mercoledì 11 marzo 2009

GIU' LA TESTA (di Sergio Leone, 1971)

Siamo nel periodo della rivoluzione messicana, il peone Jaun Miranda (Rod Steiger) incontra, per puro caso, il rivoluzionario irlandese John (Sean) Mallory (James Coburn), esperto in esplosioni. Quando comprende che con Mallory potrebbe finalmente svaligiare una delle banche da lui più agognate, quella di Mesa Verde, gli chiederà di diventare suo socio. Si ritroveranno comunque in mezzo alla rivoluzione con due motivazioni completamente opposte: Juan Miranda per una questione di soldi, ma  diventerà involontariamente un eroe della rivoluzione, invece John  Mallory è fermamente convinto a sposare la causa.
Il film è stato girato da Sergio Leone nel 1971, interessante la visione del regista che ci porta a vedere la rivoluzione attraverso la soggettiva dei vari personaggi, senza privilegiare nessuno di questi. Mi è piaciuta la frase introduttiva di Mao sulla rivoluzione che si discosta dalla scena iniziale, dove troviamo il peone Miranda maltrattato, classificato come una “bestia” da ricchi  viaggiatori su una diligenza, lo zoom sulle bocche di questi mentre mangiano  e lo insultano l’ho trovato efficace. Altre 3 scene mi hanno colpito particolarmente: la prima è quella del ponte, quando il duo Miranda-Mallory aspettano che i tedeschi passino, per l’appunto, sul ponte per ucciderli. La seconda scena in cui Miranda spiega a Mallory perché non crede alla rivoluzione  e perché inizia “ quelli che sanno leggere i libri e che vanno da quelli che non sanno leggere e gli dicono cosa fare” e la scena finale quando Mallory, ormai ferito gravemente, si fa esplodere insieme ai tedeschi. Ho trovato interessante la figura del dottor Villega che prima tradisce la causa facendo la spia per i tedeschi e poi si sacrifica per redimersi. Anche se abbastanza lenti ho apprezzato i flashback chiarificatori sul passato di Mallory in Irlanda, soprattutto l’ultimo dove vediamo lui che a malincuore spara all’amico che ha fatto la spia. 
Il tutto accompagnato da una stupenda colonna sonora diretta dal maestro Ennio Morricone con il brano indimenticabile “Sean Sean” che fa da tema al film.
Giudizio½ (legenda). 
di 
Tatiana Coquio. 26 marzo 2008.

81st Academy Awards. Lo sguardo oltre Hollywood.

