lunedì 2 marzo 2009

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO (di Elio Petri, 1970)

L’accoppiata Elio Petri e Gian Maria Volonté è stata una delle più prolifiche e qualitativamente produttive del cinema italiano, al pari dei sodalizi Fellini-Mastroianni e Antonioni-Vitti, anche se complessivamente sottovalutata dalla critica nostrana e parzialmente rimossa dalle giovani generazioni di spettatori.
Connotata da un forte impegno civile, la collaborazione tra il regista e il grande attore piemontese ha dato uno dei suoi frutti migliori in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che sarebbe diventato un modello espressivo del nostro cinema generando il filone dei cosiddetti thriller politici, i cui canoni compositivi sono già tutti qui, in questo saggio psicanalitico sulle aberrazioni del Potere, incarnate alla perfezione da un Volonté grandiosamente sulfureo, poliziotto assassino della sua amante (Florinda Bolkan), che prenderà coscienza di come il suo ruolo di capo della sezione omicidi lo metta al riparo da qualunque accusa.
Girato da Petri con stile convulso e grande senso dell’immagine, con un’indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone (una delle sue più belle di sempre), Indagine su un cittadino incarna l’essenza stessa del cinema italiano degli anni Settanta, attento alle implicazioni sociali e politiche delle storie narrate quanto ad un discorso sulla forma, entrambe caratteristiche che sembrano perse nell’asfittico panorama produttivo dei nostri giorni; e se, come Serpico di Sidney Lumet, il film oggi può sembrare in parte datato nel raccontare la corruzione di chi detiene l’autorità, i toni ora grotteschi ora lucidamente spietati dell’interpretazione di Gian Maria Volonté sono da manuale nel tratteggiare un piccolo borghese che nel Potere trova la valvola di sfogo delle proprie frustazioni e delle pulsioni represse: e quando afferma “La repressione è il nostro vaccino,  repressione è civiltà”, un brivido corre ancora lungo la schiena, implacabile. Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes ed Oscar per il miglior film straniero nel 1970.
Giudizio½ (legenda).
di 
Giulio Ragni.  16 dicembre 2007.

LA LINEA (NUMERO 2) (di Oscaldo Cavandoli, 1970)

La linea è una serie animata che ha reso celebre il regista d'animazione Osvaldo Cavandoli nel mondo. Concepita nel 1969 per Carosello, questa serie ebbe grande sviluppo e largo successo durante tutti gli anni Settanta (e oltre), con più di duecento episodi.
La linea numero 2 è un cortometraggio di poco più di quattro minuti in cui si trovano già tutte le caratteristiche della serie: l'omino bianco (Mr.Linea) curioso, alle prese con mille personaggi e avventure che, di volta in volta, la mano di Cavandoli gli disegna (crea) a fianco. Qui c'è un leone impaurito che si tramuta in un topolino che verrà inseguito da un gatto coccolone, ci sono uccelli e pesci, ma il clou sta tutto nel finale da guerra fredda. Mr.Linea si ritrova in mezzo a due schieramenti opposti, con in mano un cartello. Da una parte lo cacciano, dall'altra gli sparano. E' il caos. Sembra superata la battaglia quando compare una colomba con un ramo d'ulivo nel becco. Ma esplodendo, dà un messaggio chiaro. Chicca finale, la mano dell'autore è tutta fasciata dopo l'esplosione...
Giudizio (legenda).
di 
Matteo Bursi.  23 maggio 2007.

