giovedì 16 aprile 2009

RED'S DREAM (di John Lasseter, 1987)

"UN MERAVIGLIOSO SOGNO, ROSSO" - Tra il 1986, anno di Luxo Jr, e il 1989, John Lasseter compie la rivoluzione dell'animazione e lancia la Pixar come nuovo colosso di Cartoonia, in grado di mettere in seria crisi la storica azienda dello zio Walt.
Red's dream, realizzato da Lasseter nel 1987, è un dolce gioiellino di animazione. Breve cortometraggio, dura circa quattro minuti, che racconta il sogno di Red, un romantico monociclo rosso. Questi si immagina funambolo e giocoliere di successo; al risveglio dal momento onirico lo si vede tristemente solo, appoggiato ad un angolo del negozio di biciclette. Il soggetto è semplice, la resa strepitosa. 
La sequenza d'apertura, la ripresa della strada di notte (non sembra realizzata vent'anni fa...), regala una fotografia immaginifica, che è il punto di forza di questo bellissimo corto animato.
Giudizio (legenda).
di 
Matteo Bursi. 24 dicembre 2007.

giovedì 9 aprile 2009

IL NOME DELLA ROSA (di Jean Jacques Annaud, 1986)

Questo splendido film sul medioevo del regista Jean-Jacques Annaud, uscito nel 1986, è un rifacimento in chiave cinematografica del famoso romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco. Sia il film che il libro, pubblicato nel 1980, hanno avuto una grande divulgazione suscitando un interesse di critica internazionale. L’opera del semiologo alessandrino è stata tradotta in diverse lingue.Il nome della rosa è il primo e il più famoso dei romanzi scritti dal noto saggista piemontese. Oltre cinque milioni le copie vendute. Un record inaspettato che difficilmente sarà superato. Il grande successo commerciale e di critica del racconto di Eco non poteva lasciare indifferente l’industria cinematografica. E, infatti, un grande produttore, Franco Cristaldi, nel 1981 si è subito impegnato in un progetto filmico sul libro. Esso prevedeva un forte investimento su tutta l’operazione affinché si esaltassero le qualità letterarie e spettacolari dello scritto. Nella creazione di questo film nulla è stato lasciato al caso, il produttore era intenzionato a lanciare un’opera di particolare successo e pregio. Basti pensare che Cristaldi non ha posto alcun limite di tempo all’uscita del film. I lavori sono terminati nel 1986, dopo cinque anni di lunghe riprese. Ne è uscito un film sopra le righe, con personaggi e intrecci ben delineati che suscitano tuttora curiosità e interesse. Il film si è mantenuto, grazie alla bravura di Annaud, vicino alle atmosfere gotiche del libro. Il regista francese è riuscito a dare alla narrazione una eccellente scorrevolezza prendendo dal libro ciò che più si prestava ad una traduzione visiva spettacolare e colta. Il film mantiene l’umorismo e l’ironia anticlericale di Eco confermando l’idoneità del suo romanzo a trasmettere sullo schermo i motivi letterari e fabulatori che lo racchiudono. Spettacolo e cultura s’intrecciano disinvoltamente, con sicurezza, senza tradire il libro né le attese cinematografiche dello spettatore. Il forte investimento del produttore Cristaldi, sembrava inizialmente un po’ a rischio perché il film, per rimanere fedele al senso più profondo del libro, appariva troppo colto. Erano, infatti, previsti numerosi dialoghi, concettualmente non sempre di facile e veloce comprensione. Nonostante ciò Cristaldi ha centrato in pieno l’obiettivo, perché nel film le numerose situazioni messe in tensione e le scene di suspense prendono il sopravvento sul detto imponendosi per fascino visivo. Il piacevole ritmo delle immagini in movimento sembra quasi supplire al passaggio veloce e a volte inafferrabile dei difficili concetti presenti nelle conversazioni. Il successo del libro ha reso anche evidente come negli anni ’80 ci fosse un forte interesse per la cultura e la storia medioevale. Cristaldi, seppur a fatica, ha saputo cogliere questo momento favorevole del mercato ed ha lavorato per costruire un’opera filmica che rimanesse fedele a un’atmosfera fortemente impregnata del linguaggio, dei miti e della cultura medioevale, per giungere a ciò ha rinunciato a ogni compromesso con la cultura della nostra epoca. Felice è stata a questo proposito la scelta di Cristaldi sul regista Annaud, il cineasta francese ha interpretato al meglio il libro traendone ispirazioni visive di grande interesse.Diversi ma tutti fortemente idonei a sostenere una narrazione i motivi conduttori del film e le tecniche legate alla composizione degli episodi, ricordiamo: il giallo alla Sherlock Holmes, l’anticlericalismo reiterato mascherato da ironia colta, le feroci satire sulle procedure aberranti messe in atto dall’inquisizione, la comicità delle lunghe e seriose dispute teologiche, le ridicolaggini dei numerosi riti e formalismi legati alla gerarchia cattolica medievale. Per non dimenticare l’andamento ironico sul mondo spirituale dei frati, una realtà quest’ultima a tratti colorata di fondamentalismo e affetta da divisioni profonde: da una parte i frati francescani cultori della pace dall’altra i frati dolciniani feroci giustizieri dei ricchi e dediti al vizio sessuale e di gola. Di buon livello l’umorismo del film. Esso ruota intorno alle contraddizioni delle vecchie istituzioni cattoliche. Il buon umore che il film riesce a trasmettere spiega in parte il successo di pubblico. Numerose le polemiche sorte dai contenuti del libro e del film. Esse sono durate degli anni impegnando diversi quotidiani, riviste di cinema, televisione.A proposito vien da pensare che, andando a vedere il film, una parte degli spettatori abbia intravisto l’occasione di partecipare, da un’angolazione diversa, al forte clima polemico coinvolgente cattolici e laici: un’atmosfera di forti litigi accesa dai contenuti del libro. Le polemiche che quel clima racchiudeva vertevano sulle verità storiche dei diversi episodi del film e del libro, cioè sulla loro autenticità o meno. Veniva contestata da parte cattolica la descrizione fatta da Eco del mondo religioso medioevale, dell’austero e feroce clima presente in alcune istituzioni ecclesiastiche. Massimo Introvigne, intellettuale cattolico di spicco, è entrato duramente in polemica con il film e l’opera di Eco sul numero 142 di Cristianità (1987). Introvigne sosteneva che i processi per eresia e possessione diabolica eseguiti dagli inquisitori nel medioevo non erano di tipo ideologico, come viene evidenziato nel libro e nel film, ma garantisti, gli scritti di Eco perciò secondo lui appaiono lontani dalla vera realtà storica dell’epoca. L’inquisizione, secondo l’intellettuale cattolico, procedeva senza alcun pregiudizio verso gli accusati. I processi avevano delle regole complesse che garantivano sia la difesa dell’imputato che un’equità fondamentale nelle sentenze. La corruzione negli inquisitori era molto rara perché facilmente smascherabile dalla difesa. Introvigne rivolge a Umberto Eco altri numerosi rimproveri, non sempre ben sostenuti comunque tutti tesi a dimostrare le varie falsità del libro e della sceneggiatura. Introvigne giunge perfino a sostenere che il riso e l’umorismo, a dispetto di quanto affermato da Eco e da Annaud che ne lamentano l’ assenza, erano ben presenti nei monasteri medievali, semplicemente non andavano a interferire con le liturgie e i culti dei monaci; si esprimevano separatamente nei momenti opportuni.La polemica cattolica verso Umberto Eco non fu molto costruttiva perché non chiarì quello che era il vero movente culturale del libro e del film, cioè scrivere delle debolezze umane divertendosi, in particolare scrivere prendendo di mira uomini seriosi appartenenti alle varie gerarchie religiose medioevali, divertirsi e ridere del comportamento umano che sfociando in paradossi e contraddizioni svela i suoi veri intenti. Ed è proprio questo che non è stato colto dal cattolico Introvigne, egli nel polemizzare è rimasto troppo ligio ai suoi doveri e principi dottrinali. Quando l’agire umano è rigido e porta a paradossi e contraddizioni tradisce una complessità che porta al comico, nessun dogma religioso può negare o semplificare certi meccanismi psicologici.Eco aveva colpito nel segno, l’eccessiva serietà dei vangeli, dei frati, dei vescovi, dell’inquisizione, nascondeva una concezione troppo pessimistica dell’uomo che per contrasto con la realtà molto più complessa della vita umana non poteva non andare incontro a diverse forme di umorismo. Le polemiche testimoniano tuttora la presenza di credenze religiose in crisi di identità storica. Sia il libro che il film con le loro penetranti e acute ironie hanno ridestato, scuotendolo, un rimosso collettivo precario. Pagine di ricordi che racchiudono antiche e discutibili vicende del cristianesimo si sono presentate alla coscienza del mondo religioso. Esse hanno messo in evidenza le parti più tragiche della storia della chiesa cattolica. Il nome della rosa ha riscosso un successo di pubblico straordinario. Il dizionario di cinema Morandini del 2006 assegna al film cinque cerchietti, il che significa: massima affluenza al botteghino. Sembra che Umberto Eco abbia collaborato a una parte della sceneggiatura del film rendendosi disponibile a varie consulenze. Tra l’altro occorreva tener conto, nella trasposizione cinematografica, della necessità di usare codici linguistici riferiti non solo allo spettacolo ma anche all’etica. Alcune parti del film sono diverse dal libro per rispettare ciò che nel cinema è ormai diventato un pensiero politico: dare un senso etico al finale. Annaud tiene conto dell’importanza di uno scioglimento a sfondo etico del racconto cinematografico, tipico di molti grandi film, ormai quasi un obbligo nei film commerciali, il regista dà alle sorti del cattivo uno statuto diverso dal libro. Sia il racconto di Eco che il film sono ambientati nel 1327 in un’abbazia benedettina di cui non si conosce il nome. Dalle vicende narrate nel libro, si desume che possa esser situata sulla dorsale appenninica dell’Italia settentrionale, forse tra la Liguria e il Piemonte o la Liguria e la Lombardia di oggi. Gli episodi descritti hanno un andamento da thriller e si succedono lungo un arco di tempo di sette giorni, a iniziare dalla fine di Novembre. Sia il romanzo che il film, sono corredati da lunghe descrizioni dell’abbazia, e seppur in modi e tempi diversi, mettono bene a fuoco le principali caratteristiche degli edifici dell’abbazia e della sua organizzazione. Vengono evidenziate, con numerosi dettagli, le varie funzioni attivate nella comunità dei monaci, un complesso autonomo e chiuso ad ogni influenza esterna. Sul fondo del viale principale s’imponeva l’Edificio maggiore, di forma quadrilatera con ai vertici quattro torrioni ettagonali. All’interno le parti murarie erano nude, mere funzioni di altre attività. Prive di ogni bellezza architettonica. In esse erano racchiuse biblioteche con splendide opere letterarie e locali ben attrezzati sia per le traduzioni delle opere scritte sia per disegni di pregio in miniatura. Numerosi libri erano di origine laica come ad esempio quelli di Aristotele. Innumerevoli le celle murarie di servizio e di raccoglimento per le preghiere nonché i locali di diverso uso, tutte ben protette dalle intemperie. L’abbazia rispondeva in modo sobrio ed efficace a tutte le funzionalità amministrative e organizzative che una comunità di grande richiamo richiedeva. Gli edifici erano ubicati sopra la cima di un monte e avevano intorno una grande cinta di mura. L’ingresso era assicurato da un portale che si chiudeva lasciando scorrere dall’alto in basso o viceversa una spessa struttura a sbarre di ferro opportunamente studiata per resistere ad ogni attacco dall’esterno. All’interno dell’abbazia si trovavano numerosi orti, il giardino botanico, l’ospedale e l’erboristeria, la chiesa e un grande viale che partiva dall’ingresso principale e arrivava all’ingresso del grosso edificio di culto e di lavoro. Lo stile del racconto è alto ma insolitamente scorrevole per un film del genere, evidentemente l’ironia intrecciata a intelligenti forme di umorismo dà sempre buoni risultati. Molte le scene di suspense. Chiaro e semplice l’enigma centrale del thriller, anche se di difficile interpretazione analitica e di non facile soluzione. Il nucleo principale del racconto riguarda la misteriosa morte, nello scorrere di una settimana, di sette fratelli benedettini. Il francescano Guglielmo di Baskerville, giunto all’abbazia con il novizio Adso de Melk per partecipare a una disputa contro i cattolici sulla veridicità del dogma della povertà in Cristo, viene coinvolto dall’abate dell’abbazia nella ricerca delle cause e delle responsabilità degli omicidi.Il film è essenzialmente un thriller favolistico, con aspetti satirici attraversati qua e là da parodie audaci e ricche di senso. Le conversazioni, spesso trascritte direttamente dal libro, sono molto colte, anche se permeate qua e là di cultura enciclopedica, quindi un po’ lontane nello stile da ciò che oggi si considera colto. I personaggi del film danno sfoggio di una cultura impregnata di miti e nozioni empiriche di larga affermazione, distanti dalla cultura moderna notoriamente sviluppatasi a base scientifica. Anche nel film i personaggi di Guglielmo e Adso hanno caratteristiche simili a Sherlock Holmes e Watson: protagonisti della famosa serie scritta di gialli inglesi di Arthur Conan Doyle cui Eco ha voluto rendere omaggio con la sua opera.Nel racconto di questo film giallo si uccide o si decide di morire per angoscia e senso di colpa ogni qualvolta un frate benedettino entra in contatto con un libro di Aristotele dal titolo la “seconda poetica”: uno studio che insegna come creare situazioni di riso. Il testo di Aristotele suggerisce comportamenti eticamente discutibili ma veri che per i frati saranno scandalosi anche se attraenti. Ne è un esempio, una frase presa dal testo: “[…] come invitare uomini volgari a un intrattenimento e trarre piacere dai loro difetti [...]”.
Giudizio: (legenda).
di Biagio Giordano. 28 Ottobre 2007.