L’ottantunesima edizione del Premio cinematografico per eccellenza, la prima dell’era Obama, rende omaggio allo splendido The Millionaire, tragico dipinto della povertà nell’India contemporanea ad opera di Danny Boyle. Il miglior film è dunque una produzione non-hollywoodiana, una pellicola extra-statunitense con respiro umanitario e malinconico. L’Academy ha sempre dimostrato di seguire attentamente i movimenti della politica e quale miglior mossa se non assegnare la statuetta più ambita ad un momento di cinema così vicino al messaggio di speranza del nuovo inquilino della Casa Bianca. Come da ormai comprovata tradizione delle ultime edizioni – succede per la quinta volta negli ultimi sei anni – la miglior pellicola dell’anno si aggiudica trionfalmente anche l’Oscar per la regia, vinta dall’inglese Boyle. Per capire la portata del trionfo del film ambientato tra le baraccopoli di Mumbai nella serata glamour del Kodak Theatre, bastino i numeri: 8 Oscar conquistati da The Millionaire. Alle due big categories si affiancano la vittoria come miglior sceneggiatura non originale – il film è tratto dal romanzo Le dodici domande di Swarup Vikas – ed un corposo bottino nelle categorie tecniche e sonore. Clamorosa l’affermazione della canzone Jai Hò. Alla vigilia dell’annuncio delle nominations ufficiali dell’81st Academy Awards, dopo la premiazione ai Golden Globes, pareva certa una vittoria di Bruce Springsteen, per l’opera originale creata per The Wrestler. La pellicola diretta da Darren Aronofsky vede sfuggire di mano anche l’altra possibile statuetta, quella che Mickey Rourke attendeva per la sua struggente interpretazione di un vecchio wrestler, già apprezzato al recente Festival di Venezia. Il miglior attore dell’anno è invece l’eclettico Sean Penn, splendido Harvey Milk - attivista e consigliere politico omosessuale assassinato nell’America del secondo Novecento – nel drammatico bio-pic di Gus van Sant. Penn – che bissa l’Oscar per Mystic River cinque anni dopo e ritorna alla Notte degli Oscar da trionfatore dopo i mancati premi della scorsa edizione per il suo Into the wild – dal palco della premiazione omaggia Rourke in platea della vittoria. Per Milk anche il preziosissimo premio per la migliore sceneggiatura originale. Nella categoria miglior attrice affermazione, ampiamente preventivata nelle ultime settimane e confermata dall’indicazione dei Globes, di Kate Winslet per la performance in The Reader. La piccola Rose arriva all’Oscar undici anni dopo il crack Titanic e ci arriva prima di Leonardo DiCaprio – suo compagno nel film di Cameron – che di recente l’ha definita “la più grande attrice della sua generazione” a suggello di una statuetta meritata. L’avrebbe meritata ampiamente anche Meryl Streep, già “Signora degli Oscar” con il record di nomination ottenute nella storia dell’Academy, ben quindici.  I non protagonisti vedono l’omaggio postumo allo straordinario Joker di Heath Ledger nell’ottimo secondo capitolo del Batman di Christopher Nolan. Ledger, scomparso già da un anno, potrebbe rappresentare – o forse già rappresenta – il nuovo capitolo della mitizzazione divistica tipica di Hollywood. Non è stata però l’eredità dell’aura di James Dean a fargli arrivare un Oscar postumo, ma il suo grande talento già ampiamente espresso nei precedenti Brokeback Mountain e Io non sono qui. La categoria supporting actress porta ad un’attrice spagnola il primo premio Oscar: è Penelope Cruz nel discusso Vicky Cristina Barcelona di Allen ad ottenere la prima statuetta – tra gli attori – per il suo paese. La Cruz, sublime in Volver (ignorato in passato dall’Academy), riceve un’Oscar in una cinquina non certo densa di performance indimenticabili. La categoria riservata al cinema d’animazione vede la vittoria di Wall-E, nuova meraviglia di casa Pixar. Con la statuetta vinta dal dolce robot solitario la casa di John Lasseter realizza la seconda doppietta all’Academy: Wall-E, difatti, succede a Ratatouille – come Gli Incredibili vinse l’Oscar dopo il trionfo del pesciolino Nemo. La Pixar si conferma la casa di produzione regina nel cinema d’animazione del nuovo millennio, da quando è stato istituito l’Oscar al cartoon dell’anno ha conquistato quattro degli otto premi assegnati. Non era stato nominato nella categoria dei film animati l’ottimo Valzer con Bashir. La pellicola israeliana dirottata nella categoria film straniero esce a mani vuote dalla notte dell’Academy, a differenza dell’esito dei Golden Globes. Il miglior film straniero del 2008 è il giapponese Departures. La categoria riservata al cinema non americano introduce le note dolenti. In prima fila di color che non escono trionfanti c’è il nostro Paese. Per sette mesi, dai fasti gloriosi sulla Croisette, l’Italia cinematografica dava per scontata la nomination di Gomorra agli Oscar e per probabile l’affermazione finale come film straniero dell’anno. La candidatura all’eccellente film di Matteo Garrone non è arrivata e il cinema nazionale sul palco del Kodak Theatre di Los Angeles è stato rappresentato unicamente da Sofia Loren, che ha presentato l’Oscar per la miglior attrice. Se la nuova onda del nostro cinema intravista al Festival di Cannes del 2008, con i successi delle opere di Garrone e Sorrentino sarà confermata dalla continuità di produzioni di livello – vero tallone d’Achille dell’Italia cinematografica – altre nomination arriveranno certamente, non c’è da dubitarne. Nella flotta dei “delusi”, anche qui le virgolette sono d’obbligo, c’è Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher. La pellicola ottiene tre premi, ma si era presentato sul red carpet con il petto gonfio di tredici nominees. Il vero flop dell’annata di premi cinematografici è il tanto atteso kolossal Australia, targato Baz Luhrmann. L’Academy – non prendendolo proprio in considerazione – l’ha definitivamente rimandato al giudizio del pubblico. Così gli Oscar arrivano a quota 81, in una serata che ha visto l’introduzione della contemporanea presenza di cinque premi Oscar a presentare gli attori protagonisti candidati: un grandioso effetto speciale in “stile Hollywood” vedere sul palco De Niro, Hopkins, Douglas, Loren, Kidman e MacLaine apparire a ricordarci la luccicante e patinata storia del premio Oscar.