MATALO! (di Cesare Canevari, 1970)

Matalo! è uno degli spaghetti western più folli e deliranti che siano mai stati girati, diretti da un regista, Cesare Canevari, dotato di quell’estro ai limiti della totale incoscienza che caratterizzava molti registi dell’epoca. Autore di alcuni titoli shock del cinema estremo italiano come L’ultima orgia del Terzo reich, Canevari firma con questo western una delle sue opere migliori, sperimentale e psichedelico tanto nella costruzione delle immagini e nell’uso insolito degli spazi, quanto nelle musiche elettroniche alla Kraftwerk (ma siamo nel 1970!) di Mario Migliardi.
In compenso la sceneggiatura è mediocre, con dialoghi a volte imbarazzanti, e Canevari deve fare di necessità virtù girando un poema visivo-sonoro quasi muto, e grazie alla scelta di un tono fumettistico, consente a noi spettatori di perdonare certi errori ed ingenuità, tra un Corrado Pani che non brilla certo in espressività ed un inedito Lou Castel, attore solitamente impegnato, nel ruolo del vendicatore solitario, armato di boomerang (!). Impensabile oggi, per chiunque.
Giudizio (legenda).
di Giulio Ragni.  16 dicembre 2007.

2001 ODISSEA NELLO SPAZIO (di Stanley Kubrick, 1968)

Quest’opera di Kubrick è stata riconosciuta da molti critici come il più grande capolavoro fantascientifico degli anni 60’ e 70’. 
Sono passati 37 anni dall’uscita di questo film, a parte il piacere del suo valore estetico che non teme il tempo viene da chiedersi quanto delle problematiche che la pellicola poneva alla sua uscita hanno relazioni etiche e scientifiche con il mondo di oggi. 
L’arco di tempo che va dal 1968 al 2004 è’ stato indubbiamente un trascorso di anni ricco di evoluzioni scientifiche e tecnologiche straordinarie in particolare nel campo dell’informatica e della robotica. Basti pensare che non siamo molto distanti dalla realizzazione del robot con fibre composte da neuroni  informatizzati. Queste nuove possibilità di assemblaggi potrebbero dare alle macchine emozioni e perché no una primitiva coscienza, se non altro come effetti di errori umani nella programmazione degli automi. Il calcolatore Hal 9000 uno dei protagonisti del film non si comportava come se avesse delle emozioni, cioè non aveva un’attività emozionale programmata, bensì esprimeva tracce di un sentire  umano vero. Il risentimento incontrollato che Hal prova all’esclusione delle sue funzioni decisa dai due astronauti dopo il suo grave errore, è tipicamente umano. Umane sono anche le reazioni pratiche che ne conseguono che portano ad aggravare la sua situazione. Infatti dopo l’esclusione il comportamento di Hal non è più logico e coerente con le finalità della missione. L’elaboratore cercando in seguito di uccidere gli astronauti antepone un proprio sentimento di odio agli interessi del viaggio. Fino ad arrivare ad una vera passione omicida.
Perché Hal si emoziona? Perché è divenuto simile agli uomini, ha interiorizzato nelle sue fibre nervose, frutto di una probabile clonazione, aspetti del comportamento relazionale degli esseri umani fino al punto di provare piaceri trasgressivi, variante quest’ultima non prevista da chi lo ha realizzato o ha investito nella sua realizzazione.
Hal rappresenta il tonfo filosofico di una scienza, quella occidentale troppo legata a concezioni scientiste dell’universo. La missione su Giove fallisce ma l’astronauta Bowman raggiungerà il monolito in un appartamento stile rococò, in un’altra dimensione spaziale e temporale,  non prevista da chi ha investito nella missione. Altra dimensione perché frutto dell’es. Una temporalità edipica in cui soggiacere piacevolmente e con stupore al mito di un’intelligenza superiore. Bowman morendo nel letto stile rococò e rinascendo vicino al pianeta terra diviene metafora dell’essenza dell’itinerario umano dell’esistenza. Itinerario che appare sempre più legato alla tragicità dell’edipo. L’assenza quasi totale della donna nel film conferma le infinite varianti che la triangolazione edipica può assumere nel suo gioco con il rimosso. Tragica gerarchia edipica quella del film. Hal figlio trasgressivo di Bowman, Bowman figliol prodigo dell’ignoto intelligente e soprannaturale espresso dal monolito, gerarchia che dà senso ai paradossi dell’evoluzione umana e lega l’edipo alla tradizione maschilista.
Evoluzione umana a volte priva della madre. Madre sottratta al rapporto più vero e appagante con il figlio, per questo fonte di inquietudine e mobilità pulsionale che il film utilizza per la sua macchina narrativa. Il parricidio di Hal è simbolico, interiorizzato dalla conoscenza degli umani con cui ha a che fare. Lo sguardo di donna è già soppresso o rimosso, non può esistere nel film, questa è la condizione per avvertire la musica del silenzio che Kubrick avvalora esteticamente con gli insoliti rumori prodotti dall’uomo nello spazio. In un contesto di figure multimediali liberate su  uno sfondo nero che evoca la castrazione come metafora della scomparsa della donna. 
Rivedendo questo film si rimane sorpresi dalla sua attualità e modernità estetica. L’architettura stessa delle macchine spaziali e delle loro sale operative protagoniste delle scene sembra resistere al tempo, solo la forma delle tute e dei caschi mostra le crepe del tempo. Il saggio indugiare della macchina da presa in innumerevoli inquadrature ricche di geometrie convergenti dà tempo all’occhio di apprezzare i particolari.
Oggi alle soglie di grandi e importanti applicazioni dell’intelligenza artificiale abbinata ai prodotti della clonazione  vien da chiedersi se l’“Odissea” umana può trovare nello spazio interplanetario un motivo di creatività che dia alle passioni edipiche un campo di articolazione. Forse il sapere racchiuso nello spazio interplanetario è più enigmatico e misterioso di quanto la scienza possa immaginare. Ecco allora saltare regolarmente qualcosa dell’impianto scientista. Filosofia ideologica quest’ultima che è costretta a fare i conti con uno stato naturalmente artistico della coscienza umana.
Giudizio  (legenda).
di 
Biagio Giordano.  11 Novembre 2007.

