domenica 19 aprile 2009

TI AMO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO (di Leonardo Pieraccioni, 2005)

"COMUNQUE PIACEVOLE" - Cosa c'è da dire sull'ultimo film di Pieraccioni? Storia studiata nei particolari! O almeno... Questo è quello che ci vuole far credere l'autore. Piacevole sicuramente, e non mancano le battute divertenti, i personaggi curiosi, i piccoli colpi di scena! Ma ho l'impressione che non basti. Scorre bene, ci si mette dalla parte del protagonista, quasi convincente! Perchè allora bisogna così semplificare il tutto alla fine? Un pò deludente il PRE- VISSERO FELICI E CONTENTI, ma almeno non scivola subito via! E questi personaggi stereotipati hanno qualche caratteristica nuova, come la professione strana della giovane madre innamorata, come tutta la banda della lavanderia, e perchè no?! Le strane lingue che va a cercare la ragazzina(il maldiviano)! Io l'ho visto e non mi son pentita... Consiglio di passare dal cinema, se non altro ... Vi è un bene di fondo e un ottimismo di cui abbiamo tutti veramente bisogno in questo 2000 spento e ormai privo di sogni a lunga durata.
di Valeria, 18 dicembre 2005.

----------------------

"PIERACCIONIANO doc" - Sufficientemente Pieraccioni. Film di Natale e titolo accattivante,gli ingredienti alla Pieraccioni li ritroviamo tutti: a partire dalla stesura della sceneggiatura con Veronesi,alla presenza della stangona di turno meglio se straniera, cast di amici da Barbara Enrichi a Massimo Ceccherini (fortunatamente in veste diversa) al ritrovato 'laureato' Rocco Pappaleo,forse le gag migliori le ritroviamo con lui. Aggiungiamo un collante come Panariello che porta avanti la scena balbettando,per finire condiamo con un bel pizzico di animali che fanno sempre tanta tenerezza. Trama sicuramente più elaborata e convincente dell'ultimo Il paradiso all'improvviso,dovuto forse ad una maturità o alla mossa astuta di spostare il punto d'osservazione agli occhi di una sedicenne! Curiosità,con la presenza del cantautore Francesco Guccini si realizza un altro sogno dopo quello di aver in un suo film, la voce 'over' di Mario Monicelli nel Ciclone. 
di Alessio Novarelli, 2 gennaio 2006.

THE NEW WORLD (di Terrence Malick, 2006)

"NON RIUSCITO" - Misterioso e imperscrutabile, elusivo e solitario, Terrence Malick, con una manciata di film in trent’anni, è diventato un regista dal culto assolutamente meritato, così lontano dalle mode di Hol-lywood come dagli stereotipi dell’autore all’europea. Dispiace perciò ancora di più constatare che The New world è un film sostanzialmente non riuscito, perché se è vero che l’arte e la filosofia, attraverso la sensibilità e il raziocinio, illuminano la vita di noi comuni mortali grazie alla loro capacità di vedere la realtà profonda delle cose, per Malick, che è artista e filosofo insieme, la banalità del “messaggio” del film è una colpa grave.
Tecnicamente monumentale, lentissimo ed estenuante, The New World mette in scena l’eterno scontro tra natura e cultura, tra l’ordine primigenio dell’esistenza e la civiltà che annichilisce ogni cosa, riprendendo la leggenda di Pocahontas, che già aveva ispirato la Disney, al fine di sviscerare le contraddizioni che hanno portato alla scoperta di un Eden vagheggiato e irrimediabilmente perduto. La prima mezz’ora è straordinaria, con l’arrivo degli inglesi, la bellezza arcana delle immagini, tra fiumi maestosi e suggestivi tramonti, e l’incontro fra le opposte culture, raccontato con minuzia da antropologo. Poi qualcosa non torna, il substrato metaforico si fa forzatamente didascalico, e an-che stilisticamente non tutto funziona. Se la scelta di narrare la storia d’amore tra Pocahontas e il capitano John Smith con sguardi pudici e carezze innocenti è felice, così come anche le (rare) scene di battaglia anacronisticamente prive di dettagli sanguinolenti, le voci off dei protagonisti, in una sorta di sinfonia interiore, che tanto bene avevano reso ne La sottile linea rossa, alla lunga stufano, e cadono talora nel ridicolo, e lo stile sin troppo estetizzante rischia di trasformare le belle immagini in uno spot del National Geographic. 
di Giulio Ragni, 18 gennaio 2006.