lunedì 2 marzo 2009

IL ROSSO SEGNO DELLA FOLLIA (di Mario Bava, 1970)

“Mi chiamo John, ho trent’anni e sono un paranoico”: Mario Bava ci tiene subito ad infrangere una delle regole principali del thriller, svelando immediatamente l’identità dell’assassino e iniziando un viaggio nell’inferno della mente di un individuo malato.
Film minore del grande regista italiano, Il rosso segno della follia – conosciuto anche col titolo diUn’accetta per la luna di miele – dimostra comunque un’eleganza visiva ed un uso insolito degli spazi (il castello, l’atelier da sposa) che farà scuola, con poco sangue e molti degli stilemi tipicamente baviani, come effetti flou, deformazioni psichedeliche, cromatismi raffinati, dissolvenze incrociate da applausi. 
Girato nel 1968 in Spagna nella villa del generale Franco, ma distribuito tra mille difficoltà due anni dopo, Il rosso segno della follia è un’opera fascinosa e imperfetta, che vale più per le atmosfere e per la disinvoltura registica che non per la storia in sé: Dario Argento ne ruberà più di un’idea per il suo Profondo Rosso, compresi certi scricchiolii nella logica narrativa; ma l’umorismo nero che beffardamente attraversa il film resta un’esclusiva di Bava, che comincia a riflettere sul linguaggio cinematografico e sui generi senza pedanterie intellettualistiche, quando il metalinguismo era ancora di là da venire.
Sottovalutato, benché non abbastanza memorabile da aspirare al rango di culto.
Giudizio (legenda). 
di Giulio Ragni. 27 gennaio 2008.

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO (di Elio Petri, 1970)

L’accoppiata Elio Petri e Gian Maria Volonté è stata una delle più prolifiche e qualitativamente produttive del cinema italiano, al pari dei sodalizi Fellini-Mastroianni e Antonioni-Vitti, anche se complessivamente sottovalutata dalla critica nostrana e parzialmente rimossa dalle giovani generazioni di spettatori.
Connotata da un forte impegno civile, la collaborazione tra il regista e il grande attore piemontese ha dato uno dei suoi frutti migliori in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che sarebbe diventato un modello espressivo del nostro cinema generando il filone dei cosiddetti thriller politici, i cui canoni compositivi sono già tutti qui, in questo saggio psicanalitico sulle aberrazioni del Potere, incarnate alla perfezione da un Volonté grandiosamente sulfureo, poliziotto assassino della sua amante (Florinda Bolkan), che prenderà coscienza di come il suo ruolo di capo della sezione omicidi lo metta al riparo da qualunque accusa.
Girato da Petri con stile convulso e grande senso dell’immagine, con un’indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone (una delle sue più belle di sempre), Indagine su un cittadino incarna l’essenza stessa del cinema italiano degli anni Settanta, attento alle implicazioni sociali e politiche delle storie narrate quanto ad un discorso sulla forma, entrambe caratteristiche che sembrano perse nell’asfittico panorama produttivo dei nostri giorni; e se, come Serpico di Sidney Lumet, il film oggi può sembrare in parte datato nel raccontare la corruzione di chi detiene l’autorità, i toni ora grotteschi ora lucidamente spietati dell’interpretazione di Gian Maria Volonté sono da manuale nel tratteggiare un piccolo borghese che nel Potere trova la valvola di sfogo delle proprie frustazioni e delle pulsioni represse: e quando afferma “La repressione è il nostro vaccino,  repressione è civiltà”, un brivido corre ancora lungo la schiena, implacabile. Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes ed Oscar per il miglior film straniero nel 1970.
Giudizio½ (legenda).
di 
Giulio Ragni.  16 dicembre 2007.