RITORNO AL FUTURO (di Robert Zemeckis, 1985)

Una DeLorean schizza a 88 miglia orarie (140 km/h) e all’improvviso sparisce. Poi, una famiglia di contadini viene svegliata da un rumore assordante e trova un ragazzo con una tuta antiradiazioni, scambiandolo per un alieno precipitato sulla Terra. Abbiamo appena descritto una sequenze – clou del primo episodio de Ritorno al futuro, la trilogia diretta da Robert Zemeckis e prodotta dal maestro della fantasia Steven Spielberg; una serie cinematografica che da più di venti anni ha incantato gli spettatori di tutto il mondo. L’affascinante assunto su cui Zemeckis, insieme allo sceneggiatore Bob Gale, ha basato i tre film è quello delle leggi del viaggio nel tempo, modellate dal romanzo di fantascienza La macchina del tempo di H. G. Wells. Ne Ritorno al futuro Zemeckis affronta uno dei rompicapi più improbabili che l’immaginazione dell’uomo è riuscita a creare: il problema del paradosso temporale. In pratica: si può modificare il passato grazie ai viaggi nel tempo, ma nel momento in cui il passato è stato cambiato le conseguenze che si hanno si ripercuotono in tutto il tessuto temporale, rendendo diverse le condizioni da cui il viaggio è partito. Nel primo episodio de Ritorno al futuro l’incontro di Marty (Michael J. Fox) nel 1955 con i suoi genitori da adolescenti, George e Lorraine (Crispin Glover e Lea Thompson), fa prendere coscienza con ottimismo allo spettatore delle varie possibilità che la vita può offrire. Nel secondo, ambientato in un improbabile e divertente 2015, molto diverso da quello oscuro paventato ne Blade Runner di Ridley Scott, con il semplice acquisto da parte di Marty di un almanacco sportivo si imbocca, invece, una svolta decisamente negativa che porta alla creazione di un presente alternativo e peggiore, dove a Hill Valley, la città californiana cornice dei tre film, spadroneggia Biff Tannen (Thomas F. Wilson), l’eterno antagonista della famiglia di Marty. Per ripristinare il giusto corso degli eventi, Marty, insieme allo scienziato Doc (Christopher Lloyd), deve ogni volta correre avanti e indietro nel tempo, verificando con mano l’entità degli errori che ha commesso. In questo senso, il percorso umano di Marty si avvicina a quello dell’astronoma Ellie (Jodie Foster), protagonista del film di Zemeckis Contact, e il viaggio nel tempo si traduce in un viaggio iniziatico di maturazione in cui si deve lottare contro se stessi per assicurarsi a pieno merito un futuro migliore. Saremmo, dunque, indotti a ritenere che la trilogia de Ritorno a futuro si avvicini alla fantascienza filosofica di Stanley Kubrick. Eppure, se osserviamo con attenzione, non tarderemo a scoprire che il vero cuore pulsante de Ritorno al futuro è quello della commedia con un pizzico d’avventura: quasi un connubio, come ha dichiarato Zemeckis, dei film di Frank Capra, Billy Wilder e John Ford. Ritorno al futuro, del resto, è un omaggio, nostalgico e divertente al tempo stesso, del cinema hollywoodiano classico. E’soprattutto ne Ritorno al futuro III, attraverso il viaggio nel tempo di Marty e Doc nel vecchio West del 1885, che Zemeckis eleva un inno celebrativo alla magia del cinema. “Una cosa che i film fanno meglio di qualsiasi altro mezzo”- afferma Zemeckis “è proprio quello di trasportare lo spettatore in periodi storici lontani”. Forse non tutti saranno d’accordo con le idee di Zemeckis, però, il suo cinema, da Ritorno al futuro a Forrest Gump e Cast Away, rimane uno dei migliori esempi delle dinamiche del tempo al servizio dell’immaginario cinematografico.
di Maria Grazia Rossi, 6 dicembre 2006.

