nel cuore (2005) di Cristina Comencini, film non memorabile ma supportato da un buon cast che riceve la nomination agli Oscar come miglior film in lingua straniera e per il quale Giovanna vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia. Per il 2007 si attende l’arrivo sugli schermi di Love in the Time of Cholera di Mike Newell e diNotturno Bus di Davide Marengo.
di Valentina Alfonsi, Aprile 2007.

giovedì 5 febbraio 2009

Scrivere d'autore: Clint Eastwood

Originario di Los Angeles dove nacque il 31 maggio 1930, Clint Eastwood è, ad oggi, uno dei personaggi più importanti del cinema americano, potendo vantare oltre a 5 premi Oscar, anche una serie incredibile di ruoli svolti, sia avanti che dietro la macchina da presa.Non si può non legare l’ascesa di Clint Eastwood al nome di Sergio Leone; fu infatti “Per un pugno di dollari” (1964) del regista romano a lanciare la carriera cinematografica di Eastwood.
Da questo momento in poi l’attore californiano diventa il prototipo dell’attore western; tra il 1964 e 1966 realizza insieme a Leone la cosiddetta “trilogia del denaro” che comprende oltre al già citato “Per un pugno di dollari”, anche “Per qualche dollaro in più” (1965) e “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966).Nel 1971 con il film “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo” il nome di Eastwood si lega indissolubilmente a quello di Harry Callaghan, ruolo che interpreterà in sei film di cui l’ultimo è “Scommessa con la morte” del 1988. Ma è negli anni ’70 che comincia anche la sua carriera come regista, il suo primo film da segnalare dietro la macchina da presa è il western del 1976 :”Il texano dagli occhi di ghiaccio. Da sottolineare l’interpretazione di Eastwood in “Fuga da Alcatraz”(1979), uno dei film più celebri di Don Siegel. Negli anni ottanta si registra un importante mutazione dei personaggi eastwoodiani; il californiano, vista anche l’avanzare dell’età, abbandona lentamente i panni del “duro” che l’avevano reso celebre e comincia a percorrere nuove strade. Ne sono testimoni film quali “Bird” e “Cacciatore bianco, uomo nero” del 1988 e 1990 (entrambi presentati al festival di Cannes) in cui nei panni del regista, Eastwood racconta le vite del sassofonista Charlie Parker prima e del regista John Huston poi.Il trionfo, tuttavia, arriva nel 1992 quando Eastwood recitò e diresse il western “Gli spietati” che alla 65esima edizione dei premi Oscar, si aggiudicò 4 statuette d’oro tra cui quelle per il miglior film e la miglior regia. Saranno poi “Mystic River” del 2003, ma soprattutto lo straordinario “Million Dollar Baby” del 2004 a garantirgli un posto nell’albo dei più grandi registi statunitensi. Interpretato in maniera maiuscola da Hilary Swank, “Million Dollar Baby” narra la tragica vita di una pugile, che oltre che con le avversarie, dovrà fare a pugni con la vita. Il film tratta in maniera garbata ed intelligente lo scottante tema dell’eutanasia e si può tranquillamente catalogare come uno dei migliori dell’ultimo decennio. Da non sottovalutare anche “Flags of our father” e “Lettere da Iwo Jima” (2006) che hanno assicurato al regista californiano altre importanti soddisfazioni.Uscirà il 14 novembre in Italia l’ultimo lavoro di Easwood, si tratta di “Changeling” con Angelina Jolie, un film di sicuro interesse in cui saprà ancora una volta mettersi in discussione.
di Salvatore Scarpato, Novembre 2008.