LA LINEA (NUMERO 2) (di Oscaldo Cavandoli, 1970)

La linea è una serie animata che ha reso celebre il regista d'animazione Osvaldo Cavandoli nel mondo. Concepita nel 1969 per Carosello, questa serie ebbe grande sviluppo e largo successo durante tutti gli anni Settanta (e oltre), con più di duecento episodi.
La linea numero 2 è un cortometraggio di poco più di quattro minuti in cui si trovano già tutte le caratteristiche della serie: l'omino bianco (Mr.Linea) curioso, alle prese con mille personaggi e avventure che, di volta in volta, la mano di Cavandoli gli disegna (crea) a fianco. Qui c'è un leone impaurito che si tramuta in un topolino che verrà inseguito da un gatto coccolone, ci sono uccelli e pesci, ma il clou sta tutto nel finale da guerra fredda. Mr.Linea si ritrova in mezzo a due schieramenti opposti, con in mano un cartello. Da una parte lo cacciano, dall'altra gli sparano. E' il caos. Sembra superata la battaglia quando compare una colomba con un ramo d'ulivo nel becco. Ma esplodendo, dà un messaggio chiaro. Chicca finale, la mano dell'autore è tutta fasciata dopo l'esplosione...
Giudizio (legenda).
di 
Matteo Bursi.  23 maggio 2007.

MATALO! (di Cesare Canevari, 1970)

Matalo! è uno degli spaghetti western più folli e deliranti che siano mai stati girati, diretti da un regista, Cesare Canevari, dotato di quell’estro ai limiti della totale incoscienza che caratterizzava molti registi dell’epoca. Autore di alcuni titoli shock del cinema estremo italiano come L’ultima orgia del Terzo reich, Canevari firma con questo western una delle sue opere migliori, sperimentale e psichedelico tanto nella costruzione delle immagini e nell’uso insolito degli spazi, quanto nelle musiche elettroniche alla Kraftwerk (ma siamo nel 1970!) di Mario Migliardi.
In compenso la sceneggiatura è mediocre, con dialoghi a volte imbarazzanti, e Canevari deve fare di necessità virtù girando un poema visivo-sonoro quasi muto, e grazie alla scelta di un tono fumettistico, consente a noi spettatori di perdonare certi errori ed ingenuità, tra un Corrado Pani che non brilla certo in espressività ed un inedito Lou Castel, attore solitamente impegnato, nel ruolo del vendicatore solitario, armato di boomerang (!). Impensabile oggi, per chiunque.
Giudizio (legenda).
di Giulio Ragni.  16 dicembre 2007.