lunedì 6 aprile 2009

Nomination ufficiali dei Gransito Movie Awards 2009

Domenica 5 aprile 2009 - Annunciate sul sito ufficiale del premio le nominations della nona edizione dei Gransito Movie Awards, il primo premio cinematografico online d'Italia. Si tratta di candidature molto attese, sia per chi ha contribuito quest'anno alla giuria, sia per chi con il tempo si è affezionato ai GMA.
La cinquina che si contenderà l'ambito premio del film dell'anno è la seguente: Gomorra di Matteo Garrone, Gran Torino di Clint Eastwood, Milk di Gus van Sant, The Millionaire di Danny Boyle e Wall-E di Andrew Stanton. Torna quindi un film italiano in corsa per la categoria più importante, l'ultimo ad ottenere la preziosa nomination fu Romanzo criminale nel 2006 e l'ultimo film italiano vincere come film dell'anno fu La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, cinque anni fa. Per la prima volta i Gransito Movie Awards vedono anche un film d'animazione concorrere al titolo di miglior film del 2009. Aveva sfiorato la nomination lo scorso anno Ratatouille, ci è riuscito in questa edizione il piccolo Wall-E.
Il biopic Milk del regista statunitense Gus van Sant è il film che ottiene il maggior numero di candidature nella nona edizione dei GMA, ben dieci, seguono con nove nominees Il curioso caso di Benjamin Button (fuori però dalle categorie principali) e con otto Gomorra e Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan.
Il film di Garrone tratto dal libro best seller di Roberto Saviano riporta - grazie anche all'ottimo risultato de Il divo di Paolo Sorrentino che ottiene quattro candidature - il cinema nazionale ai livelli di eccellenza e anche i Gransito Movie Awards lo confermano. Il cinema italiano difatti ottiene diciotto nominations totali, il doppio della scorsa edizione. 
La nona edizione dei GMA si caratterizza per allontanarsi con decisione dalle indicazioni pervenute dai maggiori premi cinematografici. Non compare, ad esempio, nelle candidature GMA Penelope Cruz fresca di Oscar per Vicky Cristina Barcelona. Nelle due categorie più importanti troviamo solo quattro nomination su dieci in comune con l'Academy Awards ed è un segnale da non sottovalutare: indica che l'annata cinematografica si è svincolata dai tradizionali lungometraggi "da Oscar". Valga per tutti la doppietta italiana al Festival di Cannes 2008, ma è un discorso che non si limita al cinema nostrano, ma coinvolge un eterogeneo gruppo di lungometraggi dai tratti decisamente extrahollywoodiani (da Juno a Il treno per il Darjeeling, da Gran Torino a Lasciami entrare sino a Un bacio romantico). 
I vincitori della nona edizione dei Gransito Movie Awards verranno annunciati il prossimo 3 maggio.   Matteo Bursi
Ecco, nel dettaglio, tutti i vincitori:

  Miglior Film  (Best movie - Meilleur film - Mejor pelicula - Bester film)
- Gomorra (di Matteo Garrone)
- Gran Torino (di Clint Eastwood)
- Milk (di Gus van Sant)
- The Millionaire (di Danny Boyle)
- Wall-E (di Andrew Stanton)

  Miglior Regista  (Best director)
- Danny Boyle (The Millionaire)
- Clint Eastwood (Gran Torino)
- Christopher Nolan (Il cavaliere oscuro)
- Paolo Sorrentino (Il divo)
- Gus van Sant (Milk)

  Miglior Attore  (Best actor in leading role)
- Frank Langella (Frost/Nixon)
- Sean Penn (Milk)
- Brad Pitt (Il curioso caso di Benjamin Button)
- Mickey Rourke (The Wrestler)
- Toni Servillo (Il divo)

  Miglior Attrice  (Best actress in leading role)
- Angelina Jolie (Changeling)
- Meryl Streep (Il dubbio)
- Meryl Streep (Mamma Mia!)
- Kate Winslet (Revolutionary Road)
- Kate Winslet (The Reader)

  Migliore Sceneggiatura originale  (Best original screenplay)
- Be kind rewind
- Gran Torino
- Il treno per il Darjeeling
- In Bruges
- Juno
- Milk
- Wall-E

  Migliore Sceneggiatura non originale  (Best adapted screenplay)
- Gomorra
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il dubbio

  Miglior Film Italiano  (Best italian movie)
- Due partite (di Enzo Monteleone)
- Gomorra (di Matteo Garrone)
- Il divo (di Paolo Sorrentino)
- Il papà di Giovanna (di Pupi Avati)
- Un giorno perfetto (di Ferzan Ozpetek)

  Miglior Attore non protagonista  (Best actor in supporting role)
- James Franco (Milk)
- Elio Germano (Come Dio comanda)
- Philip Seymour Hoffman (Il dubbio)
- Heath Ledger (Il cavaliere oscuro) 
- Toni Servillo (Gomorra)

  Miglior Attrice non protagonista  (Best actress in supporting role)
- Amy Adams (Il dubbio)
- Cate Blanchett (Il curioso caso di Benjamin Button)
- Viola Davis (Il dubbio)
- Maria Nazionale (Gomorra)
- Marisa Tomei (The Wrestler)

  Miglior Film Indipendente  (Best indipendent movie)
- Be kind rewind (di Michel Gondry, Stati Uniti)
- Juno (di Jason Reitman, Stati Uniti)
- La classe (di Laurent Cantet, Francia)
- Lasciami entrare (di Tomas Alfredson, Svezia)
- The Orphanage (di Juan Antonio Bayona, Messico/Spagna)

  Miglior Film d'animazione  (Best animated movie)
- Kung Fu Panda (di Mark Osborne e John Stevenson, Dreamworks, Usa)
- Valzer con Bashir (di Ari Folman, Bridgit Folman Film, Israele)
- Wall-E (di Andrew Stanton, Pixar/Walt Disney, Usa)

  Migliore Fotografia  (Best cinematography)
- Changeling
- Gomorra
- Il cacciatore di aquiloni
- Il cavaliere oscuro
- Un bacio romantico

  Miglior Trucco  (Best make-up)
- Il cavaliere oscuro
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Milk
- The Reader
- W

  Migliori Costumi  (Best costume design)
- Changeling
- Il cavaliere oscuro
- Il curioso caso di Benjamin Button
- La duchessa
- Milk

  Migliori Scenografie  (Best set decoration)
- Changeling
- Il cavaliere oscuro
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Lezione ventuno 
- Revolutionary Road

  Miglior Montaggio  (Best editing)
- Il cavaliere oscuro
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Il divo
- Nessuna verità
- The Millionaire

  Miglior Colonna sonora  (Best soundtrack)
- Juno
- Mamma Mia!
- The Millionaire
- The Wrestler
- Un bacio romantico

  Migliori Effetti speciali  (Best visual effects)
- Il cavaliere oscuro
- Il curioso caso di Benjamin Button
- Ultimatum alla Terra

  Miglior Canzone per film  (Best original song)
- "Jai oh" (A.R.Rahman e Gulzar, The Millionaire)
- "The Greatest" (Cat Power, Un bacio romantico)
- "The Wrestler" (Bruce Springsteen, The Wrestler)

  Miglior Coppia sullo schermo  (Best on-screen duo)
- Brad Pitt & Cate Blanchett (Il curioso caso di Benjamin Button)
- Leonardo DiCaprio & Kate Winslet (Revolutionary Road)
- Philip Seymour Hoffman & Meryl Streep (Il dubbio)
- Sean Penn & James Franco (Milk)
- Viggo Mortensen & Ed Harris (Appaloosa)

  Sequenza cult  (Cult sequence)
- Corsa al ralenti dei fratelli Whitman per raggiungere il treno in partenza 
(Il treno per il Darjeeling)
- Il poliziotto insegue i due fratelli nella baraccopoli - Sequenza iniziale
(The Millionaire)
- La prova di coraggio (Gomorra)