Scrivere d'autore: Steven Spielberg

E’ considerato uno dei più grandi narratori di tutti i tempi. Il suo cinema è sinonimo di sentimentali avventure mozzafiato che sconfinano nell’immaginario onirico. Non per nulla ha chiamato la sua casa di produzione cinematografica da lui fondata DreamWorks, letteralmente “fabbrica dei sogni”. Il suo nome è Steven Spielberg. L’uscita nelle sale cinematografiche prevista in Italia per il 23 maggio del quarto episodio della saga di Indiana Jones (Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo), personaggio ormai entrato a far parte nell’ immaginario del cinema, è l’occasione propizia per tracciare un profilo di uno dei registi hollywoodiani più importanti sul panorama mondiale.Nato a Cincinnati – Ohio il 18 dicembre 1946, Spielberg, figlio di un tecnico di computer e di una pianista di origine ebree, trascorre la sua infanzia in un ambiente suburbano nel New Jersey, manifestando fin da piccolo un bruciante amore per il cinema. In particolare, i film preferiti di Spielberg sono quelli di John Ford, Frank Capra e Walt Disney, tre registi che sapranno ispirare la sua futura mitologia cinematografica. Dopo la separazione dei genitori che lo segna profondamente e il trasferimento a Los Angeles, Spielberg s’iscrive alla California State University, mentre inizia a frequentare la retrospettiva di cinema organizzata dalla University of Souther California, dove conosce George Lucas, il futuro regista della saga de Guerre Stellari, con il quale inizierà fruttuose collaborazioni e con cui rimarrà sempre saldamente legato da una bella amicizia. Per Spielberg il colpo di fortuna arriva nel 1965 quando il successo del suo cortometraggio di 35 mm Amblin’ gli procura un contratto di sette anni con la Universal Television per dirigere una serie di telefilm, tra cui l’episodio pilota della famosa serie de Il tenente Colombo. Il culmine di queste prime esperienze televisive viene raggiunto nel 1971 con il film - tv Duel, storia di un interminabile ed inspiegabile inseguimento fra un’auto e un’autocisterna, che viene distribuito a livello internazionale nelle sale cinematografiche, riscuotendo apprezzamenti positivi soprattutto in Europa. Duel è una sorta di road – movie dove sono presenti in embrione i motivi ricorrenti, della filmografia spielberghiana: personaggi assolutamente ordinari che si trovano improvvisamente coinvolti in situazioni avventurose; la famiglia come luogo d’intimità in frantumi a cui, comunque, tendere; l’incontro e il confronto con il “diverso”; il rincorrersi attraverso lo spazio di inseguitori e inseguiti; la simbologia di una presenza divina che trascende la vita terrena; l’oscura minaccia di un mondo tecnologico. Si tratta di elementi che verranno sempre trattati da Spielbeg con un’intelligente unione di tensione emotiva, pimpante senso dello spettacolo, sapiente equilibrio fra commozione e autoironia, perfetta conoscenza dei tempi del racconto e grande forza della messinscena.Dopo Duel la carriera del nostro giovane regista prosegue nel 1974 con un altro concitato road movie Sugarland Express che vede protagonista una coppia di fuggitivi (Goldie Hawn e William Artherton) alla ricerca del piccolo figlio, affidato ad un’altra famiglia. La pellicola non ottiene il successo sperato che sarà invece raggiunto dal successivo Lo squalo (1975, uno dei migliori incassi al box- office di tutti i tempi), tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley. Il film, che si presta bene a una rilettura del mito i Moby Dick, impone Spielberg all’attenzione del pubblico di tutto il mondo, facendolo diventare a soli ventinove anni l’ enfant prodige dell’entertainment di pura evasione. Con Lo squalo Spielberg affina la sua arte di creare suspence, giocando sul fuoricampo cinematografico, uno stilema che sarà usuale in tutta la sua filmografia. Per aumentare l’attesa nello spettatore, il regista decide di non mostrare il gigantesco “mostro marino” per grande parte del film, limitandosi a realizzare delle soggettive dello squalo stesso che si aggira sul fondo dell’oceano accompagnato dalla famosa e adrenalina musica del grande John Williams (che diventerà il compositore ufficiale dei film di Spielberg). Quest’ansia sotterranea crea momenti di autentica paura e pervade la prima parte della pellicola in previsione dell’indimenticabile inquadratura shock: l’irruzione del primo piano dello squalo con i suoi denti bianchi in perfetto accostamento con il primo piano di Brody (Roy Scheider), il protagonista poliziotto, con sigaretta bianca in bocca.Lo spettatore avverte la stessa tensione di attesa dell’evento nel primo film di fantascienza di Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), dedicato agli Ufo, un argomento che appassiona il regista da sempre. Fino all’atterraggio finale dell’astronave – madre sulla montagna Devils’s Tower in Wyoming, gli Ufo si presentano semplicemente come abbaglianti, enormi e inquietanti fasci di luce che fendono per un attimo il buio della notte, e svaniscono subito oltre il campo dello schermo, facendoci percepire uno straniante effetto di mancanza. Allo stesso tempo con Incontri ravvicinati del terzo tipo Spielberg rivoluziona le regole del genere fantascientifico, mostrando una visione "umanizzata" e positiva degli alieni. Come aveva fatto il maestro Stanley Kubrick ne 2001: Odissea nello spazio anche Spielberg in un ottica spettacolare dilata la dimensione cinematografica della science – fiction e allarga il significato del film che tocca valori assoluti e profondità archetipe dello spirito, inclinandosi al misticismo nel suggerire gli alieni come “epifania” del