2001 ODISSEA NELLO SPAZIO (di Stanley Kubrick, 1968)

Quest’opera di Kubrick è stata riconosciuta da molti critici come il più grande capolavoro fantascientifico degli anni 60’ e 70’. 
Sono passati 37 anni dall’uscita di questo film, a parte il piacere del suo valore estetico che non teme il tempo viene da chiedersi quanto delle problematiche che la pellicola poneva alla sua uscita hanno relazioni etiche e scientifiche con il mondo di oggi. 
L’arco di tempo che va dal 1968 al 2004 è’ stato indubbiamente un trascorso di anni ricco di evoluzioni scientifiche e tecnologiche straordinarie in particolare nel campo dell’informatica e della robotica. Basti pensare che non siamo molto distanti dalla realizzazione del robot con fibre composte da neuroni  informatizzati. Queste nuove possibilità di assemblaggi potrebbero dare alle macchine emozioni e perché no una primitiva coscienza, se non altro come effetti di errori umani nella programmazione degli automi. Il calcolatore Hal 9000 uno dei protagonisti del film non si comportava come se avesse delle emozioni, cioè non aveva un’attività emozionale programmata, bensì esprimeva tracce di un sentire  umano vero. Il risentimento incontrollato che Hal prova all’esclusione delle sue funzioni decisa dai due astronauti dopo il suo grave errore, è tipicamente umano. Umane sono anche le reazioni pratiche che ne conseguono che portano ad aggravare la sua situazione. Infatti dopo l’esclusione il comportamento di Hal non è più logico e coerente con le finalità della missione. L’elaboratore cercando in seguito di uccidere gli astronauti antepone un proprio sentimento di odio agli interessi del viaggio. Fino ad arrivare ad una vera passione omicida.
Perché Hal si emoziona? Perché è divenuto simile agli uomini, ha interiorizzato nelle sue fibre nervose, frutto di una probabile clonazione, aspetti del comportamento relazionale degli esseri umani fino al punto di provare piaceri trasgressivi, variante quest’ultima non prevista da chi lo ha realizzato o ha investito nella sua realizzazione.
Hal rappresenta il tonfo filosofico di una scienza, quella occidentale troppo legata a concezioni scientiste dell’universo. La missione su Giove fallisce ma l’astronauta Bowman raggiungerà il monolito in un appartamento stile rococò, in un’altra dimensione spaziale e temporale,  non prevista da chi ha investito nella missione. Altra dimensione perché frutto dell’es. Una temporalità edipica in cui soggiacere piacevolmente e con stupore al mito di un’intelligenza superiore. Bowman morendo nel letto stile rococò e rinascendo vicino al pianeta terra diviene metafora dell’essenza dell’itinerario umano dell’esistenza. Itinerario che appare sempre più legato alla tragicità dell’edipo. L’assenza quasi totale della donna nel film conferma le infinite varianti che la triangolazione edipica può assumere nel suo gioco con il rimosso. Tragica gerarchia edipica quella del film. Hal figlio trasgressivo di Bowman, Bowman figliol prodigo dell’ignoto intelligente e soprannaturale espresso dal monolito, gerarchia che dà senso ai paradossi dell’evoluzione umana e lega l’edipo alla tradizione maschilista.
Evoluzione umana a volte priva della madre. Madre sottratta al rapporto più vero e appagante con il figlio, per questo fonte di inquietudine e mobilità pulsionale che il film utilizza per la sua macchina narrativa. Il parricidio di Hal è simbolico, interiorizzato dalla conoscenza degli umani con cui ha a che fare. Lo sguardo di donna è già soppresso o rimosso, non può esistere nel film, questa è la condizione per avvertire la musica del silenzio che Kubrick avvalora esteticamente con gli insoliti rumori prodotti dall’uomo nello spazio. In un contesto di figure multimediali liberate su  uno sfondo nero che evoca la castrazione come metafora della scomparsa della donna. 
Rivedendo questo film si rimane sorpresi dalla sua attualità e modernità estetica. L’architettura stessa delle macchine spaziali e delle loro sale operative protagoniste delle scene sembra resistere al tempo, solo la forma delle tute e dei caschi mostra le crepe del tempo. Il saggio indugiare della macchina da presa in innumerevoli inquadrature ricche di geometrie convergenti dà tempo all’occhio di apprezzare i particolari.
Oggi alle soglie di grandi e importanti applicazioni dell’intelligenza artificiale abbinata ai prodotti della clonazione  vien da chiedersi se l’“Odissea” umana può trovare nello spazio interplanetario un motivo di creatività che dia alle passioni edipiche un campo di articolazione. Forse il sapere racchiuso nello spazio interplanetario è più enigmatico e misterioso di quanto la scienza possa immaginare. Ecco allora saltare regolarmente qualcosa dell’impianto scientista. Filosofia ideologica quest’ultima che è costretta a fare i conti con uno stato naturalmente artistico della coscienza umana.
Giudizio  (legenda).
di 
Biagio Giordano.  11 Novembre 2007.