----------------

Replica a "non riuscito" - La caratteristica di Malick regista è forse quella di dare ai suoi personaggi una visione introspettiva per poi esternare i loro sentimenti ed emozioni, paure e angosce, per meglio coinvolgere lo spettatore e farlo sentire parte della situazione. Ce ne ha dato una buona prova con "La sottile linea rossa" che con questo nuovo film ha in comune la lunga durata e le scene di forte emotività. Avendo visto il trailer ci si aspettava forse un capolavoro fatto di grandi scene d'azione e dal forte pathos con momenti toccanti e dolci tra i protagonisti. Bisognerebbe forse vederlo 2 volte per comprenderne il pieno significato e le varie sfumature che esso assume. L'inizio è alquanto coinvolgente infatti e fa sperare in un ottimo prodotto destinato a diventare un colossal ma a lungo procedere si avverte una sgradevole sensazione di suspance in attesa del momento di una svolta caratteriale che il film non prende mai. La trama si fa più complicata e rimanda a situazioni difficili per i personaggi che non aiutano parlando il meno possibile e lasciando gran parte alla comprensione soggettiva dello spettatore. Permangono invece le immagini con sfondo la natura incontaminata degne di un documentario che a lungo andare portano alla noia di stare seduti e fanno cadere gli occhi prima incollati allo schermo. La lunga durata certo non aiuta per il godimento e l'approvazione della pellicola da parte del pubblico.   

di Boris Fietta, 10 febbraio 2006.

ROMANZO CRIMINALE (di Michele Placido, 2005)

"QUASI-CAPOLAVORO" - Incalzante e febbrile. Torna finalmente il crime-movie anni '70, che fu il genere esportato oltreoceano che fece conoscere il nostro cinema al mondo. Il film di Placido è un ritorno al passato; prova lo è che la vicenda parte proprio ambientata in quegli anni '70 e in quelle strade umide e pericolose, rappresentando la nascita di una gang criminale dalle sue radici, partendo dall'infanzia.
La banda della Magliana, peraltro mai nominata esplicitamente nel film, nasce cresce e si estinguerà in venti anni, vivendo sullo sfondo di un periodo socio-politico oscuro, ben rappresentato e palpabile, in cui vengono a darci mano documenti e immagini di repertorio catalizzati dalla tv.
Tra tradimenti e complotti, sparatorie e vendette, intrighi politici e indagini poliziesche, e spaccati di vita privata dei protagonisti, il film è un martello che picchia forte il ferro sull'incudine e che lascia pochi attimi di respiro allo spettatore, trainato da una splendida colonna sonora e ben rappresentato da una fotografia livida e umidiccia, di grande caratura.
Placido, ispirato nell'impianto narrativo a "C'era una volta in America" di Leone, ha realizzato un film riuscito nell'intento del titolo che lo presenta, appunto "romanzo..." E si fa vedere senza avere la presunzione primaria di una collocazione storica precisa e puntuale, senza pretese politiche e sociali, ma che comunque mostra davvero la condizione dell'Italia.
Una storia "vera" mostrata come dagli occhi dei protagonisti, quel crescere insieme ai margini, che li rende uniti nell'inesorabile distruzione di sangue "fuori" e niente "dentro"; quasi un viaggio parallelo alla storia, che ti lascia l'amaro dentro per la loro fine e per l'Italia martorizzata di quegli anni.
Brillantemente trascinanti i tre (Favino, Rossi Stuart e Santamaria) che regalano ai personaggi una gamma di emozioni intense ed alternanti da lasciarti completamente conquistato...anche il ruolo minore affidato a Riccardo Scamarcio è assolutamente azzeccato e fortemente credibile.
Unica nota stonata, purtroppo contro tutte le aspettative, è la scarsa performance (rispetto alle sue potenzialità) di Stefano Accorsi e la sua relazione con Patrizia forse un po' forzata. Ma un piccolo dettaglio non poi così grave non si nota neanche in un "quasi capolavoro" come questo.
di Daria Piccioni, 26 ottobre 2005.