divino.La figura del marziano buono trova la sua massima espressione in E. T. – L’Extra - Terrestre (1982), favola, con valenze messianiche (E.T. come Gesù Cristo) di un gentile cucciolo alieno abbandonato sulla Terra, che incanta e commuove le platee di tutto il mondo. Costato un milione e mezzo di dollari e frutto dell'ingegno di Carlo Rambaldi, il piccolo pupazzo elettronico è la carta vincente di questo racconto per spettatori di tutte le età, che sublima il messaggio di fratellanza spielbergiana: bisogna avere gli occhi, il cuore e la fantasia di un bambino per capire e accettare i “diversi”. Gli alieni buoni ritorneranno nella filmografia del regista alla fine de A. I. – Intelligenza Artificiale (2001), progetto incompiuto di Stanley Kubrick, per riportare in vita dagli abissi di una New York sommersa dalle acque il piccolo David (Haley Joel Osment), androide bambino capace di provare sentimenti reali. Questa storia piena di dolcezza, commovente versione in chiave fantascientifica del mito di Pinocchio, trova, però, un epilogo con retrogusto al fiele, risolvendosi in un’opera cupa e pessimista, per nulla rassicurante. In fondo, è la stessa melanconia che si respira in conclusione del successivo film di fantascienza di Spielberg Minority Report (2002), tratto da un intrigante racconto dello scrittore Philip K. Dick. Questa fase pessimista viene acuita al suo massimo grado nel 2005 da La guerra dei mondi (2005), tratto dal romanzo di fantascienza di H. G. Wells. Qui gli alieni non portano più un utopico messaggio di pace, bensì restituiscono un senso di minaccia, di violenza incombente e di apocalittica distruzione totale dell’uomo.Effetti speciali digitali di sbalorditivo livello tecnico-spettacolare danno vita, invece, agli animali preistorici della saga de Jurassic Park (1993 e il sequel Il mondo perduto del 1997), tratta dal bestseller di Michael Crichton, che si rivela uno dei più grandi successi del cinema mondiale. Ma il Jurassic Park di Spilberg, oltre ad essere un grande divertissement popolare, vuole presentarsi come un monito a denuncia ecologica sulla fragilità delle conoscenze tecnologiche acquisite dalla nostra civiltà, sottolineando il pericolo per l’uomo della predatrice avidità della speculazione imperial-capitalistica.Tuttavia, sul versante del cinema commerciale Spielberg conquista, veramente, grandi e piccoli grazie al ciclo filmico dedicato alle avventure del simpatico professore di archeologia e cacciatore di tesori Indiana Jones, ispirato al personaggio di Charlton Heston ne Il segreto degli Incas, e fatto interpretare dal regista da Harrison Ford che, con il suo inamovibile cappello di feltro, la sua frustra da vaccaro in pugno e il suo giubbotto di cuoio da aviatore, diventa une vera e propria icona degli eroi cinematografici. In collaborazione con il geniale sceneggiatore Lawrence Kasdan e George Lucas, autore del soggetto, ne I predatori dell’arca perduta (1981), primo film con protagonista Indiana Jones, Spielberg, ispirandosi ai vecchi serial avventurosi a puntate degli anni Trenta e Quaranta, miscela con intelligenza eccezionale le rutilanti atmosfere adolescenziali di queste miniserie chiamate cliffhanger (letteralmente “chi resta appeso sul baratro”), senza scordarsi mai di unire la spettacolarità con un senso fisico dell’avventura e la partecipazione emotiva al mondo dei personaggi. L’acutezza di Spielberg ha ridefinito, così, gli hollywoodiani film d’avventura, dimostrando quanto il cinema d’evasione, per quanto improbabile e commerciale, possa anche essere intelligente e raffinato. A sua volta il fascino della serie di Indiana Jones (a I predatori dell’arca perduta seguono Indiana Jones e il tempio maledetto – 1984 e Indiana Jones e l’ultima crociata – 1989) sta proprio nell’inedita caratterizzazione del protagonista, che nonostante le incursioni delle tre pellicole nel genere fantasy rimane una persona ancorata al mondo reale. Indiana Jones è, infatti, un uomo comune senza doti fisiche particolari e, tra pericoli mortali, inseguimenti mozzafiato e colpi d scena, diventa audace solo quando gli avvenimenti lo stanno per sopraffare, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento alle situazioni e di superamento delle proprie paure (fase questa che devono, adire il vero, affrontare tutti gli eroi spielbergiani). E’ soprattutto in Indiana Jones e l’ultima crociata che emerge l’interiorità di questo personaggio spielberghiano grazie al confronto con l’anziano padre Henry (Sean Connery), anche lui archeologo. Lo stesso interprete Harrison Ford parla così del suo personaggio: “Indy è uno che sa sempre motivare le proprie gesta e anche per questo ha conquistato tutti. Non ho mai considerato la serie di Indiana Jones come un film d’azione. E’ altro, scava nella sostanza della vita come ricerca moderna e archeologica”. A tale proposito anche le seguenti parole dello studioso di cinema nordamericano Franco La Polla, tratte dal suo saggio Steven Spielberg, edito dal Castoro, confermano le idee di Harrison Ford: “ pur nella sua eccezionalità , egli in realtà ha un’altra faccia. Osserviamolo durante la lezione universitaria, l’aria quasi dimessa, l’aspetto piacente ma del tutto anonimo. E poi, a differenza dei grandi eroi tradizionali, Indiana sa temperare l’eroismo con un umorismo che in genere i suoi predecessori del passato conoscevano poco.” Come nota biografica, curiosamente, è proprio sul set de Indiana Jones e il tempio maledetto che Spielberg conosce l'attrice Kate Capshaw, partner di Harrison Ford nel film, che diventerà sua moglie nel 1991, dopo il divorzio del regista dalla prima moglie, l’attrice