IL GRANDE SILENZIO (di Sergio Corbucci, 1967)

Nella retrospettiva dedicata agli spaghetti western, nell’ambito della “Storia segreta del cinema italiano” che anche quest’anno occupa un posto di rilievo nella Mostra del Cinema di Venezia, manca curiosamente un titolo come Il grande silenzio, forse il miglior western italiano dopo i film di Sergio Leone, e senz’altro una delle prove più convincenti di quell’abile artigiano che fu Sergio Corbucci.
La trama ricalca quelle di molti film del genere, con sadici cacciatori di taglie, killer muti, e rese dei conti finali: ma a colpire è l’originalità della messa in scena, con un’insolita ambientazione invernale, un protagonista inedito per il western come Jean-Louis Trintignant (si, proprio quello del Sorpasso e di tanti film della Nouvelle Vague)  che si contrappone ad un’icona dalla maschera truce come l’infernale Klaus Kinski, ed un’ideologia di fondo progressista meglio dosata che in altre pellicole dell’epoca, in questo superiore forse anche a Giù la testa o Quien Sabe?, troppo espliciti nella loro politicizzazione, e dunque irrimediabilmente datati.
Ancora oggi Il grande silenzio appare una grande lezione di cinema, difficilmente reperibile in DVD (pare ci sia un’ottima versione tedesca) e quasi invisibile in televisione; ma se vi dovesse capitare tra le mani, non perdete l’occasione di vedere un’opera modernissima nella sua mescolanza di grottesca crudeltà e freddezza, con un pessimismo di fondo che sembra anticipare molto cinema successivo, specie americano, un percorso purtroppo abbandonato dal nostro cinema da troppo tempo.
Giudizio½ (legenda).
di Giulio Ragni.  22 agosto 2007.