  Rivelazione Femminile  (Breakthrough female performance)
- Diablo Cody (sceneggiatrice; Juno)
- Ellen Page (attrice; Juno)
- Isabella Regonese (attrice; Tutta la vita davanti)
- Lina Leandersson (attrice; Lasciami entrare)
- Olga Kurylenko (attrice; Quantum of Solace)

  Rivelazione Maschile  (Breakthrough male performance)
- Ari Folman (regista; Valzer con Bashir)
- Diego Luna (attore; Milk)
- Jack Black (attore; Be kind rewind)
- James Franco (attore; Milk)
- Salvatore Cantalupo (attore; Gomorra)

IL PIANETA AZZURRO (di Franco Piavoli, 1982)

Il cinema di Franco Piavoli è fatto di Natura e colore. Il pianeta azzurro è il manifesto del fare cinema di Piavoli. E' il primo lungometraggio del regista bresciano, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1982 (fortemente voluto in gara da Morando Morandini), e probabilmente è il più bello.
E' una dichiarazione d'amore, lunga un'ora e venti minuti, alla vita e al paesaggio che ci circonda.
E' complesso questo pianeta azzurro. In ottanta minuti coesistono e si intrecciano dimensioni temporali differenti: si svolge tutto nell'arco di un giorno (o poco più), si parte dalla primavera, con lo scioglimento dei ghiacci e il risveglio della natura, e, attraversando l'estate e l'autunno, si conclude nell'inverno; si segue il percorso naturale della vita, dalla nascita alla crescita sino alla vecchiaia. Ogni stagione ha un suo colore, ma l'azzurro del titolo è quello che "chi ha avuto la fortuna di vedere la Terra dallo spazio, ha visto del nostro pianeta", dice Piavoli. 
Non è un film, come tutti quelli di Piavoli del resto, che va incontro allo spettatore; è lo spettatore a dover fare quello che solitamente, nel cinema contemporaneo, non fa: cercare di comprendere le immagini. 
Di immagini da ricordare di questo Pianeta azzurro ce ne sono tante, lo spettatore ne è bombardato dal primo fotogramma all'ultimo, ma una su tutte è rimasta come simbolo del pianeta Piavoli: la sequenza degli uomini al lavoro sugli argani racchiude tutta la carriera cinematografica di questo poeta dell'immagine.
Giudizio (legenda).
di 
Matteo Bursi.  16 novembre 2007.

GANDHI (di Richard Attenborough, 1982)

Questo splendido film su Gandhi uscito nel 1982 è stato pluripremiato con ben nove oscar: miglior film, miglior regia, miglior fotografia, migliore attore (Ben Kingsley), migliori costumi, migliore sceneggiatura originale, miglior scenografia, miglior sonoro, miglior montaggio; e con tre David di Donatello: migliore produttore straniero (R. Attenborough), miglior film straniero, e il David Europeo. 
Buoni anche i giudizi da parte della critica più vicina all’editoria giornalistica. 
Il film è un po’ datato, ma nonostante nello stile mostri alcune espressioni stilistiche vetuste, mantiene intatto il suo fascino di film d’archivio, un’opera con caratteristiche didascaliche. La pellicola ha numerosi contenuti storici e politici, utili anche per un primo studio elementare dei rapporti coloniali tra India e Inghilterra. Tuttavia Richard Attenborough è più famoso come regista letterario; la storia gli interessa più come occasione per affreschi biografici. Nel campo di quella che viene, con consuetudine, chiamata scrittura cinematografica colta è facile trovare sul suo conto ottimi giudizi critici. Scrive con la macchina da presa come uno scrittore con la penna mantenendosi quindi, per alcuni aspetti di tecnica di regia, nel solco della scrittura della Nouvelle vague. Ricordiamolo in Magia (1978), Viaggio in Inghilterra (1993), Amare per sempre (1996), Gufo grigio (1998). 
In Gandhi Attenborough supera se stesso, sia per una notevole precisione storica dei particolari, cosa che fa pensare ad un impegnativo e forse straordinario studio sull’argomento, che per la credibilità visiva ed espressiva che animano le scene dei personaggi protagonisti. Nel film domina un eccezionale Ben Kingsley, un attore che oltre ad essere bravo e ad assomigliare moltissimo al vero Gandhi è riuscito a calarsi nel ruolo affidatogli con grande sensibilità umanistica: tanto da superare mirabilmente anche tutti gli aspetti tecnici che il copione richiedeva. Notevole nell’opera di Attenborough la fotografia. Essa accompagna fedelmente l’andamento emotivo contenuto nella sceneggiatura rafforzandolo con colori e luci molto variabili e sempre pertinenti alle scene. Colori ricchi di sfumature che ben si coniugano con le principali pieghe drammatiche che la pellicola prende nei punti più significativi del racconto. Da lodare poi gli intrecci narrativi: avvincenti e costruiti in forte tensione drammatica.
Il film appare del tutto privo di quelle pause-azioni che servono nelle pellicole commerciali a ricaricare le cosiddette pile scariche dello spettatore, per prepararlo alle scene che si approssimano a sequenze di alta tensione. Le pause-azioni sono viste da Attenborough in negativo, come se fossero espedienti rischiosi per la scorrevolezza narrativa e a volte anche responsabili di certi veri e propri zoppicamenti della scrittura. In Gandhi le costruzioni e le trovate narrative da spettacolo sono minime. Il regista mette l’accento sui contenuti tematici del film: che già di per sé favoriscono una grande attenzione. Temi che, grazie anche a un dialogo parlato ben in equilibrio nella durata dei tempi con il linguaggio visivo, non annoiano ma risuonano nella mente dello spettatore con più forte intensità espressiva. 
La sceneggiatura ha uno stile ad andatura prossima al documentario, con intrecci narrativi semplici e poco romanzati, l’aspetto letterario risiede soprattutto nella forma di ripresa delle immagini. Attenborough riesce a dire molto in un tempo relativamente breve, grazie a una scrittura che dopo un lungo lavoro ha trovato i termini più precisi per comunicare. Il regista trasmette ricchissime pagine di scrittura visiva su uno sfondo di atmosfera romantica, deliziando lo spettatore di particolari minuziosi su cui la macchina da ripresa indugia con sapienza ritmica.
Il film è la storia della sofferta lotta degli indiani (divisi in indù e mussulmani) per l’indipendenza dall’Inghilterra. La biografia su Gandhi entra in gioco solo ogni qualvolta può spiegare meglio il senso specifico della storia legata alla liberazione dallo straniero. 
L’india conquista l’indipendenza il 15 Settembre del 1947 e ciò coincide con lo scioglimento dell’ex impero britannico. A causa della violenza separatista dei mussulmani capeggiati da Jinnah si dividerà provvisoriamente in due stati: l’India di religione a prevalenza induista e il Pakistan di religione mussulmana. La guerra Indo-pakistana costerà moltissimi morti: forse più di un milione. Essa porrà fine alla tattica della non-violenza di Ghandi che sembrava ormai a pieno titolo far parte della filosofia di vita del popolo indiano e che tanto successo aveva avuto nella lotta per l’indipendenza. Nel 1971 all’Unione Indiana e al Pakistan si aggiungerà lo stato del Bangladesh1. Quest’ultimo nascerà da una parte del Pakistan.
La pellicola abbraccia un arco di tempo molto lungo che va dal 1893, data di inizio dell’attività politica di Gandhi in Sud-africa, al 1948 anno che vede (il 30 Gennaio) la sua morte per attentato. Un assassinio che avviene ad appena quattro mesi dalla sofferta indipendenza dagli inglesi. Il delitto è compiuto con diversi colpi di pistola per mano di un fondamentalista indù: Godse. 
Poche le date prese in considerazione da Attenborough, ma molto significative. Importante il 1893 in cui risulterà decisiva per i riflessi che avrà sulla vita da rivoluzionario di Gandhi la sua prima esperienza vissuta da avvocato all’estero. Appena laureatosi in legge Gandhi si reca per lavoro nel Sud- Africa.
In quel paese, dominato dagli inglesi, l’avvocato indiano fa conoscenza sulla propria pelle delle forti discriminazioni razziali in atto verso la gente di colore. Una di queste riguarda la separazione coatta delle persone di colore dai bianchi presenti nei vagoni dei treni. Nelle carrozze gli indiani non possono viaggiare in prima classe, ma solo in terza. Gandhi subisce proprio in uno scompartimento di prima classe, che lo sta portando a destinazione, la prima grave umiliazione razzista: un trauma forse decisivo nel determinare le scelte che farà in futuro.
Gandhi viene preso di mira dal controllore inglese del treno per via dei suoi tratti somatici indiani e invitato decisamente a passare in terza classe. Nonostante avesse un regolare biglietto, dopo vane e reiterate proteste viene violentemente scaraventato fuori dalla carrozza finendo malamente sul marciapiede della stazione. Tutto ciò avviene solo perché Gandhi è di origine indiana e prossimo a diventare un piccolo borghese. Un altro giorno mentre cammina su un marciapiede della città vede venirgli incontro due lavoratori inglesi dall’andatura sfidante e dagli sguardi arroganti, sono assolutamente non disposti a scostarsi nel momento dell’incontro con Gandhi per consentire il reciproco passaggio. I due inglesi dopo pesanti ingiurie razziste gli ingiungono brutalmente di togliersi di mezzo. Solo l’intervento della madre di uno degli inglesi eviterà che la situazione degeneri in uno scontro fisico. In Sud-africa solo ai cristiani inglesi era concesso camminare sui marciapiedi: una discriminazione di tipo razzista che ricorda quella attuata dai nazisti nei confronti degli ebrei. 
Molto praticata in Sudafrica era anche la schedatura attraverso le impronte digitali. Veniva attuata nei confronti dei cittadini considerati un po’ diversi. Il fine era di scoraggiare gli abitanti sospetti dal commettere trasgressioni: sia quelle più legate al potere che quelle in rapporto con le ordinanze pubbliche inglesi. Dimostrando di essere in grado di identificare velocemente il colpevole gli inglesi contavano di prevenire gran parte dei reati. La violenta politica inglese dell’ordine prevedeva anche azioni programmate di tipo vessatorio-fisico opportunamente studiate; le vittime erano i gruppi più isolati della gente di colore o le persone deboli e indifese. Queste iniziative davano la sensazione agli abitanti di una presenza e un controllo costante delle autorità sul territorio e sulla loro vita. La posta in gioco era in fondo il mantenimento di un’immagine dell’Inghilterra molto forte e quasi vicina al terrore: comunque autoritaria e potente.
Da antologia cinematografica, per drammaticità e suspense filmico, la scena della famosa strage di Amritsar del 13 Aprile del 1919. Gli indiani dopo aver ottenuto con la non violenza alcune importanti vittorie subiscono la reazione violenta dell’esercito inglese. Questi ultimi decidono di passare all’offensiva con il generale Dyer. Noti i fatti: durante un raduno di indiani per una conferenza politica tenuta da un leader politico che propaganda l’indipendenza, il generale inglese ordina al suo battaglione di sparare sui partecipanti: all’altezza del cuore. I militari inglesi si erano schierati silenziosamente alle spalle di una folla di oltre 14.000 persone. Vergognosamente il generale non dà prima della sparatoria alcun ultimatum. Muoiono circa 400 indiani, più di mille persone vengono ferite tra queste molti bambini che non verranno mai soccorsi. Un gesto folle, controproducente, dettato da una forte emotività razzista che isolerà sempre più nel mondo gli inglesi. Una tragedia che farà conoscere al mondo il vero volto degli inglesi, quello di sfruttatori e razzisti, cinici esecutori di una politica estera basata sulla menzognera propaganda dell’esportazione della civiltà. Ogni soldato inglese si sentiva investito di un compito superiore al mero fine di contribuire allo sfruttamento delle risorse indiane. L’orgoglio di esportare cultura e senso civico in paesi ritenuti depressi e incivili dava loro una durezza espressiva eccessiva, permeabile facilmente al desiderio di follia omicida, questo ultimo è notoriamente sempre ben presente nei meandri psichici di chi detiene il gioco del potere.
Colossale e insuperabile per numero di comparse la scena dei funerali di Gandhi. Oltre 280.000 le persone coinvolte. Un vero e proprio omaggio dell’India, attraverso il media film, alla memoria del grande rivoluzionario scomparso.
Giudizio (legenda).
di Biagio Giordano. 18 febbraio 2008.