QUANDO SEI NATO NON PUOI PIU' NASCONDERTI (di Marco Tullio Giordana, 2005)

"IRRISOLTO" - L'ultimo film di Giordana ha alcune sequenze molto belle, come l'annegamento del bambino e il suo ripescaggio da parte dei clandestini: una letterale rinascita che giustifica il bel titolo poetico del film. E in generale ho trovato azzeccato il ritratto della famiglia borghese del Nord Italia, con un Alessio Boni, attore che non ho mai amato particolarmente, molto credibile. Ma il film sconta alcune debolezze tipiche del cinema italiano odierno: una certa fragilità narrativa (nonostante la premiata ditta Rulli-Petraglia), l'incapacità di tratteggiare personaggi archetipici che trascinino lo spettatore nel racconto, e soprattutto una correttezza politica di fondo che inficia uno sguardo realmente autentico su un tema, come quello dell'immigrazione, in cui è facile cadere nelle trappole dell'ideologia, da un lato come dall'altro. Anche il finale, più che aperto, mi sembra irrisolto, in un film complessivamente sopravvalutato dalla critica dopo i bei "I Cento Passi" e "La Meglio Gioventù". Nella media del cinema italiano, e la media, si sa, non è un granché.   
di Giulio Ragni, 24 novembre 2005.

PRIME (di Ben Younger, 2005)

"DOPPIA-PERSONALITA' " - Qualche gag divertente, una commedia piuttosto azzeccata, né banale né volgare, che comunque non può prescindere dalla forza delle due attrici protagoniste che ne formano la vera essenza. Senza Uma Thurman e Meryl Streep questo Prime non avrebbe la stessa personalità. Giocato molto sugli equivoci e i doppi sensi riesce a non diventare troppo prevedibile. Meryl Streep, ma non è una novità, è una perfetta psicologa accomodante che si trasforma pian piano in suocera scomoda e dominata da tic e fobie. Non c'è il lieto fine e forse e meglio così, la chiusura adatta alla linea del film.   
di Matteo Bursi, 21 febbraio 2006.

ONE MAN BAND (di Mark Andrews e Anthony Jimenez, 2005)

"MERAVIGLIOSO" - Una piazza deserta di un paesino (europeo) con una fontana al centro. Una monetina in mano ad una bambina. Due mirabolanti suonatori, due one man band che richiamano lo scalcinato e irresistibile Bert (interpretato dallo straordinario Dick van Dyke) del disneyano Mary Poppins.
Per quella unica povera monetina di mancia i due suonatori dai mille strumenti iniziano una, sempre più estrema, sfida all'ultimo prodigio musicale. La sfida però va oltre i limiti e, nel trambusto provocato dai due squattrinati musicisti, la monetina cade dalla mano della dolce bimba e, maligna, cade irrimediabilmente nel tombino. Le parti si invertono. La bambina ora chiede la mancia ai due bohémiene. E nell'incredulità dei due, la piccola si farà ammirare in una sontuosa esibizione. Un passante non inquadrato sgancia un sacco pieno di monete d'oro sulla ciotola della bimba che, non sazia, nel finale si prende gioco dei due one man band.
Una delle opere più belle della preziosa collezione della Pixar. Nominato agli Oscar 2006 come miglior corto animato. E' un cortometraggio dolce, il paese che circonda la disputa è un capolavoro. Il suonatore col cappello a punta emana una personalità fortissima. Assolutamente da vedere!
Giudizio  (legenda).
di Matteo Bursi.  3 Ottobre 2007.