PERSONA (di Ingmar Bergman, 1966)

L’essenzialità dell’ isola di Faro e due donne dalla personalità opposte ma, allo stesso tempo, complementari. È bastato questo a Ingmar Bergman per filmare uno dei più bei viaggi nell’ inconscio femminile, tra sogno e realtà, tra disperazione ed euforia.
L’ attrice Elizabeth Vogler (Liv Ulmann), durante una rappresentazione teatrale dell’“Elettra”, si blocca improvvisamente, cadendo in un mutismo forzato e inspiegabile. Ricoverata all’ospedale psichiatrico, viene affiancata da una giovane infermiera alle prime armi, Alma (Bibi Anderson). Le due si trasferiranno su un’ isola quasi deserta, che sarà lo sfondo ideale per due donne alla ricerca di loro stesse.
Ben presto il rapporto paziente-infermiera svanisce e, mentre Elizabeth continua il suo mutismo forzato, Alma trova in lei un’interlocutrice ideale e inizia a raccontarsi e ad analizzare inconsciamente la sua vita, arrivando in uno stato di confusione totale riguardo il suo essere. Infatti, capisce come in realtà sia solo apparentemente felice e come la sua persona sia estremamente fragile, tanto che le sue azioni passate non hanno mai coinciso con le sue idee.
Il rapporto tra le due si fa sempre più intenso ed estremo: si studiano, si criticano, si analizzano e, forse, cercano di dimenticare le scelte e i segreti del proprio passato:una maternità indesiderata per Elizabeth (all’inizio del film vediamo un bambino che cerca di aggrapparsi all’ immagine sfuocata di una donna, probabilmente la stessa Elizabeth), un amore promiscuo per Alma.
Le due donne hanno personalità molto diverse, ma bisognose una dell’ altra, tanto che inizia un processo di identificazione tra le due, che verranno a coincidere e a confondersi: per lo spettatore diventerà difficile distinguerle e capire dove inizia una e finisce l’ altra (bellissima la scena dello specchio che riflette i volti delle due donne, costrette a guardare loro stesse e la realtà che le circonda).
Ma cosa rappresenta il mutismo di Elizabeth? In latino il termine “persona” vuol dire maschera ed è quella che porta quotidianamente Elizabeth, tanto che non riesce più a distinguere l’essere dall’apparire, l’essere ciò che lei è veramente, dall’essere che gli altri vogliono che sia. Ogni volta che parla finisce inevitabilmente col mentire, allora, tanto vale, rimanere in silenzio, anche se esso rivela più di quanto lei stessa pensi; ma, la figura di Elizabeth è solamente uno strumento per comunicare qualcosa di universale, tipico della filmografia di Bergman: tutta la società si nasconde dietro a una maschera èd è così portata a mentire, sia verso gli altri che verso se stessa. Questo porta sia ad un ‘estrema incomunicabilità con gli altri, ma anche ad una sorta di perdita della propria identità, proprio come avviene ad Elizabeth.
Probabilmente, Persona è l’opera stilisticamente più sperimentale del regista svedese e quella che più rappresenta l’ inconscio e la dimensione interiore dell’essere umano. La scenografia è ridotta al minimo, essenziale, cruda. Questo per far risaltare  totalmente le personalità delle due protagoniste, anche grazie ad un uso spasmodico ma sublime del primo piano,le uniche cose di cui si nutre la pellicola.
Mai due attrici avevano duettato così splendidamente che, proprio come avviene nel film, completano l’un l’altra.
Giudizio (legenda).
di Federica Serfilippi. 19 dicembre 2007.