Amy Irving, sposata nel 1985.Spielberg ha saputo, poi, mostrare la faccia più “seria” del suo talento con pellicole di maggiore impegno tematico, tutte appassionati lezioni di Storia, cariche d'emozioni, figurativamente sontuose e con una regia inventiva. Negli anni Ottanta Spielberg firma la regia de Il colore viola (1985), versione cinematografica del romanzo di Alice Walzer, che vede protagonista una donna di colore (Whoopi Goldberg) sullo sfondo dell’America rurale, razzista e maschilista degli anni Venti, e L’impero del sole (1987), che racconta l'occupazione giapponese di Shangai, narrandola attraverso lo sguardo di un bambino inglese (Christian Bale), costretto in campo di prigionia giapponese. Agli anni Novanta risalgono Amistad (1997), film che si basa sulla deportazione degli schiavi neri dall'Africa negli Stati Uniti durante l'Ottocento e Salvate il soldato Ryan (1998, il suo secondo premio Oscar per la regia), film di guerra sullo storico sbarco alleato a Omaha Beach in Normandia nel 1944. Il più recente Munich è datato 2006 ed è ambientato nei giorni successivi al massacro di undici atleti israeliani avvenuto durante le Olimpiadi di Monaco del 1972. Ma il film più civilmente impegnato dell’ebreo Spielberg rimane senza dubbio Schindler’s List (1993), una grande opera in un plumbeo bianco e nero per non dimenticare mai la tragedia dell’Olocausto, vincitore di ben sette Oscar, tra cui quello per miglior regista. Il pudore con cui Spielberg narra la vicenda del ricco industriale tedesco Oskar Schindler (Liam Neeson) che sacrificò tutti suoi averi pur di salvare più ebrei possibile rende rappresentabili per immagini di fiction l’infilmabile, ovvero il genocidio di sei milioni di ebrei. Facendola individuare all’interno di inquadrature per il resto tutte in bianco e nero, il cappottino rosso della bambina ebrea che cerca di sfuggire al rastrellamento nazista, diventa, allora, una piccola e delicata invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi.Accanto ai grandi affreschi storici non mancano per Spielberg le incursioni nella commedia. In questo filone ritroviamo dapprima il demenziale 1941 – Allarme a Hollywood (1979) e il romantico Always – Per sempre (1989), due immeritati flop al botteghino. In seguito il regista passa dall’ironico Prova a prendermi (2003), storia di un ragazzino, Frank W. Abagnale Jr (Leonardo DiCaprio), che negli anni Sessanta riuscì a spacciare assegni falsi da 2, 5 milioni di dollari, al più melanconico The Terminal (2004), un film liberamente ispirato alla storia del rifugiato iraniano Mehran Nasseri, che Spielberg fa interpretare da Tom Hanks, spostando la storia a New York e trasformando il protagonista in un abitante dell'Est - Europa. Probabilmente il film più emblematico di tutta l’opera di Spielberg è forse la commedia fantastica per famiglie Hook – Capitan Uncino (1991). Nella poesia del volo e del rimpianto della figura di Peter Pan, qui un uomo adulto in carne e ossa, a cui presta le sembianze l’istrionico attore Robin Williams, si esprime il più sincero Spielberg, con la sua inconfondibile idea romantica di cinema come rappresentazione del fantastico, del sogno e della fantasia filtrate dagli occhi di un bambino che vede il grande schermo con la stessa fiducia di un sognatore. Infine, non dobbiamo dimenticare che Spielberg oltre a essere un importante autore cinematografico è uno dei magnati più potenti dell’industria hollywoodiana. In tal senso nel 1993 il regista con David Geffen (fondatore dell'omonima casa discografica) e Jeffrey Katzenberg (ex dirigente animazione Disney) fonda la DreamWorks SKG (dalle iniziali dei tre), un'impresa di produzione e distribuzione cinematografica, discografica e televisiva che si pone subito al centro della scena di Hollywood. Non è raro, quindi, leggere il nome di Steven Spielberg tra i produttori di altri grandi film di successo: i titoli sono numerosi, da I Goonies (1985) e Chi ha incastrato Roger Rabbit? a Men in black (1997 e 2002), passando dalla trilogia de Ritorno al futuro di Robert Zemeckis, ai film d'animazione (Balto, Shrek), fino alle serie tv (E.R., Band of brothers, Taken).Volendo inquadrare i film di Spielberg in una più ampia prospettiva cinematografica mondiale, il regista rientra, insieme a Francis Ford Coppola, John Milius e l’amico George Lucas, nel gruppo californiano della New Hollywood, cioè la Hollywood post moderna legati alla classicità anni Trenta – Quaranta e contemporaneamente alla moderna autorialità europea. Da questo punto di vista l’opera di Spielberg è pure un vivace esempio di metacinema, una riflessione sul cinema, una demistificazione dei generi e loro riabilitazione, un’indagine sulle possibilità audiovisive del linguaggio cinematografico e della manipolazione spazio – temporale consentita dal montaggio; il tutto messo in immagini con competenza professionale, sapienza tecnologica e allegra sfacciataggine. Ecco perché molte pellicole spielberghiane fagocitano al loro interno generi anche molto distanti tra loro, dando alla luce a grandi narrazioni spesso epiche, sempre racchiudenti il fascino intatto della fiaba e stilisticamente inconfondibili.In conclusione, la filmografia di Spielberg può apparire ad alcuni macchinosa, prolissa, zuccherosa, scontata, piena di numerosi stereotipi, interamente dentro la prassi e la retorica buonista di Hollywood. E’senza dubbio vero. Ma è quello il prezzo che deve pagare l’ingenuità dell’opera di un sognatore per sognatori che vogliono credere all'innocenza perduta dell’infanzia. “Io sogno per vivere”, dice, del resto, lo stesso Steven Spielberg.
di Maria Grazia Rossi, Maggio 2008.