ECCE BOMBO (di Nanni Moretti, 1978)

All'uscita di "Ecce bombo" nella primavera del 1978 qualcuno parlò di film epocale mettendolo sullo stessi piano per la capacità di cogliere l'evoluzione socio psicologica del nostro paese "Ladri di biciclette", "La dolce vita" e "I pugni in tasca".Forse ha esagerato,ma quel qualcuno ha colto la novità di linguaggio del film e la nascita di un nuovo autore,Nanni Moretti,che negli anni successivi avrebbe contirbuito molto al nostro cinema.Anche se se la prende con 2 attori simbolo della commedia all'italiana:Nino Manfredi,che secondo lui faceva pubblicità occulta e Alberto Sordi ("Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?Te lo meriti Alberto Sordi!) Le battute del film e le varie scene divennero proverbiali,a partire dal titolo,urlo surreale di uno straccivendolo che passa all'alba lungo una strada che costeggia la spiaggia dove il quintetto di amici aspetta dalla parte sbagliata il sorgere del sole. E ancora:i 4 ragazzi,che cercando il cinema underground finiscono nella cucina di una famiglia a cena davanti al televisore acceso,il celeberrimo duetto tra Michele e Francesca sul prato della periferia di Roma dove alla domanda di lui sul suo lavoro,lei gli risponde:"Beh,mi interesso di molte cose.Cinema,teatro,fotografia,musica,leggo...e quando lui insiste con un"Concretamente?"lei ribatte:"Ma...te l'ho detto:giro,vedo gente,mi muovo,conosco,faccio delle cose"Questi sono gli esempi di tanti morettismi che ci saranno in tanti films successivi;come la frustante collezione di ritagli di giornale,la rilettura di vecchie lettere e le telefonate allucinanti ad amici e conoscenti:("No,veramente non mi va;ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri.Senti,ma che tipo di festa è? Non è che alle 10 state tutti a ballare in girotondo,io sto buttato in un angolo,no...ah no. Se si balla non vengo. No,no...allora non vengo...Che dici,vengo?Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?Vengo.Vengo e mi metto così,vicino a una finestra di profilo in contro luce,voi mi fate: "Michele,vieni di là con noi...dai!" e io "Andate,andate,vi raggiungo dopo". Vengo,ci vediamo là! No,non mi va. Non vengo,no.Ciao,arrivederci Nicola.") Costato 180 milioni,a fine stagione incassò 2 miliardi perchè attrasse tanti spettatori soprattutto giovani che si divertivano a vedere ridicolizzati in questa caustica visione del mondo post sessantottino i propri difetti generazionali con un linguaggio nuovo,che sentivano loro. Era nato un autore,era nato un mito.
di Sara Memmi.  15 dicembre 2006.

L'UOMO INVISIBILE (di James Whale, 1933)