OLIVER TWIST (di Roman Polanski, 2005)

"LONDINESE" - Arriva sul grande schermo una nuova trasposizione del classico dickensiano "Oliver Twist", questa volta diretta da un maestro del cinema come Roman Polanski. La storia, più o meno già nota, tratta di un ragazzino di 10 anni, orfano di entrambi i genitori: Oliver Twist. Dopo una permanenza in orfanotrofio, Oliver viene adottato, ma la sua permanenza con la famiglia non è certo delle più felici, a causa dell'egoismo della matrigna e dell'insensibiltà del fratellastro. Fuggito, il ragazzo giunge a Londra dove conosce un gruppetto di coetanei, grazie ai quali e soprattutto grazie all'aiuto del "capo" della banda, l'anziano Fagin, riesce ad avere di che nutrirsi e ad imparare l'"arte" del furto. Proprio durante una marachella dei suoi amici, viene ingiustamente arrestato, ma per una volta la fortuna è dalla sua parte e Oliver viene preso in cura da una ricca e raffinata famiglia locale. Ancora una volta Polanski riesce a realizzare un film coinvolgente ed emozionante, che prende lo spettatore e lo porta dritto nella Londra ottocentesca e nelle sue caratteristiche ambientazioni senza mai essere buonista o retorico. I personaggi, costruiti in maniera ineccepibile, nascondono infinite sfaccettature, su tutti spicca la splendida figura di Fagin, un anziano dall'aspetto repellente, che suscita emozioni contrastanti nello spettatore; il suo personaggio è tra l'altro interpretato da un eccezionale Ben Kingsley che offre una prova splendida. Uno dei punti forti della pellicola è l'ambiguità delle emozioni che suscita, per cui si è portati a provare sentimenti differenti per uno stesso personaggio in situazioni diverse; tutto ciò è garantito proprio dalla tridimensionalità dei personaggi. Ottimo il cast (su cui spicca come già scritto Kingsley) così come le scenografie londinesi e la eccellente fotografia. Da lodare il compositore Portman che è riuscito a creare una colonna sonora perfetta e particolarmente coinvolgente. In definitiva il film di Polanski mostra una bellezza classica e rigorosa ma forse poco contemporanea, il che ne diminuisce la potenza espressiva. La storia è affascinante ma purtroppo non offre niente di particolarmente innovativo alla cinematografia. Insomma un film bellissimo che però non può essere equiparato ai capolavori del regista polacco come "Il pianista" o "Chinatown".   
di Salvatore Scarpato, 22 ottobre 2005.

-------------------

Replica a "londinese" - Sono d'accordo con te quando dici che il regista ci ha dato un ottimo affresco dell'Inghilterra dell'800 ma credo anche che abbia tralasciato di accentuare certi particolari sul modo di vivere degli inglesi che rendono il film mancante di una certa coerenza col libro e abbia dato poco spazio a certe scene soffocando così l'emotività e la passione che irrompono dalle pagine di Dickens. Penso anche che la bellezza del film non sia poco contemporanea poiché film tratti da libri sul mondo inglese ottocentesco ne sono stati girati molti (Wilde) e questo forse ne rispecchia il lato con più contraddizioni e ipocrisia della società inglese del tempo che tocca anche il mondo infantile (un esempio è la scena in cui i gendarmi posano delicatamente a terra il piccolo Oliver svenuto fuori del tribunale lasciandolo così, fortunatamente soccorso dal suo benefattore).
di Boris Fietta, 30 ottobre 2005.

NON BUSSARE ALLA MIA PORTA (di Wim Wenders, 2005)