IL GRANDE SILENZIO (di Sergio Corbucci, 1967)

Nella retrospettiva dedicata agli spaghetti western, nell’ambito della “Storia segreta del cinema italiano” che anche quest’anno occupa un posto di rilievo nella Mostra del Cinema di Venezia, manca curiosamente un titolo come Il grande silenzio, forse il miglior western italiano dopo i film di Sergio Leone, e senz’altro una delle prove più convincenti di quell’abile artigiano che fu Sergio Corbucci.
La trama ricalca quelle di molti film del genere, con sadici cacciatori di taglie, killer muti, e rese dei conti finali: ma a colpire è l’originalità della messa in scena, con un’insolita ambientazione invernale, un protagonista inedito per il western come Jean-Louis Trintignant (si, proprio quello del Sorpasso e di tanti film della Nouvelle Vague)  che si contrappone ad un’icona dalla maschera truce come l’infernale Klaus Kinski, ed un’ideologia di fondo progressista meglio dosata che in altre pellicole dell’epoca, in questo superiore forse anche a Giù la testa o Quien Sabe?, troppo espliciti nella loro politicizzazione, e dunque irrimediabilmente datati.
Ancora oggi Il grande silenzio appare una grande lezione di cinema, difficilmente reperibile in DVD (pare ci sia un’ottima versione tedesca) e quasi invisibile in televisione; ma se vi dovesse capitare tra le mani, non perdete l’occasione di vedere un’opera modernissima nella sua mescolanza di grottesca crudeltà e freddezza, con un pessimismo di fondo che sembra anticipare molto cinema successivo, specie americano, un percorso purtroppo abbandonato dal nostro cinema da troppo tempo.
Giudizio½ (legenda).
di Giulio Ragni.  22 agosto 2007.

PERSONA (di Ingmar Bergman, 1966)