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Ingmar Bergman definisce questo film “un poema di immagini” volendo così sottolineare il fatto che, così da un quadro, come da ogni altra forma d'arte, lo spettatore può vedere e provare ciò che crede. Per ciò il regista non vuole spingersi troppo oltre nell'indicare una via o una precisa chiave interpretativa. Infatti spesso il regista confonde per la complessità dei modi espressivi che utilizza, la maggior parte dei quali non comprendono il dialogo, unica ancora di salvezza per giungere al significato profondo del messaggio che sembra volerci trasmettere. Il titolo mette a fuoco molto bene quello che sarà il tema centrale della pellicola, ovvero l'inconciliabilità tra essere ed apparire : persona in latino deriva dalla maschera teatrale, la quale era la base della finzione al tempo dei romani; la maschera infatti permetteva di caratterizzare al meglio i tratti somatici del personaggio da interpretare, facilitando così il compito dell'attore che, tra l'altro, all'interno della stessa rappresentazione, si esibiva in più ruoli. 
Elisabeth (Liv Ullmann) è un attrice che si è stancata di fingere, ma non solo a teatro, recitando, ma anche nella vita. Scopre che l'abisso che ci separa dall'essere noi stessi è incolmabile, poiché le menzogne, nella vita, sono rivolte a noi stessi soprattutto. Così Elisabeth si fa scudo col Silenzio, silenzio per non vivere nella menzogna, per non fare di ogni sorriso una smorfia. 
Elisabeth avrà al suo fianco Alma (Bibi Andersson), l'infermiera che si occupa di Lei, molto diversa da lei, solare, allegra. L'espressività di Alma si incontrerà e scontrerà con l'interiorità di Elisabeth e da qui nascerà un alchimia indissolubile tra le loro anime, tra i loro volti. Per il resto saranno le immagini a parlare. 
ALMA - “E' tanto importante non mentire, dire la verità, avere accenti sinceri? E' necessario? Si può vivere senza parlare del più e el meno? Dire sciocchezze, discolparsi, cercare delle scappatoie. So che taci perché sei stanca di recitare tutte le parti, cosa che prima facevi alla perfezione. Ma non è forse meglio permettersi di essere stupidi, chiacchieroni e bugiardi? Non credi che ci migliorerebbe l'accettarsi per come siamo? (...) Tu non capisci. La dottoressa ha detto che sei sana di mente. Mi chiedo se la tua pazzia non sia la peggiore di tutte. Tu reciti la parte della persona sana. E lo fai tanto bene che tutti ti credono. Tutti tranne me. Perché io so come sei corrotta.” 
Sven Nykvist (morto a Stoccolma nel Settembre del 2006) ha diretto magistralmente la fotografia, regalandoci emozioni fatte di ombre, di chiaro-scuri, di parti del volto non viste ma fortemente immaginate e comprese, spinto dallo stesso Bergman a superare i confini acquisiti nell'arte fotografica.
Questo è il più moderno, il più sperimentale tra i film di Bergman. Con questa pellicola e conalcune delle seguenti egli risolve un momento critico della sua vita artistica, generato soprattutto dalla insorgenza di una gravissima polmonite che lo costrinse a letto per mesi. 
In un intervista lo stesso regista afferma : “Una volta ho detto che Persona mi salvò la vita - non esageravo. Se non avessi trovato la forza di fare quel film, avrei probabilmente gettato tutto all'aria. Oggi sento che in Persona, e poi in Sussurri e Grida, mi sono spinto al massimo delle mie possibilità. Ed in quei film, lavorando in piena libertà, ho raggiunto inesplicabili segreti che soltanto il cinema può scoprire".
Un'ultima nota va dedicata al Prologo del film in cui compaiono in sequenza immagini flash di situazioni varie che appaiono quasi come uno “stream of consciousness” alla Joyce, come per farci capire come davvero funziona la nostra mente, le nostre connessioni cerebrali. Potrebbe invece essere un altro il messaggio che Bergman vuole lasciarci? Come dicevo prima, di un opera d'arte si possono solo avere delle impressioni personali e questa, nel bene o nel male, non manca di regalarne.