Scrivere d'autore: Tim Burton


Tim Burton nasce il 25 agosto 1958 a Burbank, California, nelle vicinanze del Valhalla Cemetery. Nell’infanzia si appassiona ai cartoni animati e ai vecchi film dell’orrore, in particolare quelli interpretati da Vincent Price. Realizza un manifesto pubblicitario per la locale società di smaltimento dei rifiuti, e tutta la città ne viene tappezzata per un anno intero. Grazie a una borsa di studio, frequenta un corso di animazione al California Institute of Arts e viene ingaggiato dalla Walt Disney per realizzare l’animazione di Stalk of the Celery (1979) e Doctor of Doom (1979), e più tardi disegna Red e Toby nemiciamici (1981). Il successivo live-action, Frankenweenie (1984), giudicato inadatto a un pubblico infantile, non viene diffuso nei cinema. Ma Paul Ruebens lo vede e ingaggia il regista per realizzare Pee Wee’s big adventure, che ha uno straordinario successo. Nel 1988, dopo tre anni, Burton torna a lavorare, e realizza Beetlejuice spiritello porcello, con Michael Keaton. Nel 1989 sposa Lena Gieseke, da cui divorzia tre anni dopo. Spinto dall’amico Danny Elfman (che musica tutti i suoi film tranne Ed Wood) gira Batman nel 1989, che lo consacra definitivamente a Hollywood. Nel 1990 esce il film tratto da un racconto del suo libro Morte malinconica del bambino ostrica e altri racconti: Edward mani di forbice. È il primo dei sei film con Johnny Depp, mentre Price interpreta lo scienziato creatore di Edward. Segue Batman-il ritorno (1992). Nello stesso anno Tim Burton si fidanza con l’attrice Lisa Marie e lavora a un documentario su Vincent Price, Conversation with Vincent, ma l’attore muore proprio durante la realizzazione. Nel 1993 esce The Nightmare before Christmas, con la collaborazione di Henry Selick, animatore della Disney. L’anno seguente esce Ed Wood, il suo più grande flop, benché Martin Landau vinca un Oscar come miglior attore non protagonista. Il regista continua a sostenere che secondo lui si tratta del suo miglior film. Nel 1996 dirige Mars Attacks!, parodia del genere fantascientifico con un cast stellare che, nonostante il successo al box office, delude molti fans del regista. Nel 1997 è membro della giuria del Festival di Cannes, e pochi anni dopo esce Il mistero di Sleepy Hollow (1999). Segue il remake de Il pianeta delle scimmie, freddamente accolto dalla critica ma molto apprezzato al box office. Sul set conosce Helena Bonham Carter, sua futura moglie e madre di Billy Ray. Sarà presente in tutti i suoi film da allora in poi. E sono i film di più grande successo per critica e pubblico: Big Fish (2003) e Charlie e la fabbrica di cioccolato (2005), nei quali utilizza il suo nuovo attore feticcio Deep Roy, e La sposa cadavere (2005). Nel 2006 dirige inoltre il video dei The Killers, Bones. Nel 2007 il Festival di Venezia gli conferisce il Leone d’Oro alla carriera, nonostante la relativa giovane età.