L’essenzialità dell’ isola di Faro e due donne dalla personalità opposte ma, allo stesso tempo, complementari. È bastato questo a Ingmar Bergman per filmare uno dei più bei viaggi nell’ inconscio femminile, tra sogno e realtà, tra disperazione ed euforia.
L’ attrice Elizabeth Vogler (Liv Ulmann), durante una rappresentazione teatrale dell’“Elettra”, si blocca improvvisamente, cadendo in un mutismo forzato e inspiegabile. Ricoverata all’ospedale psichiatrico, viene affiancata da una giovane infermiera alle prime armi, Alma (Bibi Anderson). Le due si trasferiranno su un’ isola quasi deserta, che sarà lo sfondo ideale per due donne alla ricerca di loro stesse.
Ben presto il rapporto paziente-infermiera svanisce e, mentre Elizabeth continua il suo mutismo forzato, Alma trova in lei un’interlocutrice ideale e inizia a raccontarsi e ad analizzare inconsciamente la sua vita, arrivando in uno stato di confusione totale riguardo il suo essere. Infatti, capisce come in realtà sia solo apparentemente felice e come la sua persona sia estremamente fragile, tanto che le sue azioni passate non hanno mai coinciso con le sue idee.
Il rapporto tra le due si fa sempre più intenso ed estremo: si studiano, si criticano, si analizzano e, forse, cercano di dimenticare le scelte e i segreti del proprio passato:una maternità indesiderata per Elizabeth (all’inizio del film vediamo un bambino che cerca di aggrapparsi all’ immagine sfuocata di una donna, probabilmente la stessa Elizabeth), un amore promiscuo per Alma.
Le due donne hanno personalità molto diverse, ma bisognose una dell’ altra, tanto che inizia un processo di identificazione tra le due, che verranno a coincidere e a confondersi: per lo spettatore diventerà difficile distinguerle e capire dove inizia una e finisce l’ altra (bellissima la scena dello specchio che riflette i volti delle due donne, costrette a guardare loro stesse e la realtà che le circonda).
Ma cosa rappresenta il mutismo di Elizabeth? In latino il termine “persona” vuol dire maschera ed è quella che porta quotidianamente Elizabeth, tanto che non riesce più a distinguere l’essere dall’apparire, l’essere ciò che lei è veramente, dall’essere che gli altri vogliono che sia. Ogni volta che parla finisce inevitabilmente col mentire, allora, tanto vale, rimanere in silenzio, anche se esso rivela più di quanto lei stessa pensi; ma, la figura di Elizabeth è solamente uno strumento per comunicare qualcosa di universale, tipico della filmografia di Bergman: tutta la società si nasconde dietro a una maschera èd è così portata a mentire, sia verso gli altri che verso se stessa. Questo porta sia ad un ‘estrema incomunicabilità con gli altri, ma anche ad una sorta di perdita della propria identità, proprio come avviene ad Elizabeth.
Probabilmente, Persona è l’opera stilisticamente più sperimentale del regista svedese e quella che più rappresenta l’ inconscio e la dimensione interiore dell’essere umano. La scenografia è ridotta al minimo, essenziale, cruda. Questo per far risaltare  totalmente le personalità delle due protagoniste, anche grazie ad un uso spasmodico ma sublime del primo piano,le uniche cose di cui si nutre la pellicola.
Mai due attrici avevano duettato così splendidamente che, proprio come avviene nel film, completano l’un l’altra.
Giudizio (legenda).
di Federica Serfilippi. 19 dicembre 2007.