Giudizio (legenda).
di Claudia Costanza. 3 gennaio 2008.

domenica 1 marzo 2009

Concorso "Giovane e innocente 6"

Concorso di critica cinematografica on line per giovani dai 18 ai 26 anni. Apertura bando di concorso su www.effettonotteonline.com
VI edizione per Giovane e Innocente! Si apre ufficialmente il bando di concorso per saggi e articoli di critica cinematografica per giovani studiosi e appassionati di cinema di età compresa fra i 18 e i 26 anni; sempre sulle pagine di Effettonotte online, mensile di critica cinematografica all'indirizzo www.effettonotteonline.com. Il concorso è la vetrina nazionale più importante per i giovani che vogliono muovere i primi passi nella critica on line, e parte dalla sede storica di Effettonotte online, aprendosi a tutto il terriorio nazionale.
COME PARTECIPARE
E' sufficiente inviare un articolo alla redazione di Effettonotte online – tramite l'apposito form che trovi sul sito - nel periodo compreso tra il 1 febbraio e il 15 giugno 2009: i migliori testi saranno pubblicati. Tutti i partecipanti segnalati sulla rivista saranno automaticamente candidati alla vittoria finale, giudicati da una giuria di docenti e professionisti del settore. La partecipazione
è gratuita, i testi devono essere inediti.
Le categorie del concorso e i premi 
SAGGI – 500 euro e pubblicazione sulla rivista Cinecritica del SNCCI
RECENSIONI (Film della stagione 2008/2009) – 300 euro
CULT (Film della storia del cinema) – 300 euro
Consulta il il bando di concorso e il regolamento all'indirizzo

PER QUALCHE DOLLARO IN PIU' (di Sergio Leone, 1965)

Sergio Leone oggi è giustamente considerato come uno dei più grandi registi che il cinema italiano abbia mai partorito, ma prima di arrivare alla consacrazione post mortem fu spernacchiato dalla critica militante per la sua adesione a modelli di cinema “di genere” in contrasto col cinema “d’autore”, secondo una desueta definizione critica. Per qualche dollaro in più, secondo di una trilogia picaresca sul West, è una sorta di variazione sul tema del predecessore, il kurosawiano Per un pugno di dollari. Lo scenario è quello di un anonimo villaggio messicano, dove il periodo storico di riferimento è solo una cornice per una spettacolare messa in scena, che sarebbe poi divenuta un modello per tutto il cinema futuro, influenzando intere generazioni di cineasti. Un montaggio rapido fatto di campi lunghi alternati a dettagli e primissimi piani che sconvolsero le regole formali del genere, e le indimenticabili musiche di Morricone come passaporto per entrare definitivamente nell’immaginario collettivo.
Se Eastwood diventava una maschera leggendaria, con poncho e sigaro d’ordinanza, e Volonté e Kinski giganteggiarono in ruoli da villain, quello di Lee Van Cleef è uno dei più belli e complessi personaggi leoniani, non soltanto figura bidimensionale per uno spettacolare balletto di morti e sparatorie, ma un cavaliere della valle solitaria disilluso e amareggiato, un eroe sul viale del tramonto in cui la dimensione della vendetta assume accenti da tragedia greca.
Giudizio (legenda).
di Giulio Ragni.  7 dicembre 2005.