di Chiara Palladino, Ottobre 2008.

Scrivere d'autore: David Cronenberg

Un cinema carnale, perturbante e inquieto quello di David Cronenberg, regista, sceneggiatore e attore nato in Canada nel 1943; un cinema tanto cerebrale e concettualmente denso quanto calato nelle viscere dell’uomo, volto ad esplorare i labirintici rapporti che legano corpo e mente.Si avverte nei film di Cronenberg un’attenzione particolare per l’aspetto figurativo ma anche per quello specificamente letterario: non a caso il giovane David, dopo una laurea in Lettere conseguita all’Università di
Toronto, ha esordito come scrittore di racconti di fantascienza e diverse sue opere, come Il Pasto Nudo (1991) o l’ipnotico, labirintico Spider (2002) sono tratti da romanzi.Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 dirige diversi corti e lavora per la televisione; i suoi primi lungometraggi sono Il demone sotto la pelle (1975) e Rabid (1977) che mettono in luce il suo interesse per le mutazioni corporee e le derive psicologiche; ciò che potrebbe apparire come pazzia o devianza in Cronenberg è però sempre rappresentato come qualcosa di profondamente umano, concreto e proprio per questo maggiormente spaventoso e disturbante.Il regista affronta nei suoi film la complessità estrema e pericolosa degli esseri umani, muovendosi lungo il confine che separa la normalità e ciò che è moralmente accettabile da ciò che è istinto, pulsione soffocata; non c’è bene e non c’è male nelle opere di Cronenberg, solo uno sguardo preciso, crudele e sincero sulla natura umana. Non è facile collocare i film di Croneberg all’interno di generi chiusi: a volte definite horror o fantascienza, le sue opere sono soprattutto crudi viaggi senza ritorno all’interno di uomini e donne.Le contaminazione tra biologico ed artificiale (Rabid, Il demone sotto la pelle, La mosca, Crash, eXistenZ), la perdita psichica ed emotiva di se stessi (M. Butterfly, Spider), lo sfaldarsi della morale interiore (A History of Violence), la percezione inquietante e distruttiva del corpo (Inseparabili) sono solo alcuni dei temi su cui la complessa filmografia di Croneberg si è soffermata.Merita di essere ricordata anche la sua lunga collaborazione con il compositore Howard Shore, la cui musica raffinata, spesso trattenuta ma anche passionale ha saputo accompagnare con eleganza le immagini aggrovigliate e tormentate dell’autore canadese. Tra i numerosi premi collezionati nel corso della sua ormai trentennale carriera vanno ricordati il Leone d’Argento conquistato da eXistenZ al Festival di Berlino nel 1999 e il Premio Speciale della Giuria per Crash nel 1996 al Festival di Cannes.Sta per uscire nelle sale italiane la sua ultima opera, Eastern Promises che, dopo A History of Violence, vede nuovamente protagonista Viggo Mortensen insieme a Naomi Watts e Vincent Cassel; il film, una storia di malavita russa ambientata a Londra, è stato presentato pochi mesi fa al Toronto Film Festival dove ha vinto il People Choice Award.
di Valentina Alfonsi, Dicembre 2007.