"(IN/S)CONTRO GENERAZIONALE" - A vent’anni da Paris, Texas, Wim Wenders ritrova Sam Shephard, per raccontare la storia di un attore sul viale del tramonto che improvvisamente si scopre padre e parte alla ricerca del figlio mai conosciuto. Il regista si affida alla forma narrativa da lui privilegiata,ovvero il road-movie, ma lo stile ora è dimesso e malinconico, come il protagonista, giunto a compiere un bilancio sulla propria vita. La riflessione, come sempre in Wenders, da particolare si fa universale, e la città di Butte, dove chiunque vi arriva è solo di passaggio, diventa allegoria della vita stessa, e ci ricorda che tutti siamo di passaggio in questo mondo, e i figli sono traccia e testimonianza della nostra esistenza. La storia procede con ritmi lenti e situazioni ai limiti del paradosso, la colonna sonora – come sempre curatissima – è più vicina al country e al blues che non al rock: Wenders nel suo (per ora) ultimo film americano esorcizza la propria personale visione della vecchiaia e della morte, e mette in scena l’incontro/scontro generazionale; così il viaggio finale chiude il film in segno inverso e opposto rispetto alle premesse, con i figli che vanno alla ricerca del padre e, per estensione, delle proprie radici. 
di Giulio Ragni, 22 ottobre 2005.

NIENTE DA NASCONDERE (di Michael Haneke, 2005)

"SPIAZZANTE" - All’ultimo festival di Cannes ha vinto il premio per la miglior regia, anche se molti fra gli addetti ai lavori avrebbero preferito che ottenesse il massimo riconoscimento: eppure Niente da nascondere (Caché) di Michael Haneke – che peraltro si pone ai vertici della filmografia del regista austriaco – ci sembra appartenere ancora una volta a quel filone di opere dove a dominare è la provocazione fine a sé stessa.
La storia è presto nota: un critico letterario riceve alcune inquietanti videocassette, accompagnate da strani disegni, che incrinano a poco a poco la tranquillità della sua famiglia. L’abilità di Haneke è quella di disintegrare le certezze dello spettatore sin dall’inizio, confondendo l’immagine cinematografica con quella televisiva registrata, e costruendo attorno a questa trovata stilistica un tipico meccanismo da film giallo; tuttavia il cortocircuito emotivo tra il passato individuale del protagonista e quello collettivo di un’intera nazione che si macchiò di gravi colpe nei confronti della popolazione algerina, appare alquanto sterile e inerte, mentre il film è assai più efficace quando descrive la dissoluzione della famiglia alto-borghese, grazie soprattutto alla superba prova degli attori, Daniel Auteil e Juliette Binoche. Una menzione particolare va fatta anche alla scenografia e alla fotografia, che comunicano esattamente quel sentimento di estraneità che progressivamente si instaura tra i personaggi: sia la casa che lo studio televisivo sono arredate con scaffali di libri dappertutto, e immerse in una luce bianchissima, raggelante, per sottolineare la vacuità e la superficialità dei rituali borghesi, come le cene fra amici o le discussioni intellettualistiche; una puntuale messa in scena di quella patina di conformismo che nasconde (da cui il titolo originale) i segreti di un passato rimosso e taciuto, e che non va rivelato nemmeno alle persone più vicine. A spezzare lo stile algido e limpido del film intervengono un paio di sequenze cruente, che come spesso accade nelle opere di Haneke, sono di una gratuità così evidente che si ha il sospetto che il regista le abbia messe appositamente per scioccare e basta, così come l’enigmatico finale, in cui molti critici vi hanno letto ambizioni metafisiche, sembra più voler spiazzare ancora una volta lo spettatore, che una reale esigenza espressiva e narrativa.  
½
di Giulio Ragni, 3 novembre 2005.

NATALE A MIAMI (di Neri Parenti, 2005)

"FUTURO DA CULT" - La coppia - non coppia. Dopo ben 23 film fatti,con Natale a Miami,Neri Parenti ci vuol gia far rimpiangere quella che diventerà di sicuro il serial popolare cult del nostro cinema all'italiana, soppesandone certamente la qualità. Le smanie sessuali ne fanno da padrona,Boldi e De Sica sicuramente in bella forma ,si alternano e s'intrecciano come sempre in storie parallele,supportati dall'innesto di un azzeccato Massimo Ghini.
Gag per tutti i gusti e dialetti della nostra penisola,il film è forse tra i migliori della coppia - non coppia,diretto,sorridente ma soprattutto leale nei riguardi di un pubblico che a Natale ha voglia di ridere digerendo il blockbuster Hollywoodiano.
di Alessio Novarelli, 26 dicembre 2005.