Secondo western di Sergio Leone, a un solo anno di distanza da Per un pugno di dollari. Squadra confermata, Ennio Morricone alle musiche, Gian Maria Volonté e Clint Eastwood protagonisti, ai quali si affianca Lee Van Cleef. La vicenda sta nella ricerca di un fuorilegge (l'Indio, Volonté) da parte di due bounty-killer (Eastwood "il monco" o anche "il ragazzo", e Van Cleef, alias il colonnello Douglas Mortimer, "il vecchio"). I due cacciatori di taglie si alleano per dare la caccia alla banda dell'Indio. Tutti i fuorilegge alla fine saranno uccisi, ma non senza difficoltà. 
Secondo capitolo di quella che poi diventerà la fortunatissima Trilogia del dollaro, Per qualche dollaro in più è di una spanna superiore rispetto all'esordio western del regista romano. Il triangolo creato dai grandissimi interpreti, calati in personaggi solidi e leggendari, permette a Leone di indugiare a lungo sui volti dei tre protagonisti, sorretto dalle indimenticabili note di Morricone, raggiungendo una altissima tensione cinematografica. Il montaggio è serrato e sembra il prolungamento della magnifica colonna sonora.
Culmine della grandezza di montaggio e tensione risulta la scena del duello finale (preludio del triello del Buono, brutto e cattivo?), con Eastwood-il Monco ancora una volta spettatore interessato di una lotta tra fazioni (era già accaduto in Per un pugno di dollari, dal balcone della locanda), di nuovo ad essere compagno dello spettatore, e qui c'è tutto il tocco di Leone, nell'assistere alla Scena.
Il colonnello Mortimer, infallibile anche nel duello finale, avrà la sua vendetta sull'Indio e il Monco si godrà tutti i dollari delle taglie della banda dell'Indio. Rispetto al primo western di Leone, questo è più maturo, anche un po' più serio, se così si può dire. In più c'è certamente Lee Van Cleef, vera scommessa e riscoperta di Sergio Leone. Un attore in rovina, preda dell'alcool, rilanciato alla grande da Leone, senza il quale questo film non avrebbe raggiunto un successo simile.
Giudizio (legenda).
di Matteo Bursi.  23 novembre 2007.

IL DOTTOR STRANAMORE: OVVERO COME IMPARAI A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE LA BOMBA (di Stanley Kubrick, 1964).

Quando ho inserito il DVD nel lettore ho guardato l'anno di produzione (1963), i colori (Bianco e Nero) e mi sono detta che sarebbe stato un film assai noioso e invece .... pur essendo estremamente datato si è rivelato essere, al contrario, assolutamente attuale. Una beffa costante alla guerra fredda, alle figure dominanti di quegli anni (il presidente degli Stati Uniti, quello dell' URSS, gli alti generali, i consiglieri, gli ambasciatori) che vengono viste come tanti pupetti che giocano alla guerra, battute di ogni tipo in ogni momento del film. L'aggettivo che meglio descrive la pellicola è "assurdo" poichè ogni questione seria viene presa in giro da qualcuno, perchè la febbre anti - comunista dilaga e fa uscire di senno il generale Ripper che, convinto che vi sia in corso un complotto comunista per minare la libertà del mondo, comanda ad una serie di bombardieri di sganciare ordigni atomici sull' Unione Sovietica. 
Paradossalmente, dopo quasi 90min di comicità, però, assistiamo ad un finale tragico che porta ad una riflessione importante, nient'altro che comica : gli esseri umani non sono macchine, in ogni momento un cervello può impazzire e se questo è a capo di qualcosa come 100 bombardieri che portano con sè le Bombe H, può creare danni talmente irreparabili che, come nel caso del film, per l' intera umanità si avrà un futuro nient'altro che roseo. Basta solo un piccolo errore in cima alla scala del potere per colpire, con effetto esponenziale, tutti quelli che stanno nei piani inferiori. 
Giudizio½  (legenda).  
di Claudia Costanza, 13 febbraio 2007.

CLEOPATRA (di Joseph Leo Mankiewicz, 1963)