--------

Ingmar Bergman definisce questo film “un poema di immagini” volendo così sottolineare il fatto che, così da un quadro, come da ogni altra forma d'arte, lo spettatore può vedere e provare ciò che crede. Per ciò il regista non vuole spingersi troppo oltre nell'indicare una via o una precisa chiave interpretativa. Infatti spesso il regista confonde per la complessità dei modi espressivi che utilizza, la maggior parte dei quali non comprendono il dialogo, unica ancora di salvezza per giungere al significato profondo del messaggio che sembra volerci trasmettere. Il titolo mette a fuoco molto bene quello che sarà il tema centrale della pellicola, ovvero l'inconciliabilità tra essere ed apparire : persona in latino deriva dalla maschera teatrale, la quale era la base della finzione al tempo dei romani; la maschera infatti permetteva di caratterizzare al meglio i tratti somatici del personaggio da interpretare, facilitando così il compito dell'attore che, tra l'altro, all'interno della stessa rappresentazione, si esibiva in più ruoli. 
Elisabeth (Liv Ullmann) è un attrice che si è stancata di fingere, ma non solo a teatro, recitando, ma anche nella vita. Scopre che l'abisso che ci separa dall'essere noi stessi è incolmabile, poiché le menzogne, nella vita, sono rivolte a noi stessi soprattutto. Così Elisabeth si fa scudo col Silenzio, silenzio per non vivere nella menzogna, per non fare di ogni sorriso una smorfia. 
Elisabeth avrà al suo fianco Alma (Bibi Andersson), l'infermiera che si occupa di Lei, molto diversa da lei, solare, allegra. L'espressività di Alma si incontrerà e scontrerà con l'interiorità di Elisabeth e da qui nascerà un alchimia indissolubile tra le loro anime, tra i loro volti. Per il resto saranno le immagini a parlare. 
ALMA - “E' tanto importante non mentire, dire la verità, avere accenti sinceri? E' necessario? Si può vivere senza parlare del più e el meno? Dire sciocchezze, discolparsi, cercare delle scappatoie. So che taci perché sei stanca di recitare tutte le parti, cosa che prima facevi alla perfezione. Ma non è forse meglio permettersi di essere stupidi, chiacchieroni e bugiardi? Non credi che ci migliorerebbe l'accettarsi per come siamo? (...) Tu non capisci. La dottoressa ha detto che sei sana di mente. Mi chiedo se la tua pazzia non sia la peggiore di tutte. Tu reciti la parte della persona sana. E lo fai tanto bene che tutti ti credono. Tutti tranne me. Perché io so come sei corrotta.” 
Sven Nykvist (morto a Stoccolma nel Settembre del 2006) ha diretto magistralmente la fotografia, regalandoci emozioni fatte di ombre, di chiaro-scuri, di parti del volto non viste ma fortemente immaginate e comprese, spinto dallo stesso Bergman a superare i confini acquisiti nell'arte fotografica.
Questo è il più moderno, il più sperimentale tra i film di Bergman. Con questa pellicola e conalcune delle seguenti egli risolve un momento critico della sua vita artistica, generato soprattutto dalla insorgenza di una gravissima polmonite che lo costrinse a letto per mesi. 
In un intervista lo stesso regista afferma : “Una volta ho detto che Persona mi salvò la vita - non esageravo. Se non avessi trovato la forza di fare quel film, avrei probabilmente gettato tutto all'aria. Oggi sento che in Persona, e poi in Sussurri e Grida, mi sono spinto al massimo delle mie possibilità. Ed in quei film, lavorando in piena libertà, ho raggiunto inesplicabili segreti che soltanto il cinema può scoprire".
Un'ultima nota va dedicata al Prologo del film in cui compaiono in sequenza immagini flash di situazioni varie che appaiono quasi come uno “stream of consciousness” alla Joyce, come per farci capire come davvero funziona la nostra mente, le nostre connessioni cerebrali. Potrebbe invece essere un altro il messaggio che Bergman vuole lasciarci? Come dicevo prima, di un opera d'arte si possono solo avere delle impressioni personali e questa, nel bene o nel male, non manca di regalarne.

Giudizio (legenda).
di Claudia Costanza. 3 gennaio 2008.

domenica 1 marzo 2009

Concorso "Giovane e innocente 6"

Concorso di critica cinematografica on line per giovani dai 18 ai 26 anni. Apertura bando di concorso su www.effettonotteonline.com
VI edizione per Giovane e Innocente! Si apre ufficialmente il bando di concorso per saggi e articoli di critica cinematografica per giovani studiosi e appassionati di cinema di età compresa fra i 18 e i 26 anni; sempre sulle pagine di Effettonotte online, mensile di critica cinematografica all'indirizzo www.effettonotteonline.com. Il concorso è la vetrina nazionale più importante per i giovani che vogliono muovere i primi passi nella critica on line, e parte dalla sede storica di Effettonotte online, aprendosi a tutto il terriorio nazionale.
COME PARTECIPARE
E' sufficiente inviare un articolo alla redazione di Effettonotte online – tramite l'apposito form che trovi sul sito - nel periodo compreso tra il 1 febbraio e il 15 giugno 2009: i migliori testi saranno pubblicati. Tutti i partecipanti segnalati sulla rivista saranno automaticamente candidati alla vittoria finale, giudicati da una giuria di docenti e professionisti del settore. La partecipazione
è gratuita, i testi devono essere inediti.
Le categorie del concorso e i premi 
SAGGI – 500 euro e pubblicazione sulla rivista Cinecritica del SNCCI
RECENSIONI (Film della stagione 2008/2009) – 300 euro
CULT (Film della storia del cinema) – 300 euro
Consulta il il bando di concorso e il regolamento all'indirizzo