L’uomo invisibile, film USA in bianco e nero, uscito nelle sale nel 1933, affronta una tematica narrativa affascinante, di buon successo letterario, molto irreale, suggestiva, del tutto fantastica, che ha per oggetto l’invisibilità del corpo umano; un tema filmico originale per il cinema di inizio secolo.
Il film mostra con grande maestria romanzesca e un po’ di ironia alcune vicende legate al potere dato dall’invisibilità corporea. James Whale interpreta e realizza efficacemente le più comuni fantasie dello spettatore intorno a questo argomento letterario. Viene realizzato un film che seppur legato all’immaginario é psicologicamente credibile perché ruota intorno a certi meccanismi compulsivi come le forti pulsioni del guardare senza essere osservati, tipiche di buona parte degli spettatori cinematografici.
Stare in mezzo alla gente, carpendo o ascoltando segreti innominabili, importanti, addentrarsi poi con un’audacia incontenibile, in quei luoghi insoliti, a lungo fantasticati, resi familiari da un pensiero ossessivo, in cui poter compiere finalmente una vendetta senza essere scoperti o una azione trasgressiva clamorosa, inosservati, come quella di rapinare, non visti, una banca, magari regalando poi ai passanti più poveri tutto il denaro rubato, sono forme vicine alla perversione che hanno sempre caratterizzato il pensiero fantascientifico di impronta spettacolare di ogni età. 
Il motivo conduttore di questo film, l’invisibilità, è per il cinema un po’ paradossale, apparentemente bizzarro, perché il personaggio principale della pellicola, Griffin, è praticamente sempre invisibile, obbligando il dispositivo di scrittura cinematografica a trucchi scenici molto difficili, alcuni forse irripetibili perché legati esclusivamente alla maestria dell’autore del momento, che lasceranno un impronta indelebile nella storia del linguaggio cinematografico. 
Per esigenze di sceneggiatura il viso dell’attore Rains Claude viene infatti mostrato solo alla fine del film e per appena dieci secondi, nel rimanente tempo del racconto il volto e le membra del suo corpo si indovinano solo a tratti, attraverso dettagli sparsi, intuendo qualcosa dietro il travestimento di bende ed occhiali, camice e cappotti, capelli e naso finto. 
Il personaggio principale, Jack Griffin, l’uomo che diventerà invisibile, è un assistente di umili origini, che lavora per il dottor Cranley, scienziato chimico di fama con un collega di nome Kemp. Jack Griffin è innamorato della figlia di Cranley, Flora, che corrisponde entusiasta il suo amore. Griffin vive questa relazione però in modo ansioso, come se fosse psicologicamente intralciato da qualcosa di misterioso che lo rende infelice; ha una forte soggezione nei confronti del padre di lei, una sudditanza tale da impedirgli un rapporto sciolto con lui, quasi un asservimento, forse causato dalla sua inferiorità sociale e dall’insicurezza economica patita nel passato con tutta la propria famiglia. 
Jack Griffin è quasi nevrotizzato dalla situazione sentimentale, vive in una specie di prigionia romantica senza via di uscita che lo lascia insoddisfatto, fino a quando un giorno, facendo una scoperta chimica straordinaria, riuscirà a cambiare il resto della sua esistenza rompendo ogni precedente legame. 
Jack Griffin attraverso delle iniezioni di monocaina eseguite sul suo corpo diventa invisibile. Egli, diffidente verso tutti, esperimenta segretamente i poteri della sostanza cancellando poi tutto ciò che lo aveva portato alla sorprendente scoperta. 
L’assistente, divenuto invisibile, abbandona sia il dottor Cranley che la fidanzata Flora, lasciando scritte alcune righe di provvisorio commiato che i due non riescono a interpretare correttamente rimanendone profondamente turbati. 
L’uomo, visibile solo attraverso i vestiti e le bende sul viso, si reca in una desolante e lontana locanda, situata tra la neve, in un luogo impervio e sinistro per meditare con tutta calma sul da farsi e trovare la formula chimica in grado di renderlo di nuovo visibile.
Griffin è dominato dal desiderio di acquisire un potere sulle persone straordinario, tale da consentirgli di governare ogni situazione, compresa quella amorosa con Flora, una storia d’amore quest’ultima che ha lasciato in lui una ferita sanguinante, aperta dai suoi forti complessi di inferiorità. 
Griffin vuol prendersi una rivincita simbolica sul dottor Cranley padre della ragazza, prepotente e ostinato, e su tutti coloro che lo hanno umiliato perché proveniente da una famiglia povera, ma al momento di decidere tra l’amata Flora, che si offrirà di aiutarlo insieme al padre a trovare l’antidoto della visibilità e il potere assoluto derivante dalla sua nuova situazione, deciderà per quest’ultima, pentendosene però amaramente sul letto di morte quando avrà vicino la fidanzata Flora. 
Il regista James Whale, famoso anche per Frankenstein e La moglie di Frankenstein, era un omosessuale dichiarato, trovato suicida nella piscina della sua villa dopo la rottura definitiva avvenuta con il suo ultimo compagno di convivenza. 
James Whale ha avuto una vita sofferta, vivendo in un mondo ancora dominato da vergognosi pregiudizi verso gli omosessuali come quello degli anni ’30 in America, una società tendente ad emarginare tutto ciò che non rientrava in certi canoni civili, spesso influenzati dai poteri stessi ecclesiastici. Questo aspetto biografico di James Whale si intravede fortemente nel film e ne costituisce la struttura del conflitto principale messo in campo nella narrazione, individuabile in quelle parti della vita dell’uomo invisibile dominate da pesanti solitudini ed emarginazioni per la sua diversità. Jack Griffin durante la sua permanenza nella locanda e nel paese avverte l’ostilità della gente, il comportamento aggressivo delle persone improntato sulla diffidenza e la malignità che arriva al punto di renderlo isterico, costringendolo a violente reazioni. Griffin, proprio per lo scontro duro avuto con gli abitanti del posto, non troverà la serenità necessaria per andare avanti nella ricerca dell’antidoto in grado di renderlo visibile.
Griffin, a seguito di un suo giudizio, inappellabile, di condanna verso tutta la società, colpevole di pregiudizi imperdonabili verso la scienza e il diverso, si vendicherà di tutti i torti subiti uccidendo molti esseri umani.
Grazie all’inserimento nel film di cose che, in un certo senso, riguardavano da vicino lo stesso regista James Whale, si è resa la pellicola più vera, alzandone notevolmente la qualità espressiva e la credibilità, soprattutto quella più emotiva trasmessa dal protagonista. 
La vendetta dell’uomo invisibile nel film rispecchia dunque, per alcuni aspetti, quella di James Whale verso la società che lo aveva emarginato. Entrambi diventeranno famosi e ricchi, quasi per una sorta di rivincita sui patimenti subiti per colpa di qualcuno, e i due giungeranno a un riscatto solo attraverso il potere e l’influenza sulle persone e le cose.
I loro percorsi saranno però paralleli solo per alcuni tratti, Griffin nel film ad un certo punto sceglierà in toto il male, compiendo efferate e ciniche azioni omicide che costringeranno la polizia a una caccia all’assassino di grande valore anche spettacolare per un film di quel periodo, mentre James Whale, nella vita vera, manterrà fino alla morte il suo stile di artista sensibile alla bellezza e all’amore per la vita. 
Giudizio (legenda).
di Biagio Giordano. 30 Marzo 2009.

IL GABINETTO DEL DOTTOR CALIGARI (di Robert Wiene, 1920)