Se siete amanti dei grandi classici, dovete riscoprire l’epico Cleopatra di Joseph Leo Mankiewicz, conosciuto come l’ultimo e il più famoso kolossal della Hollywood classica. Le dispendiose vicissitudini legate alla lavorazione de film hanno, infatti, portato la Twentieth Century Fox, la casa di produzione del film, sull’orlo del fallimento. In questo senso Cleopatra ha rappresentato un fenomeno mediatico ante litteramdell’era della globalizzazione. Ma vediamo più in dettaglio la complicata genesi della pellicola.
Nel 1958 il produttore Walter Wanger in collaborazione con il presidente della Fox, Spyros Skouras, progettò l’idea di una pellicola sulle vicende della “Sirena Del Nilo” e della magniloquente Antica Roma con la speranza di riportare agli antichi fasti la Major americana, in netto declino dopo che l’avvento della televisione negli anni Cinquanta aveva galvanizzato le platee domestiche. E chi meglio della divina “ragazza dagli occhi viola”, ovvero Elizabeth Taylor, poteva trasformarsi in Cleopatra? Per l’attrice si stipulò un compenso di un milione di dollari, un record per allora, e al contempo si decise di ricreare l’Antico Egitto negli uggiosi studi londinesi di Pinewood, il tutto coordinato dalla regia di Rouben Mamoulian, famoso autore di struggenti melodrammi. Fu l’inizio della fine per la Fox. La fitta nebbia e la pioggia costante resero poco credibile l’Inghilterra come scenario dell’Antico Egitto e soprattutto non giovarono alla fragile salute della Taylor che si prese una grave meningite, motivo per cui le riprese furono interrotte per parecchi mesi, facendo salire alle stelle il budget iniziale dei costi. Il povero Mamoulian non resistette a tanta tensione e lasciò il set nel gennaio del 1961, seguito dopo poco dalle dimissioni di Stephen Boyd e Peter Finch, rispettivamente Antonio e Cesare. La Fox decise, allora, sia di spostare la location nella solare Roma, sia di sostituire Mamoulian con il raffinato Joseph L. Mankiewicz, ideatore di un cinema essenzialmente teatrale, che scelse Richard Burton e Rex Harrison nei ruoli dei protagonisti maschili. La lavorazione fu sospesa ancora una volta quando nel marzo del 1961 la Taylor si ammalò di polmonite ed alcuni giornali dichiararono la sua presunta morte. Così, mentre Liz si riprendeva, Mankiewicz rivedeva la sceneggiatura, cercando di fondere il gigantismo degli effetti visivi con una riflessione sul personaggio di Cleopatra. Il regista non voleva fare della donna un’impertinente civettona, come aveva fatto Cecil B. De Mille con Claudette Colbert nella versione precedente nel 1934, ma mostrare una temeraria Cleopatra che sa risvegliare le ambizioni di Cesare (Rex Harrison) ed incitare all’azione un frustrato e debole Antonio (Richard Burton). Mankiewicz aveva scelto di dividere l’intera storia in due diversi film; nel primo adottò un clima da commedia sofisticata con dialoghi lucidi e brillanti prendendo come traccia il Caesar and Cleopatra di George Bernard Show; nel secondo plasmò un’intensa love story rifacendosi al melodrammatico Antonio e Cleopatra di William Shakespeare.
Oltre alla sceneggiatura di Mankiewicz, va all’attrice Elizabeth Taylor il merito dell’insistenza del punto di vista femminile in una pellicola dai marcati tratti epici. Già utilizzata da Mankiewicz in Improvvisamente l’estate scorsa, la Taylor con Cleopatra dimostra un’altra volta le sue vincenti capacità attoriali, riuscendo, senza rinunciare mai alla sua prepotente sensualità, a passare da donna d’azione, indomita e volitiva a donna innamorata e irrazionale che intravede solo il versante fantastico in  un mondo ordinato e preciso.
Purtroppo, per contenere le allarmanti dissipazioni della produzione, il presidente Darryl F. Zanuck, il sostituito di Skouras alla direzione della Fox, decise in fase di montaggio di assemblare tutto il materiale girato in un’unica pellicola, riducendo la durata globale del film a quattro ore. Dunque, Mankiwicz rimase escluso dal final cut e purtroppo Cleopatra subì la stessa sorte del capolavoro del muto di cui non ci resta che lo scheletro, Greed di Erich von Stroheim, orribilmente mutilato dalla MGM che la riduce dalle nove ore e mezza della versione originale ad appena cento minuti. 
Ci si augura che la visione da parte delle nuove generazioni di cinefili, possa forse, risarcire la poetica femminile di quello che in molti considerano un capolavoro decapitato.
Giudizio  (legenda).
di 
Maria Grazia Rossi.  16 Novembre 2007.