Scrivere d'autore: Francis Ford Coppola

La reincarnazione e il concetto di tempo sono - ”suprema ambiguità della condizione umana” - con questi temi e queste parole ritorna con “Un’altra giovinezza” il regista di origini italiane Francis Ford Coppola. Nasce il 7 Aprile 1939 a Detroit, Michigan,cresce poi nei sobborghi di New York,suo padre è Carmine Coppola noto compositore e musicista jazz di quei tempi,sua madre un’attrice. Si diploma in drammaturgia alla Hofstra University, per specializzarsi all'UCLA in
regia. Verso la fine degli anni 60, iniziò la sua carriera professionistica realizzando film a basso budget. Grazie al suo maestro Roger Corman ,debuttò dietro alla macchina da presa, con “Terrore alla tredicesima ora”, il primo vero lungometraggio dopo “Tonite for Sure”(1962).Continuò ad affinare il suo stile, scrivendo alcune sceneggiature e realizzando altri lungometraggi come “Buttati Bernardo!”(1966) e “Sulle ali dell’arcobaleno”(1968). Ma il suo primo film di rilievo fu “Non torno a casa stasera”(1969), interessante e suggestivo, che seppe anticipare temi e motivi del cinema hollywoodiano degli anni Settanta. Nel 1969, con il suo amico regista George Lucas fonda L'American Zoetrope:una casa di produzione cinematografica indipendente. Insieme ad Edmund North vinse il premio Oscar (1971) per la sceneggiatura di “Patton, generale d’acciaio”(1970) disegnando una figura che in qualche modo anticipò il colonnello Kurtz.La consacrazione arrivò come co-autore e regista de “Il Padrino”(1972) il primo dei tre film della trilogia ispirata al romanzo omonimo di Mario Puzo,caposaldo della cinematografia, vincitore di tre premi Oscar,considerato il secondo miglior film americano della storia dall'American Film Institute. Il Padrino, ebbe anche uno dei maggiori successi al box office di tutti i tempi ,portando al regista le risorse necessarie per finanziare alcuni progetti cui stava lavorando da tempo.Il primo di questi fu proprio un film importante ma poco conosciuto “La conversazione”(1973)che trattò temi delicati anticipando quello che sarà il “caso Watergate” sempre nello stesso anno produsse “American Graffiti” di Lucas, mentre nel 1974 scrisse la sceneggiatura de “Il grande Gatsby”.Ma fu in Vietnam che ambientò il kolossal “Apocalypse Now”(1979) un film epico, tragico nei suoi contenuti,uno spaccato sull’orrore della guerra e della violenza che sconfina nello smarrimento, ispirato al romanzo Cuore di tenebra di Conrad, vinse due premi Oscar e la Palma d'Oro a Cannes.Abile nel scegliere gli interpreti e nella struttura mai ovvia e semplice di una sceneggiatura delicata,complesso nelle soluzioni delineando una rara capacità operistica.Ricordiamo tra le sue opere anche “I ragazzi della 56° strada” (1983) e “Rusty il selvaggio” (1984),oltre cha alla sua ultima nomination ,USC Scripter Award, per il film “L'uomo della pioggia” (1998).Curiosità: La sorella di Coppola è Talia Shire (scelta nel cast di Rocky da Sylvester Stallone, divenne famosissima al grande pubblico grazie al ruolo di Adriana), il nipote è Nicholas Cage, la figlia è Sofia Coppola(“Lost in Traslation”).

di Alessio Novarelli, Ottobre 2007.

Scrivere d'autore: Michael Moore

Essere un dissidente comporta sempre una spaccatura nell’opinione pubblica. Esserlo nell’America di Bush può portare ad una radicalizzazione profonda di tale situazione: visceralmente anti-americano per alcuni, ultimo rappresentante dell’autentico spirito libertario della democrazia statunitense per altri, Michael Moore ha vissuto costantemente sulla sua pelle negli ultimi dieci anni suddetto conflitto. Scrittore, giornalista, regista, Moore ha inchiodato i mali della società americana attirandosi applausi scroscianti quanto strali
velenosi, insulti e denigrazioni come esaltazioni e appoggi incondizionati. Per questo risulta difficile trovare una definizione univoca per connotarlo. Ma cinico lo è di sicuro, questo corpulento omaccione, vestito trasandato, barba incolta e immancabile berretto da baseball a delinearne il look, nato nel Michigan nel 1954, autore di libri di culto come Stupid White Men e Che cosa hai fatto al nostro paese?, tradotti con successo anche da noi in Europa. Ma è soprattutto sulla sua attività di regista che oggi è conosciuto in tutto il mondo, sdoganando il genere documentario dalle secche del consumo puramente televisivo o giornalistico, generando una serie infinita di cloni, e trasformando il documentario persino in un successo da box-office: se oggi nelle sale cinematografiche abbondano le pellicole non fiction, buona parte del merito è suo.Sin dai tempi di Roger & Me sono apparse chiare le caratteristiche che hanno permesso a Moore di ottenere questi risultati: innanzitutto egli ha rivelato come il documentario, al pari di tutti generi narrativi, non è oggettivo, poiché, dalla selezione dei materiali al tono del racconto, c’è sempre dietro una regia, l’adozione di un punto di vista particolare. Nel caso di Moore, questa tendenza si fa ancora più esplicita in quanto egli mette in scena letteralmente se stesso, davanti alla macchina da presa e nell’uso della voce over, rivelando le proprie idee, il proprio retroterra culturale e politico, la sua personale riflessione: in questo anche i suoi più acerrimi detrattori dovrebbero riconoscergli un’onestà di fondo.La seconda caratteristica tipica del cinema di Moore è l’ironia, lo spirito sardonico che attraversa le sue pellicole, e che si caratterizza anche negli aspetti più propriamente tecnici, dal montaggio all’uso in contrasto della colonna sonora. Un umorismo nero e cattivo, che affonda come una lama nelle carni dilaniate del suo paese. Dopo essere stato arrestato, mentre girava il video di Sleep now in the fire dei Rage Against the Machine, Moore ha rapidamente scalato i vertici della popolarità: prima con il capolavoro Bowling for a Columbine (con cui vince il premio Oscar), poi la sfida al suo nemico di sempre, il presidente George W. Bush, che mette alla berlina in Fahrenheit 9/11, vincendo addirittura la Palma d’oro a Cannes. In attesa di Sicko, che affronterà il sistema ospedaliero americano, e che dopo la disoccupazione, le armi da fuoco e la guerra al terrorismo, siamo sicuri farà tremare ancora una volta l’inquilino della Casa Bianca.
di Giulio Ragni, Maggio 2007.