Il gabinetto del dottor Caligari è ambientato in Germania intorno al 1830 in un paese immaginario di nome Holstenwal. Il regista Wiene aveva il non facile compito di sostituire Fritz Lang designato in un primo momento alla regia. Lang rilascerà tuttavia alcune sue inconfondibili tracce avendo contribuito notevolmente al progetto filmico. 
La pellicola è stata girata nel 1919 in un’atmosfera di forte rinascita dell’interesse artistico dei tedeschi. Siamo al primo sorgere della repubblica di Weimar. 
Il genere di questo film non è di facile definizione, forse lo si può considerare un Horror-psichiatrico perché paura e disagi di tipo psicotico sono fortemente presenti nel racconto e sono presi in un meccanismo di drammatizzazione che produce notevoli risultati di coinvolgimento. 
Il film si svolge con uno stile inedito, a volte complesso nelle sue forme cinematografiche più strutturali, in cui spicca per potenza espressiva il gioco di ombre in movimento, che accompagnano, ingigantite sulle pareti dalla proiezione della luce sorgente, le azioni più delittuose. 
Alcune tecniche, considerati i tempi in cui si svolge il film, risulteranno del tutto innovative. L’opera di Wiene è molto visionaria, seppur a volte appare supportata da un vero storico molto credibile, come le realtà manicomiali dell’epoca che risultano assai precise e narrate con un certo disincanto che ne potenzia il realismo. 
Immaginario e simbolico si rincorrono accanitamente lungo un reale sempre ben steso. Essi sono mossi da una tecnica narrativa sicura e coerentemente intrecciata, scorrevole. La scenografia è prevalentemente di tipo teatrale anche se presenta qua e là alcune scene di esterni con piccole folle in movimento e grossi impianti che simulano la giostra della fiera annuale della città di Holstenwal. 
In evidenza negli interni le luci ombreggianti e i giganteschi pannelli da palcoscenico tra cui si insinuano grossi blocchi di legno, ben disegnati, che riproducono tratti architettonici esterni. Le tele e i compensati degli oggetti arredo sono dipinti prevalentemente in stile espressionista. Spiccano qua e là raffigurazioni anche futuriste e cubiste. Primeggiano le atmosfere sinistre e i luoghi bui, terrorizzanti.
Il gabinetto del dottor Caligari è un film importante nella storia della teoria cinematografica perché perfeziona il linguaggio visivo e dimostra che il cinema può esprimersi con stili e tecniche molte diverse, avvicinandosi alla sintassi della forma letteraria. 
La dissolvenza a binocolo, i primi piani dei personaggi con sguardi che suscitano terrore, le azioni di gruppo per prendere i malviventi e consegnarli alla giustizia, i racconti paralleli che si incrociano, l’accompagnamento del film con il pianoforte che segue con la sua mesta musica il sentimento della morte che permea il racconto, tutto ciò raggiunge un livello di credibilità e nello stesso tempo di suggestione poetica mai visti in precedenza. 
Queste tecniche, impregnate di messaggi artistici provenienti dal sociale saranno da altri registi riprese con ulteriori approfondimenti, riconoscendo quindi al film di Wiene una portata storica e di studio che risulteranno fondamentali per lo sviluppo dell’arte cinematografica. 
La scenografia e la sceneggiatura riflettono nei loro aspetti più estetici i simboli di un’avanguardia artistica di forte rilievo storico che ruotava intorno alla rivista Sturm. Il cinema precedentemente era inteso più come meraviglia tecnica che vera e propria arte, non si pensava ancora ad uno sviluppo delle sue potenzialità letterarie. Sul piano narrativo risultava ancora troppo povero di situazioni e sbrigativo.
Wiene riesce a rappresentare con un realismo atipico, ricco di suggestione e metafore, lo stato emotivo di un’epoca molto importante, fotografata in un momento storico burrascoso. Il film è infatti una pregnante metafora di tutte le ferite, delusioni e paure di una società duramente provata dalla umiliante sconfitta nella prima guerra mondiale. All’inizio degli anni ’20 la popolazione tedesca vede svanire anche la sua tenue speranza in un futuro di rinascita civile. Gravissimi sono i fatti politici negativi che si presentano nel primo grande esperimento tedesco di democrazia liberale, in quello che era considerato un vero e proprio stato di diritto: la famosa Repubblica di Weimar. Proclamata nella omonima città tedesca nel 1919 essa cadrà, indebolita dai numerosi travagli interni, nel 1933, sotto i pesanti colpi del movimento nazista, quasi all’apice della sua incredibile crescita. 
Weimar risulterà essere una democrazia di impossibile funzionamento. Weimar fin dalle sue battute iniziali mostrò profonde divisioni politiche. Dopo breve tempo lo scontro tra destra e sinistra, militari e potere politico, non sarà più dialettico ma tendente a forme di spot e propaganda di tipo insurrezionale. 
L’atmosfera post-bellica in Germania era caratterizzata da grandi incertezze e sfiducie. Le speranze più urgenti di lavoro, o di mantenimento dei diritti civili, culturali e artistici venivano spesso deluse. Queste questioni sociali e politiche rendevano la vita della popolazione estremamente difficile contribuendo ad aggravare nei cittadini tedeschi quelle nevrosi e ossessioni legate a traumi subiti durante il massacrante conflitto mondiale del 1915 - 1918. 
In Germania negli anni ’20 si prefiguravano, all’orizzonte dell’immaginario popolare, fantasmi dittatoriali, quasi come possibilità per le classi borghesi e aristocratiche di guidare, egemonizzando le masse, una guerra di rivincita verso chi li aveva umiliati. 
A questo proposito i mass media si prodigheranno per condizionare la psicologia dei cittadini, attraverso la stampa e la radio, proponendo la riscossa della razza dominante e della grande Germania. Tutto ciò sottraeva gusto e sensibilità nelle masse rispetto alla loro necessità di una ricerca libera nei piaceri dell’arte e nel godimento della libera espressione democratica.
Quest’ opera di Wiene pur ambientata nel 1830 è impregnata di un contesto storico, culturale, politico che ben rispecchia metaforicamente quello dell’epoca in cui fu girato il film.
Il primo finale del film era stato proposto nella sceneggiatura da Carl Mayer e Hans Janowitz. Il produttore Erich Pommer, (e sembra secondo alcune enciclopedie di cinema anche Lang), scontento della fine del film presentata nella sceneggiatura iniziale - che prevedeva la cattura del colpevole degli omicidi - impone ai due sceneggiatori una diversa conclusione del racconto.
Il produttore Pommer fa compiere al loro testo un ribaltamento, stemperando gli aspetti più accusatori e rendendo problematiche, mai sicure, le responsabilità delle persone coinvolte nei diversi fatti criminosi presenti nel film. Il finale sfugge a ogni univocità diventando polisemico. 
Con la modifica apportata da Pommer il racconto si schiuderà quindi a diverse interpretazioni. Le storie horror presenti nel film potranno essere interpretate anche come frutto fantasioso di una mente alterata: una sorta di delirio presente nel narratore Franz. Quest’ultimo per mescolare meglio nel racconto le cause dei delitti assumerà infatti le vesti di un paziente dell’istituto psichiatrico. Queste modifiche conferiscono al film una struttura complessa che riflette in una formula più enigmatica la realtà sociale sottesa all’opera. 
In un’atmosfera narrativa dominata da incubi e terrori indicibili, spesso in chiara polemica con le istituzioni tedesche, Pommer introduce un elemento di equivoco chiamando in causa una generica follia. Gli assassinii possono essere non veri, solo immaginati, narrati da una follia impersonale che è comunque la psicosi collettiva di un momento storico. Ciò rende il film più vicino allo spirito dell’epoca, lungo un’atmosfera che seppur alterata dai nuovi e gravi fatti storici, era ancora per certi aspetti carica di residui romantici e dei sogni della Belle Epoque francese. 
Tutta la scenografia teatrale del film è in opposizione con i consueti stili impressionisti del cinema di allora. Essa è ben sostenuta in alcuni punti da forme futuriste e cubiste che sembrano anticipare forti desideri di trasformazione della realtà. 
Autori dei disegni e delle strutture architettoniche del film sono i pittori Warm, Rohrig, l’architetto Reiman, e per gli esterni del paese Kirchner. Tra le numerose e diverse idee presenti nel progetto artistico del movimento espressionista tedesco, di cui era animatore Herwarth Walden, si imponeva per genialità di sintesi quella legata alla formula psicanalitica freudiana: “rendere visibile l’invisibile interiore”. Tuttavia a differenza della psicanalisi, questa formula, nella sua applicazione, si proponeva di comunicare i numerosi concetti espressionistici con linguaggi visivi, poetici, pittorici e fotografici. 
Per far ciò si dovevano abbattere vecchi pudori e prendere in considerazione le più brutali e contraddittorie pulsioni che si presentavano alla coscienza: per quanto potessero essere strane e a volte un po’ schizoidi. Si annullava per un attimo lo spirito critico verso di esse, attenuandone il controllo, accogliendole per meglio studiarle. Da qui i famosi disegni degli artisti espressionisti, ricchi di figure sbilenche, di cupi fondali marini simboli dell’inconscio, di immagini in bianco e nero fortemente contrastate e simboleggianti da una parte la luce bianca che rende possibili i colori emettendo un campo di bagliori cromatici e dall’altra il nero che tutto assorbe alimentando suggestioni buie, per finire con immagini di sguardi deformati sotto la pulsione onirica del sogno. 
Già Freud ad inizio secolo evidenziava come l’anamorfosi onirica delle figure (intesa come loro trasfigurazione che suggeriva significati reconditi) del sogno altro non erano che espressioni sintomatiche di un travaglio pulsionale tendente al compromesso e legato a desideri compressi o a inibizioni fortemente radicate: il cui oggetto risiedeva sovente all’esterno dell’individuo.
Da sottolineare grazie a questo film un aspetto teorico importante. Nel cinema, lo stile preso in prestito dal teatro non rispecchia, sul piano degli effetti visivi, qualcosa che appartiene direttamente al teatro. L’imitazione del teatro nel cinema non riesce bene, non funziona fisicamente. L’immagine nel teatro è tridimensionale e vera mentre nel cinema è bidimensionale e fotografata. Il cinema è legato a un racconto visivo ad illusione ottica, proiettato su uno schermo luminoso simile a una finestra situata in una sala buia. La caratteristica del cinema risiede nella originalità del suo dispositivo, nella sua capacità di suscitare effetti ipnotici. 
L’impressione di realtà nel film a ispirazione teatrale è molto diversa dal teatro. Nel cinema i primi piani degli sguardi e il montaggio consentono rapporti emotivi con i personaggi del tutto diversi. I personaggi si allontano e si avvicinano allo schermo a seconda delle circostanze del racconto dando la sensazione allo spettatore di partecipare alle scene da vicino. Il teatro invece è dominato dalla parola e da una prospettiva angolare fissa, unica. I personaggi sono sempre alla stessa distanza. 
Il racconto del film inizia con una inquadratura in un giardino che mostra lo studente Franz seduto in una panchina. Accanto a lui c’è un anziano un po’ angosciato appena separatosi dalla famiglia. Al passaggio di una donna vestita di bianco e dall’atteggiamento sognante di nome Jeanne, Franz ha un forte sussulto perché la donna è l’amata di un tempo. Inizia allora a narrare la sua storia.
Nell’immaginaria cittadina tedesca di Holstenwall nel 1830 il dottor Caligari è protagonista in una fiera di uno strano spettacolo. Porta con sé in una specie di bara un sonnambulo di nome Cesare che predice sotto suo comando sventure ai clienti. 
Nel palcoscenico il dottore si avvale di questo infermo di mente per soddisfare i suoi propositi omicidi. Cesare è affetto fin dalla nascita da una grave forma di psicosi. Il malato psichico dipende in toto dal dottore nevrotico Caligari, fino al punto da eseguire senza discutere i suoi ordini, anche quello di uccidere determinate persone. 
Cesare è vestito in calzamaglia nera e dorme moltissimo. Rimane immobile, in uno stato vegetativo, dentro una bara con apertura a finestra, costruita su misura dal dottor Caligari. Viene svegliato solo per essere nutrito e lavorare alla fiera annuale del paese. La sua strana e sinistra sembianza è un’attrazione di successo. Oltre a predire il futuro tragico dei curiosi, indovina di ciascuno il passato burrascoso.
Cesare inizia a uccidere eliminando con un coltello il segretario comunale del paese. Costui era stato sgarbato con Calegari durante l’incontro avvenuto in comune per il rilascio della licenza, necessaria per presentare il suo spettacolo alla fiera. In un secondo tempo uccide lo studente Alan amico di Franz che aveva chiesto a Cesare sul palcoscenico quanto sarebbe ancora vissuto, ricevendo la risposta: “fino all’alba”. 
Franz comincia a sospettare che Caligari sia responsabile degli omicidi e con l’aiuto del padre di Jeanne cerca quindi di incastrare il dottore.
Nel frattempo Cesare rapisce la bella Jeanne dal suo letto e fugge con lei per i tetti della città finché sfinito si accascia e muore. Scoperto da Franz che, durante le sortite di Cesare per uccidere, Caligari metteva nella bara un manichino, il dottore spaventato si rifugia nel manicomio. Ma Franz scopre nell’archivio dell’istituto psichiatrico che nel 1703 era esistito un certo dottor Caligari, egli uccideva delle persone usando un sonnambulo ipnotizzato di nome Cesare. Attraverso il diario del Direttore del manicomio Franz scopre anche che il responsabile dell’istituto voleva fare la stessa cosa.
Caligari dopo aver visto il cadavere di Cesare viene messo alle strette e fermato dalla polizia. Si passa poi a una scena in cui, sempre nel manicomio, nell’atrio d’ingresso, all’aperto si vede Cesare vivo e Franz meravigliato che lo osserva. All’improvviso si vede uscire dalla porta principale il direttore del manicomio che altro non è che il dottor Caligari. Franz ha un sobbalzo e urla tutta la sua indignazione e meraviglia. Il giovane verrà dagli infermieri immobilizzato in un letto e ricoverato. 
Il direttore dell’istituto chiude il film con una frase dal sapore psicanalitico: "crede che io sia il dottor Caligari, adesso potrò curarlo”. Attraverso il transfert del paziente verso il medico che favorisce una riedizione di situazioni psichiche del passato, Caligari potrà compiere un lavoro esplorativo su una parte dell’inconscio di Franz cercando di svelare il segreto del suo presunto delirio.
Giudizio (legenda).
di Biagio Giordano. 23 Marzo 2009.

domenica 5 aprile 2009

2008/2009. Un anno di cinema

Un’altra stagione cinematografica sta passando, mentre il mondo della celluloide si evolve, si complica e aumenta le proprie dimensione medianiche e tecniche, pur restando con la solida base ideologica degli albori classici.
L’evento sconvolgente di questa annata è rappresentato dalla prematura e inattesa scomparsa dell’attore Heath Ledger, 29 anni, uno dei talenti più prolifici della attuale Hollywood. Ledger se ne va così, alla moda dei più grandi come James Dean o River Phoenix, in un addio pieno di mistero e fascino. Fascino che accresce in maniera smisurata con la visione dei suoi ultimi lavori da attore; il suo accattivante Joker in Il Cavaliere oscuro di C. Nolan è già leggenda, forse non all’altezza della maschera anni ’90 di Nicholson, ma comunque degno di raffigurare la smagliante copertina del corrente anno di cinema. Ledger ci sorprenderà nel postumo Dottor Parnassus di Terry Gilliam, un cult da brividi, mefistofelico, una sorta di lettera d’addio dell’attore australiano. Lo attendiamo.
Da poco abbiamo assistito alla notte degli Oscar, ed è restrittivo dire che siamo rimasti sorpresi; l’Accademy ha premiato il coloratissimo e struggente Slumdog Millionaire, dell’inglese Danny Boyle, un affresco sull’India bollywoodiana ripercorsa dagli occhi vissuti di un giovane ragazzo del thè di Mumbai. La pellicola è costata solo 15 milioni di dollari, cifra minima rispetto ai blockbuster americani ricchi di special effects e cast da far paura. Qualcosa sta cambiando nei piani alti.
A Hollywood è stato l’anno dei ritorni e delle consacrazioni; Di Caprio e la Winslet si sono ritrovati una decina d’anni dopo Titanic nel gradevole Revolutionary road di Sam Mendes, Brad Pitt nell’ottimo Il curioso caso di Benjamin Button si maschera e si trasforma e ritrova la sua capacità attoriale lasciandosi alle spalle mesi e mesi di gossip. Trionfo per Sean Penn in Milk di Gus van Sant, dove spacca la barriera dell’omofobia, vince l’Oscar per miglior interprete e si rimette in gioco. Anno di magra per l’aclamatissimo Johnny Depp che a parte gli strascichi musical di Sweeney Todd attende la primavera 2009 per riproporsi ai massimi livelli.
Mozione d’onore per la commedia americana caotica e guizzante della Frat-pack, simboleggiata dall’irriverente Tropic Thunder dove Stiller, Downey jr e Black si prendono gioco dei pomposi film bellici dai cannoni di Navarone agli attualissimi della guerra del Golfo. Un bel passo in avanti ideologico e tematico.
Il cinema indipendente ci ha reglato discrete perle; su tutte la tenera storia di Juno, colpisce al cuore ma fa sorridere la storia di una minorenne alle prese con una non-voluta gravidanza nel mezzo della bigotta provincia statunitense. Chi ama i film a basso budget non si sarà lasciato sfuggire l’horror vampiresco Lasciami entrare (fratello illegittimo del deludente Twilight) ed il western old-style di Ed Harris Appaloosa. Inoltre a Hollyowood si è ballato con Mamma mia, si è riso con Il treno per il Darjeeling ed il coheniano Burn After reading e ci si è emozionati in diversi modi con Changeling e Quantum of Solace, ultimo capitolo di 007.
Discorso a parte merita il cinema nostrano. In Italia passano finalmente in secondo piano i cine-panettoni, le commedie ad alto budget e poco usufrutto (Italians, Il cosmo sul comò) e fallisce persino un mostro sacro come Ozpetek con un vacillante Un giorno perfetto. Tutta l’attenzione è rivolta ai capolavori d’esportazione prodotti dall’accurata scelta di Domenico Procacci; in primavera sono usciti il discusso e acclamato Gomorra, documentario-fiction tratto dal best seller anti-camorra di Saviano, ne è risultato un excursus attento e visivamente accecante sulla piaga di malavita campana. E poi Il Divo, memorabile Biopic di Paolo Sorrentino sull’intoccabile figura di Giulio Andreotti. Minimo comune denominatore: Toni Servillo, l’interprete italiano più in voga (a ragione assoluta) di questo periodo.
Anche dal resto d’Europa sono giunte pellicole molto interessanti e impegnate come il pluripremiato prodotto francese La classe; in Germania ottimo La banda Baader-Meinhof mentre l’immortale Woody Allen ha tentato con un discreto successo l’avventura in terra di Spagna con Vicky Cristina Barcelona. Un’ottima annata dunque, per dirla alla Ridley Scott, senza un filo conduttore specifico, ma pieno di alti e bassi, divi ed anti-divi, un andirivieni di colpi da maestro e prodotti di minor spessore artistico. Il 2009-10 ci presenterà grandi ritorni, come Tarantino, Burton e Michael Mann; e allora non resta che augurare agli amanti della settima arte, buon Cinema a tutti.
P.S. Il caso cinematografico dell’anno, ovvero il biopic W. di Oliver Stone sull’ex-presidente degli Stati Uniti George Bush ha fatto discutere in tutto il mondo per giorni. In Italia non è stato neanche distribuito, ma trasmesso in data unica da La 7. Nel frattempo Natale a Rio occupava il 70% delle sale  su territorio italiano. Mah…
di Keivan Karimi.