Scrivere d'autore: Ermanno Olmi

Ermanno Olmi nasce a Treviglio il 31 luglio 1931. Arriva ben presto a Milano, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica. Si cimenta con l’arte cinematografica realizzando, giovanissimo, alcuni documentari e nel 1958 realizza Il tempo si è fermato, il suo primo lungometraggio. Nel ’61 realizza Il posto, con il quale si mette in luce nel panorama internazionale, vincendo tra l’altro il premio della critica al Festival di Venezia. Con Il posto, Olmi realizza un realistico e riuscitissimo ritratto di quel periodo di migrazioni
interne alla ricerca del benessere e di un posto fisso nella Milano del boom. Nel 1965 il regista rende omaggio a un illustre conterraneo, papa Giovanni XXIII, con la pellicola E venne un uomo. La definitiva affermazione di Ermanno Olmi deve attendere altri tredici anni, arriva il 1978 e con la Rai di Paolo Grassi a produrre viene realizzato L’albero degli zoccoli. Palma d’oro a Cannes ’78. Olmi condensa in quest’opera tutto sé stesso: la natura, la campagna e la fatica della gente comune, quella rimasta ai lati del progresso industriale italiano. Girato interamente nella campagna bergamasca e recitato in dialetto locale dalle genti del posto, si configura come un affresco lirico della vita rurale in un tempo a noi non poi così lontano. Nel 1982 fonda a Bassano del Grappa (Vi) una scuola di cinema. Sei anni più tardi realizza La leggenda del santo bevitore, è la prima volta che il regista bergamasco si cimenta su un soggetto preesistente (è tratto dal romanzo di Joseph Roth), con il quale si aggiudica il Leone d’Oro a Venezia. Dieci anni dopo Cannes, Olmi entra nel ristrettissimo club di autori premiati sia in laguna che sulla croisette. Trascorrono diversi anni e ritroviamo nel nuovo millennio un nuovo capolavoro di Ermanno Olmi: si tratta de Il mestiere delle armi, una eccellente ricostruzione della vita di Giovanni dalle Bande Nere. La cinepresa non ha paura di affrontare le nebbie e i bui degli interni, i dettagli sono ancora una volta curati nei minimi particolari. Dopo Milano e Bergamo, Olmi prosegue il suo omaggio alla natia regione e va a girare a Mantova, sempre nelle campagne, dove tornerà qualche anno più tardi per girare anche Centochiodi. Quello che colpisce nel cinema di Ermanno Olmi è il suo irrefrenabile desiderio di andare dove solitamente il cinema italiano non va: nelle campagne, tra le nebbie, nei campi, nella ruralità che non è ancora scomparsa. Una parte del nostro Paese solitamente lontana dal grande schermo, e Olmi la rappresenta, la esalta, con poesia e passione. Non ha mai amato affidarsi a volti noti del cinema nazionale, salvo qualche caso eccezionale, preferendo mettere attori non professionisti al centro delle sue storie e ha fatto anche da operatore in quasi tutti i suoi film. E’ nato da una famiglia contadina e il suo cinema è un immenso, smisurato, poetico, omaggio alle proprie origini.
di Matteo Bursi, Aprile 2007.